“Non sono finito in galera, sono finito a Hollywood”: tutte le facce di Orson Welles

A cento anni dalla nascita del Maestro di Kenosha (Wisconsin), il regista Chuck Workman decide di presentarci un Orson Welles a tutto tondo; non solo il genio che fu, ma anche e soprattutto l’umano che fu, con le relative difficoltà e contraddizioni. “Un individuo in contrasto non solo ideologico, ma anche morale con la società e l’universo cui appartiene, un contrasto legato a una volontà narcisista e infantile di potere, a dispetto di una vulnerabilità e debolezza intima, connessa alla perdita dell’infanzia” – così lo descrive Paolo Bertetto. Sempre considerato un prodigio e spinto dalla madre a credersi un essere umano superiore alla norma – e non proprio a torto –, partecipando fin da piccolo a incontri solo per adulti, ha raramente ricevuto durante la sua vita il compenso che meritava. Ed è proprio su questo punto che Workman insiste: la costante mancanza di denaro, l’irrequietezza di un genio senza una “casa” stabile in cui tornare e il massacro dei critici; titoli di giornali d’epoca parlano chiaro e colpiscono direttamente un personaggio che per noi “posteri” è intoccabile. Welles diventa così l’artista maledetto per antonomasia, il precursore delle paturnie del nostro Neorealismo, l’eroe tragico sicuro del proprio valore e per questo costantemente frustrato dalla resistenza del sistema hollywoodiano, alla estenuante ricerca di una perfezione che sente così vicina eppure altrettanto irraggiungibile.

Come controbilancia compaiono entusiaste e ammirate interviste di alcuni dei più grandi cineasti recenti, tra i quali spiccano Simon Callow, Steven Spielberg, George Lucas, Martin Scorsese, William Friedkin, Paul Mazursky e Richard Linklater che lo definisce “il santo patrono del cinema indipendente”. Scelta interessante anche quella di narrare la vita di Welles, divisa dal regista in capitoli, con il supporto non solo di spezzoni di alcuni suoi film – vederne al grande schermo anche solo una parte è un’esperienza imperdible –, ma anche di estratti di altri grandi lavori nei quali emerge chiaramente l’impronta di Orson Welles; attraverso, per citarne solo alcuni, Radiodays (1987), Ed Wood (1994), Creature del cielo (1994), RKO 281 (1999) e Get Shorty (1995) riviviamo di riflesso le tappe principali della carriera del grande “mago”.

La pecca è, forse, che proprio questa intenzione di non affrontare l’argomento in maniera troppo didattica e didascalica abbia portato il film nella direzione opposta: per chi non ha mai letto nulla in relazione alla vita di Welles potrebbe risultare difficile seguire il filo di tutto il film e cogliere appieno l’importanza di alcuni passaggi, solo superficialmente presentati.

Cercheremo, quindi, di approfondire qualche chicca solamente abbozzata dal documentario.

Enfant prodige Welles si approccia prima al teatro raggiungendo altissimi livelli, per poi passare alla carriera radiofonica, trampolino di lancio per Hollywood. La sua attitudine alla trasgressione e alla provocazione diventa evidente proprio nel 1938, quando decide di sfidare la potenza del medium radiofonico nei confronti del pubblico, che “credeva a tutto quello che usciva da quella scatola magica”. In quell’anno, infatti, decise di trasporre per il programma Mercury Theatre on the Air della CBS (Columbia Broadcasting System) il romanzo Guerra dei mondi di Herbert G. Wells come se fosse un vero annuncio straordinario di cronaca, come se un notiziario stesse annunciando uno sbarco alieno sul pianeta Terra. Scatenò il panico in tutto lo stato del New Jersey: molte case furono evacuate e si cercò riparo nelle chiese, una pioggia di telefonate invase il centralino del New York Times, “la gente alzava invocazioni e si lacerava gli abiti per casa” – così raccontò Welles in un’intervista rilasciata a Peter Bogdanovich. Riuscì a salvarsi dalla prigione solo grazie a una falsa e ostentata ingenuità (aveva solo 23 anni). Anzi, guadagnò un contratto con la RKO che gli attribuiva una libertà senza precedenti, soprattutto se si considera che stava accadendo nell’era dei tycoons e dello studio system, e che lo porterà a essere “la più grossa minaccia piovuta a Hollywood da anni” (secondo la “profezia” di Francis Scott Fitzgerald): dal soggetto in poi avrebbe avuto un’autonomia quasi completa sui suoi film.

La carriera teatrale continuerà comunque a sopravvivere nei suoi lavori, e costituirà quel valore aggiunto che lo renderà memorabile anche a un secolo di distanza. Proprio il confronto tra le due arti gli permise un uso fantasioso e illusionistico della macchina da presa alla Méliès, un “gioco” che raggiunse il suo apice in F come falso. Teorizzati negli anni ’40 da André Bazin, il piano-sequenza, la profondità di campo e il “montaggio proibito” furono le cifre stilistiche di Welles, nell’intento di rendere la continuità del reale, di rispettarne la sfaccettata essenza e l’ambiguità e di mettere in discussione la coercizione dello spettatore nei confronti delle scelte registiche, rifiutando di suggerirgli un’interpretazione univoca a priori – come accadeva, invece, con il montaggio classico o delle attrazioni di Ejzenštejn.

Lungimirante e coraggioso, dimostrò di esserlo anche per il “caso Quarto potere – da molti critici considerato il suo film migliore –, che lo vide scontrarsi con William Randolph Hearst a cui Welles si era ispirato, oltre alla propria biografia, per il protagonista Charles Foster Kane. Il magnate americano, dopo aver impedito a qualsiasi media di sua proprietà di menzionare il film, riuscì a rinviarne l’uscita e a creare un clima di polemica e isteria tra partigiani e detrattori; sarà un successo per la critica, ma un insuccesso per il pubblico. Welles otterrà il meritato successo solo negli ultimi anni della sua carriera, ma il suo posto nella storia del cinema è ormai assicurato, grazie anche a lavori come il documentario di Workman, che riesce a trasmettere l’incompresa visionalità di Orson Welles e a porre l’ennesimo mattone del mausoleo in memoria del Mago americano.

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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