Pillole da Concorto Film Festival 2021

Poco più di una settimana fa si chiudeva la XX edizione di Concorto Film Festival, il festival internazionale di cortometraggi che prende vita ogni anno tra Piacenza e Pontenure, concretizzandosi in focus tematici, incontri, talk e masterclass. È in questo contesto che approdano in Italia i corti più d’impatto dell’ultimo anno provenienti da tutto il mondo, tra film già pluripremiati e tante anteprime italiane.

Ciò che ne è emerso quest’anno è un mosaico di temi d’attualità cruciali e urgenti, declinati secondo stili, punti di vista e modalità diverse; su tutti, il ruolo della memoria e della nostalgia, su cui la pandemia ci ha indotto a soffermarci: costretti dentro casa, è stato inevitabile ricorrere a racconti ambientati in interni, narrazioni fatte di ricordi e di eventi processati tramite immagini mentali sfumate con una resa da video-essay à la Chris Marker. Centrali anche le riflessioni sul Coming Of Age, che riescono sempre a toccare anche di chi ha oltrepassato quella fascia d’età da tempo, gli omaggi ad opere cinematografiche note e anche film decisamente più sperimentali e fuori dagli schemi.

In questo ampio e variegato panorama, alcuni titoli ci hanno colpito particolarmente:

Maalbek, Ismaël Joffroy Chandouits, Francia | Concorso
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Cosa vuol dire essere testimone di un evento tragico e non ricordare nulla dell’avvenimento? Questa è la condizione in cui ci catapulta il racconto di Maalbek (Menzione speciale della Giuria), in cui la protagonista, vittima di un attentato terroristico, cerca con tutti i mezzi a sua disposizione di ricostruire la propria esperienza per potersi collocare nella tragedia ed elaborarla, dopo aver perso la memoria dell’evento a causa di una ferita. Attraverso le riprese di telecamere di video sorveglianza, i racconti dei soccorritori e le fotografie dei giornalisti, la protagonista cerca se stessa, o meglio il suo corpo, di cui non ha più coscienza. I ricordi vengono così sostituiti dai materiali d’archivio, le testimonianze dirette dalle ricostruzioni sentite. Maalbek ci fa rivivere una tragedia impressa nella memoria collettiva da un punto di vista del tutto insolito, proponendo una complessa riflessione sul ruolo delle immagini nell’epoca contemporanea.

Son Of Sodom, Theo Montoya, Colombia| Concorso
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Il regista colombiano Theo Montoya decide di realizzare il documentario Son Of Sodom dopo che Camilo, che sarebbe dovuto essere il protagonista del suo prossimo film, è deceduto per overdose di eroina. L’evento, inaspettato e tragico, induce dunque il regista a porsi delle domande sul nichilismo giovanile, e su quei giovani che, come Camilo, sarebbero disposi a scambiare il loro futuro in cambio dell’eterna giovinezza. Il crudo ritratto sociologico di Montoya ha come sfondo Medellin, città natale del regista, che dal suo punto di vista ha educato intere generazioni ad essere totalmente a loro agio, se non addirittura ossessionate, con l’idea della morte, tanto da essere pronte ad andarle incontro senza alcun terrore.

Dustin, Naila Guiguet, Francia | Concorso
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In questo corto intriso di cultura rave e musica techno, seguiamo la giovane Dustin e il suo gruppo di amici passare la nottata in un club, da dove vengono cacciati in maniera brutale. Nel dispiegarsi della mattina seguente, veniamo progressivamente a conoscenza delle difficoltà a cui Dustin sta andando incontro: sta passando attraverso i primi mesi della transizione. Fornendo uno sguardo inedito sulle tematiche transgender, la regista Naila Guiguet ci mostra come quei posti in cui dovremmo sentirci liberi dalle costrizioni della società siano in realtà più pericolosi di quello che sembrano. Ma ci racconta anche la bellezza della vulnerabilità, e di come certe volte bisogna contare solo su se stessi per trovare la serenità. 

Entre Tu y Milagros (Between you and Milagros), Mariana Saffon, Colombia | Concorso
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Non è semplice affrontare un argomento così delicato e pieno di sfumature come il rapporto figlia-genitore; un tipo di rapporto interdipendente e allo stesso tempo repulsivo, legato a qualcosa di innato e inspiegabile. La protagonista di Entre tu Y Milagros si proietta in tutto quello che la madre fa, e vive la sua vita solo in relazione a quella della madre. I tentativi disperati di dare e ricevere affetto culminano in un ultimo gesto simbolico che, avvenuto dopo un incontro ravvicinato con la morte, restituisce un finale dolcissimo e allo stesso tempo malinconico.

