L’ordinato regno dei sogni e della follia

Ogni giorno prende in mano la matita alle 9 del mattino e la posa alle 11 di sera. Questa unica frase potrebbe riassumere la personalità di Hayao Miyazaki, finalmente raccontataci fin nelle pieghe più intime da Sunada Mami, regista del documentario Il regno dei sogni e della follia. Proiettato nelle nostre sale solamente per due giorni, 25 e 26 maggio, racconta il dietro le quinte di quei meravigliosi disegni.

Il documentario è perfettamente inserito nello stile giapponese, non solo per l’impronta data dalla regista, ma anche per ciò che mostra: uno studio in cui si producono film che fanno sognare e che, immerso nei delicati colori di piante e fiori, segue i ritmi della natura. Forse Sunada Mami indugia troppo durante alcuni passaggi, rallentando notevolmente il ritmo narrativo, ma è giusto così: scordatevi la frenesia degli studi Hollywoodiani, qui si lavora duro, con concentrazione e precisione, si mira alla perfezione più assoluta, la cui peggior nemica è proprio la fretta.

Scopriamo, infatti, che quel vecchiettino dalla barba di un candido bianco sempre perfetta, gli occhiali spessi e il grembiule da asilo nido, non è così tenero come sembra. “Se tieni a te stesso non puoi lavorare per il signor Miyazaki” dice una sua dipendente. Il Maestro si rivela così un maniaco della precisione, pronto a rifare e far rifare lo stesso disegno migliaia di volte, finché ogni filo d’erba non sia esattamente come se lo prefiggeva – insomma, i disegnatori non solo devono essere tecnicamente ineccepibili, ma anche dei mentalisti.sg3L’eccezionalità dell’uomo-simbolo dello studio Ghibli consiste nel dedicarsi completamente al proprio lavoro, non solo per quanto riguarda le proprie capacità e conoscenze, ma anche e soprattutto per l’abilità di inserire nei suoi film la propria vita, il proprio vissuto, la propria storia, i propri sentimenti e pensieri, dalle paure alle speranze. Un segno significativo per l’evoluzione privata e professionale del regista giapponese è stata l’esplosione della centrale nucleare di Fukushima, che lo sconvolse senza stupirlo perché se lo sentiva, “il cielo era troppo limpido”: da quel momento in poi rifiuterà di usare l’energia prodotta dalle centrali nucleari.

Attraverso l’analisi della storia dei prodotti dello studio Ghibli e l’indagine di Sunada Mami scopriamo un Hayao Miyazaki inedito: collerico, isterico, cambia radicalmente idea senza motivo, insicuro, tradizionalista, incoerente – antimilitarista, ma affascinato dalle armi, in particolare dagli aerei da guerra –, semplice, talentuoso, geniale, saggio, spiritoso, scettico, cinico, schivo, loquace, infelice, amante dei bambini e della natura, artista e politico – da giovane era stato sindacalista perché “sapeva parlare”. Sunada Mami è riuscita a dipingere un quadro di Hayao Miyazaki estremamente realistico e sfaccettato, lungi da ogni stereotipo e didascalismo.

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Dietro a film che sembrano giochi per bambini, oltre a tematiche veramente profonde e spesso turbanti – basti pensare a Porco Rosso o La città incantata –, si cela un lungo e duro lavorio. Tutto viene disegnato e colorato a mano, dalle storyboard, ai paesaggi, a ogni singolo frame, con una minuziosa attenzione ai dettagli. Hayao Miyazaki segue ogni processo della realizzazione del film, tutto deve passare sotto i suoi critici occhi, sempre attentissimi, per ottenere il consenso: i disegni, ma anche le voci dei doppiatori, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, il montaggio, la locandina, i titoli di testa e coda. E poi è necessaria l’approvazione della mente dello studio Ghibli, Toshio Suzuki, direttore e cofondatore insieme a Miyazaki e Takahata.

Oltre a svelare questi succosi “dietro le quinte”, il documentario racconta anche la storia dello studio Ghibli e di coloro che lo hanno fatto nascere e crescere, dalle origini a oggi in cui sarà costretto a chiudere a causa dell’abbandono nel 2013 di Hayao Miyazaki durante la 70esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e dell’amico/rivale Isao Takahata. Un’attenzione particolare è riservata alle loro due ultime fatiche, simbolo del loro congedo: Si alza il vento e La storia della principessa splendente.

Grazie allo studio Ghibli l’animazione giapponese è riuscita a liberarsi dal pregiudizio di essere una forma d’arte inferiore, destinata esclusivamente alla televisione; il passaggio di livello è avvenuto grazie alla vittoria dell’Orso d’Oro nel 2002 per La città incantata, dell’Oscar nel 2003 per lo stesso film – non ritirato personalmente come forma di protesta contro la guerra in Iraq – e dell’Oscar alla carriera nel 2014, raggiungendo, inoltre, record d’incassi in patria con numerosi film.

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Influenzato da molti artisti europei dei quali assimila teorie, pensieri e concetti per poi rielaborarli e farli propri, i suoi film risultano stratificati: in ogni piega si scova una citazione, un rimando, o anche altri strati ancora. Una lettura univoca sarebbe impossibile, ed è questo il fascino illimitato dei gioiellini di Hayao Miyazaki. Da Ursula K. Le Gun, Lewis Carroll e Diana Wynne Jones agli inglesi Eleanor Farjeon, Rosemary Sutcliff e Philippa Pearce, ma anche l’illustratore francese Jean Giraud aka Moebius e lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry, senza dimenticare il regista e amico Jurij Borisovič Norštejn e i compatrioti Akira Kurosawa e Osamu Tezuka.

Curiosa è la paradossale genesi di Si alza il vento. Ispirato da Roald Dahl per il fascino verso piloti e aerei e spinto dall’ammirazione provata per il padre, direttore della Miyazaki Airplaine – azienda produttrice di componenti di veicoli aeromobili –, disegna un film profondamente antimilitarista nel raccontare di violente armi da guerra, i caccia Zero. La terza, ma non per importanza, figura di riferimento è stata la madre: malata di tubercolosi spinale, come la dolce Nahoko. Il film è quindi una biografia dell’ingegnere aeronautico Jirō Horikoshi, ma sotto si cela, emergendo di tanto in tanto nei dettagli, la vita del Walt Disney giapponese, Hayao Miyazaki.

Benedetta Pini

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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