La nostra soglia dell’attenzione è ai minimi storici, e forse non servono neanche studi come questo per dimostrarlo. Complici i social media e la velocità del mondo in cui viviamo, mentre svolgiamo una qualsiasi attività sentiamo la necessità di essere intrattenuti, che sia da un podcast, un messaggio vocale di dieci minuti di un’amica che vive in un altro stato – o anche nella stessa città, ammettiamolo senza vergogna – o una serie tv che faccia da sottofondo. Il casual viewing, come spiegato nel saggio di Will Tavlin, è proprio questo: consumare contenuti che scorrono, e persino meglio, proprio quando non stiamo prestando attenzione ai contenuti stessi, che altrimenti risulterebbero noiosi e sono anzi creati appositamente per essere “guardati a metà”.
Nei palinsesti delle piattaforme di streaming, questo genere di contenuti sta prendendo sempre più spazio, mentre ha sempre meno importanza la qualità tematica e cinematografica di un prodotto, il fatto che sia accattivante, ricercato, intelligente o che abbia qualsiasi altra caratteristica capace di attirare il pubblico e tenerlo sul divano – l’obiettivo di portarlo in sala è ormai stato abbandonato, o meglio, sono radicalmente cambiate la strategia, il contesto e il target ormai da anni. Guardiamo ormai la maggior parte dei film dalle nostre camere, dai nostri salotti, dalla nostra cucina, persino dal nostro bagno o dai trasporti pubblici, e spesso non stiamo nemmeno guardando. La chiave per il successo di un contenuto da fruire in streaming si è ormai ridotta all’essenziale: poter garantire “abbastanza di tutto per poter attrarre chiunque”, citando Tavlin – e da qui il termine casual viewing.

Ted Sarandos e Reed Hastings, co-fondatori di Netflix, hanno spesso parlato dell’inefficienza della policy di Blockbuster che, secondo loro, avrebbe portato la catena al fallimento: dimenticare di restituire un film noleggiato entro una certa data si tramutava in una tassa extra da pagare. In sostanza, i clienti venivano puniti per le loro sviste. Leggenda vuole che Hastings ebbe l’illuminazione di creare Netflix proprio dopo aver ricevuto una multa di 40 dollari per il ritardo della riconsegna di Apollo 13. Per questo ha deciso di creare un progetto senza penali e del tutto diverso da un negozio fisico, in cui le persone finivano per cercare sempre i soliti film e il magazzino si riempiva di titoli invenduti e dimenticati. Una volta avviato, hanno iniziato a studiare il modo in cui gli utenti usavano la piattaforma: da quale dispositivo guardavano i contenuti, quali scene saltavano, quali mettevano in pausa o riguardavano più volte. Così, si resero conto che spesso non prestavano davvero attenzione allo schermo, ma piuttosto cercavano un sottofondo per accompagnare le loro attività quotidiane, avere compagnia mentre stendevano il bucato o lavavano i piatti. Da qui sono nati i cosiddetti Typical Netflix Movies, ovvero una categoria di contenuti creata specificatamente per assecondare questo fenomeno del casual viewing. Si tratta di film che condividono determinate caratteristiche: un titolo chiaro che annuncia esattamente di cosa parla il contenuto, scene corte con i due personaggi principali e, soprattutto, dialoghi forzati e didascalici in cui gli attori annunciano quello che stanno facendo piuttosto che recitare, in modo che il solo audio sia sufficiente per non perdere nulla della trama – e addio ai pregnanti silenzi e ai non detti antoniani.
Come spiegato in questo articolo del 2000, la soglia di attenzione media era di 12 secondi, e nel 2013 il valore è sceso ulteriormente a 8 entro, causato principalmente dalla iper digitalizzazione e dalla pervasività delle nuove tecnologie che, pur portando molti benefici pragmatici nelle nostre vite, hanno introdotto modifiche sostanziali nel nostro assetto cognitivo, soprattutto nel caso del loro utilizzo in fase infantile – come segnalato dal rapporto del 2013 dell’Accademia delle Scienze francese. L’articolo evidenzia inoltre le conseguenze concrete di un uso eccessivo dei dispositivi digitali, come una diminuzione delle attività fisiche e sociali nel mondo reale, la privazione del sonno e un maggiore rischio di problemi legati alla vista. La risposta da parte del panorama audiovisivo non è costituita solo da contenuti studiati per il casual viewing, ma anche da altre modalità di intrattenimento come gli Sludge Content – di cui vi parlavamo in questo articolo -, ovvero clip accostate in modalità split screen al contenuto principale come per “riempire” uno spazio, mantenere attiva l’attenzione del pubblico e far sì che porti a termine la visione del video.

Nonostante gli studi accreditati che dimostrano quanto l’inquinamento digitale sia nocivo, continuiamo a ricaderci, come in un loop di dipendenza. Che cosa a c’è alla base di questo attaccamento? In una società in cui tutto sembra accadere più sui social media che nella vita reale, essere offline può innescare un profondo senso di solitudine e di esclusione. Per questo non vogliamo perderci le storie della nostra amica in vacanza a Bali, ma, allo stesso tempo, vederla che balla su una spiaggia paradisiaca mentre siamo nel nostro grigio appartamento di città in un qualsiasi mercoledì pomeriggio provoca una sensazione di inadeguatezza dovuta all’inevitabile paragone in cui scivoliamo. Questo articolo analizza infatti il legame sempre più stretto che si è creato tra il valore che ci attribuiamo e la quantità di cose che riusciamo a fare: la società turbocapitalista ci ha intossicato a tal punto da convincerci che più riusciamo a produrre, più siamo meritevoli e abili. Ed ecco che la nostra attenzione è costantemente frammentata, divisa tra tutte le attività che sentiamo di dover realizzare per sentirci all’altezza della rappresentazione (spesso irreale e irrealistica) delle vite altrui che vediamo scorrere sui social – come avveniva sullo schermo della televisione ai tempi d’oro dei reality show. Il nostro cervello, anziché concentrarsi su quelli che sono i nostri principali e autentici bisogni fisici ed emotivi, è sopraffatto da questa spinta al produrre e al dimostrare quanto e come si sta producendo, attribuendo a un like, un commento positivo o una qualsiasi interazione il valore di una ricompensa, che per pochissimo tempo ci darà un senso di appagamento, per poi calare velocemente e lasciare il posto a un nuovo, ennesimo ciclo di urgenza di creare, dimostrare, comunicare.
Ecco perché il casual viewing funziona: continuamente e costantemente sottopost3 a stimoli, non sappiamo più gestire la noia, stare nei momenti di vuoto, che ci affanniamo a riempire con qualsiasi contenuto. Articoli come questo, sempre più frequenti negli ultimi anni, analizzano la difficoltà di distaccarsi dai social media e le conseguenze deleterie dell’abuso di contenuti online, descritte con il termine, diventato virale negli ultimi anni, “brain rot” – parola del 2024 secondo la Oxford University Press. La scelta di Netflix di creare una categoria appositamente dedicata al casual viewing, chiamata “play something”, rivela la volontà di investire e lucrare sulla dinamica di dipendenza che si innesta tra utenti e contenuti intenzionalmente svuotati di senso. Ma non dimentichiamo che è ancora nostra la scelta di ciò che merita la nostra attenzione, decidendo di essere complici o di sottrarci rispetto a questo sistema.












