I film da tenere d’occhio su MUBI a febbraio

MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso mezzi diversi: i film, che possono essere in Cartellone o a noleggio, il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti, il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; e ancora, la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri, i Focus, gli Speciali e le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Febbraio è il mese dedicato alla celebrazione di uno dei festival più prestigiosi al mondo, la Berlinale, che da oltre 70 anni dà visibilità alle opere più audaci e sperimentali in circolazione. In attesa delle prossima edizione – programmata dal 10 al 20 febbraio 2022 – recuperiamo alcune delle opere più d’impatto presentate al festival negli anni passati e ora disponibili in streaming su MUBI.

M.I.A. – La cattiva ragazza della musica, Steve Loveridge, Regno Unito, 2018 (2 febbraio)

Pubblicato come singolo il 31 gennaio 2012, il brano Bad Girls—tra i più celebri della musicista britannica M.I.A.—ha recentemente festeggiato il suo decimo anniversario. È forse anche per questo che MUBI ha deciso di pubblicare il documentario sull’artista, sempre distintasi per aver rifiutato la sterile facciata di Pop Star e le dinamiche dello showbiz per esporre apertamente le sue idee politiche. Il film, diretto da Steve Loveridge, racconta di come la creazione artistica piò intrecciarsi con la denuncia e l’attivismo, attraverso l’analisi della vita di una celebrità che con le sue scelte estetiche—a partire dagli iconici video diretti da Romain Gavras—ha dato voce a tematiche spesso silenziate dai mass media e ignorate nel dibattito pubblico. 

Incident by a Bank, Ruben Östlund, Svezia, 2009 (4 febbraio)

Aggiudicatosi l’Orso d’oro al Miglior cortometraggio nel 2010, Incident By a Bank è uno degli esperimenti più interessanti del regista svedese Ruben Ostlund, vincitore della Palma d’oro alla 70ª edizione del Festival di Cannes col film The Square. Posizionando la macchina da presa in un unico punto fisso, il regista ricostruisce in campo lungo un fallimentare tentativo di rapina in una banca, ispirato a eventi realmente accaduti a Stoccolma durante a giugno 2006. Se nei primi istanti del cortometraggio l’ampia inquadratura perfettamente coreografata sembra avvicinarsi a quelle dei film di un altro grande esponente del cinema svedese contemporaneo, il pluripremiato regista Roy Andersson, i successivi minuti rivelano un’operazione molto più simile a opere d’arte come il progetto 9 Eyes di Jon Rafman – che lavorava sulle scene grottesche trovate su Google Street View – o alle riflessioni di Rachel Fleit sul Surveillance Cinema, -cioè sulla potenzialità delle riprese effettuate dalle videocamere di sorveglianza come mezzo per indagare l’evoluzione dello sguardo cinematografico.

Cow, Andrea Arnold, Regno Unito, 2021 (12 febbraio)

Il documentario Cow di Andrea Arnold è il terzo di una serie di opere dedicate al mondo animale. Ma se Dog (2001) e Wasp (2003) mettevano al centro l’analisi dell’essere umano, il documentario della regista britannica presentato a Cannes si sofferma sul mondo animale in maniera assoluta. Rifuggendo l’idea di girare un documentario volto a denunciare le condizioni dell’allevamento intensivo in maniera tradizionale, Arnold, che ha spesso indagato quei legami fatti di sensazioni non dette e celate nei silenzi (vedi American Honey, 2016), stabilisce una connessione empatica con la protagonista, una mucca di nome Luma. Le chiavi per sbloccare la nostra umanità, sembra suggerirci il film, non sono nient’altro che quelle della compassione e dell’immedesimazione, per innescare un momento di sincero confronto con “l’altro” e scoprirlo, infine, portatore di emozioni ed energie non sempre così diverse dalle nostre.

Taste, Lê Bảo, Vietnam, 2021 (16 febbraio)

Presentato nella sezione Encounters della Berlinale, Taste è il primo lungometraggio dell’esordiente regista vietnamita Lê Bảo, che si prefigura una delle giovani voci più interessanti del nuovo cinema asiatico. Il film racconta di un calciatore nigeriano costretto a trasferirsi nei bassifondi della città di Ho Chi Minh dopo aver perso il lavoro a causa di un infortunio. Per trattare temi come immigrazione e ineguaglianze sociali, il cinema di Lê Bảo si pone agli antipodi rispetto a quello politicamente impegnato di registi come Ken Loach o Stephane Brizè, soprattutto per via del linguaggio adottato: per il regista vietnamita la sinossi del film non è importante, conta la volontà di creare immagini suggestive simili a tableaux vivant, quasi sconnesse tra loro, nonostante il filo narrativo che le lega. In Taste, il montaggio diviene così un mezzo per creare un’opera che viaggia sugli stessi binari della videoarte: un film silenzioso in cui gli intensi chiaroscuri scolpiscono i corpi attoriali e immergono l’esperienza visiva in un’atmosfera sacrale paragonabile a quella dei film del videoartista Bill Viola.