Marlon Brando, Vincent Tilanus, Paesi Bassi | Concorso
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Un Coming Of Age intriso di cultura pop (i due protagonisti hanno nelle loro camerette poster di Frank Ocean e del Rocky Horror Picture Show) che riflette sulle difficoltà di essere un adolescente annoiato con la voglia di scappare. Attraverso lo sguardo di due liceali che condividono una meravigliosa amicizia fatta di inside joke, schiacciarsi i brufoli a vicenda e giocare a Monopoli, Marlon Brando parla di cosa vuol dire trovare l’anima gemella (che non sempre è un partner romantico) e di cosa vuol dire crescere e imparare a non commettere più gli stessi errori impulsivi dell’adolescenza.

I Am Afraid to Forget Your Face, Sameh Alaa, Egitto | Concorso
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Vincitore del premio L’Onda, I Am Afraid to Forget Your Face, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2020, è un breve e struggente spaccato di vita in un contesto in cui anche l’amore sembra ostacolato come fosse un crimine. Un ragazzo cerca di ricongiungersi con la sua fidanzata che non vede da tempo, ma non ci viene rivelato perché i protagonisti siano costretti a rimanere separati (la pandemia? Una situazione socio-politica complessa? A causa di qualcuno che li vuole divisi? Forse le famiglie?). Tuttavia, questo non impedisce alla storia di trasportarci in un viaggio disperato e speranzoso, in cui certe volte anche è semplicemente troppo tardi.

Sestre (Sisters), Katarina Resek, Slovenia | Concorso
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Sestre della regista slovena Katarina Resek mette al centro le tematiche dell’identità di genere: tre sorelle definite tomboy dalla regista, dotate di un carattere duro e disilluso, vivono secondo delle regole auto imposte che sono il loro paradossale strumento di ribellione alle aspettative della società che gravano su di loro. Le tre sorelle, però, sembrano alla fine invischiate negli stessi meccanismi della società patriarcale che rinnegano e, messe a contatto con la mascolinità tossica che è frutto diretto di quel patriarcato, si trovano ad affrontare un incontro significativo.

Pozdrav z Nigérie (Greetings from Nigeria), Peter Hoferica, Slovacchia | Concorso
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Con Pozdrav z Nigérie, vincitore del premio del pubblico, il regista Peter Hoferica dirige un grandissimo omaggio al regista svedese Roy Andersson: gli ambienti asettici in set ricostruiti da zero, le riprese in campo lungo, i toni freddi e spenti, i personaggi che sembrano macchiette, la colonna sonora – tutto proviene dal cinema di Andersson, persino lo stampo della storia. Con l’escamotage narrativo di un gruppo di anziani che non riescono a capire come relazionarsi  ai mezzi contemporanei fino a creare situazioni grottesche, Hoferica gira un corto divertente e surreale.

Noir-Soleil, Marie Larrivé, France| Concorso
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Menzione speciale di entrambe le giurie di Concoro, Noir-Soleil, corto d’animazione francese ambientato in una Napoli assolata, è un delicato film dalle immagini hopperiane, in cui la città campana diventa lo sfondo dell’incontro tra un padre e una figlia che non si vedono da tempo e che si ritrovano per indagare su un evento sconcertante. Per trovare la verità, però, c’è bisogno di scavare nel passato. Nelle atmosfere di Noir-Soleil, che ricordano un Conte d’ètè animato, riecheggia il grande cinema francese di Éric Rohmer e quello contemporaneo di Robert Guédiguian: un’esperienza immersiva e poetica fatta di tavole evocative dove luce e ombre incontrano la superficie dell’acqua, trasportandoci nella realtà di una ricongiunzione causata da un fantasma del passato che sembra riemergere per dire qualcosa, forse riuscendo persino a ristabilire il corso delle loro vite. Nostalgia, racconti d’infanzia, memorie perdute, il dolore del padre che diventa quello della figlia.

Sefid Poosh, Reza Fahimi, Iran | Concorso
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Un bambino vaga in un villaggio iraniano in pieno inverno per cercare di mettere a tacere la sofferenza che vede nel mondo adulto intorno a lui. In quest’omaggio a Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami, in cui un bambino molto simile al protagonista del corto di Reza Fahimi saltava di casa in casa in cerca del suo compagno di classe per restituirgli il quaderno, è impossibile non rimanere commossi dallo sguardo incontaminato del bambino, che non riesce a concepire le dinamiche crudeli del mondo degli adulti. 

Grab Them, Morgane Dziurla-Petit, Svezia | Concorso | Concorso
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In questo corto innovativo e assurdo, una signora di mezza età racconta la sua difficile vita da look-alike dell’ex Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. Protagonista del film è la tecnica del Deep Fake: attraverso l’intelligenza artificiale, il viso di qualcuno può essere sovrapposto al corpo di un altro, creando immagini tanto ironiche quanto inquietanti. Messi da parte i pericoli che si corrono con l’utilizzo irresponsabile del mezzo, la tecnica, diventata famosa su Reddit e TikTok (che ultimamente ha visto persino la nascita di un influencer clone di Tom Cruise), rivela le sue potenzialità creative e permette la riuscita di un film esilarante e assolutamente geniale.

Arianna Caserta

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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