Petite Maman, Céline Sciamma, Francia, 2021 (18 febbraio)

Con il suo ultimo film in concorso al Festival di Berlino, la regista francese Céline Sciamma torna alla delicatezza di una storia semplice quanto potente di film com’era stata Tomboy (2011) – disponibile sulla piattaforma streaming all’interno del Focus sulla regista -, che aveva conquistato la critica e ottenuto molteplici riconoscimenti, tra cui il Teddy Award al miglior film LGBT. Servendosi di pochissimi personaggi, un paio di location e una durata di poco più di un’ora, Sciamma riesce a costruire un racconto capace di toccare le corde più recondite dell’animo umano, arrivando al fulcro emotivo delle relazioni affettive che instauriamo senza ormai non aspettarci più che possano sorprenderci. Petite Maman è una riflessione su quanto l’infanzia abbia un impatto sociale anche nella vita adulta, sull’elaborazione del dolore, sul significato del tempo, sull’amore.

White Afro, Akosua Adoma Owusu, USA, 2019 (24 febbraio)

White Afro è l’ultimo film della trilogia di cortometraggi scritti e diretti dalla regista ghanese Akosua Adoma Owusu, dedicati ai capelli come simbolo e oggetto d’indagine della cultura afroamericana. Nel corto nel 2019 – che segue Me Broni Ba (2009) e Split Ends, I Feel Wonderful (2012) – la regista rielabora un filmato d’archivio di un tutorial su come ricreare un’acconciatura afro su una donna bianca. L’intervento della regista non si limita a rispolverare vecchie immagini per dare loro una nuova lettura, ma si estende a una sostanziale manipolazione del filmato attraverso il montaggio e alla creazione di una colonna sonora del tutto nuova e personale attraverso un voice over in cui sua madre racconta della propria esperienza da parrucchiera in un salone di bellezza in Virginia, in un momento storico in cui anche i luoghi legati all’estetica erano poli centrali dell’impatto dei cambiamenti politici. 

Honey Cigar, Kamir Aïnouz, Francia, 2020 (Videoteca – Rassegna Dalla Francia con Amore)

Selma è un’adolescente di origine algerine che vive a Parigi con la sua famiglia alto-borghese, ancora strettamente legata ad un retaggio culturale patriarcale che non le permette di vivere serenamente il momento di autoesplorazione di scoperta del proprio orientamento sessuale a cui i suoi coetanei stanno andando incontro. Esordio alla regia della sceneggiatrice Kamir Aïnouz – che ha scritto il film basandosi su proprie vicende autobiografiche -, Honey Cigar ha racconta una storia personale offrendo uno scorcio su un più ampio contesto sociale e politico: quello del decennio nero algerino e dell’ambiente multiculturale parigino di fine anni ’90. Delicato e sognante, il film presentato alle Giornate degli Autori di Venezia svela le ripercussioni della storia sulle giovani generazioni, già alle prese con le insicurezze, la confusione e la ricerca identitaria che caratterizza quel momento della vita.

There Will Be No More Night, Éléonore Weber, Francia (Videoteca – Rassegna Terre Inesplorate)

Il titolo del film della regista francese Éléonore Weber, tradotto in italiano come Non ci sarà più la notte si riferisce all’esperimento di rielaborazione di immagini filmate da elicotteri francesi e americani in Afghanistan, Iraq e Syria attraverso videocamere termiche da combattimento, che illuminano le riprese notturne a tal punto da farle sembrare ambientate in pieno giorno. In questo documentario, che piacerebbe a Michael Haneke, Weber innesca una riflessione sulla passività del pubblico davanti alla crudeltà, sul ruolo glaciale della macchina da presa, sulle dinamiche del senso di colpa e sull’inquietante tendenza umana al voyeurismo a cui Andy Warhol alludeva con la famosa serie Car Crash e che continua a ripresentarsi in maniera insistente nel mondo contemporaneo con Internet e il Dark Web. Nell’epoca della totale anestesia nei confronti delle immagini che raffigurano il dolore – quella raccontata anche nel libro Davanti al dolore degli altri della scrittrice Susan Sontag -, nulla sembra riuscire a scuotere gli animi e risvegliare un’umanità silente, e non importa più se si tratti di finzione o della realtà. 

Arianna Caserta

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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