“Blade Runner: The Final Cut”, l’unica versione su cui Ridley Scott ebbe piena libertà

Nel 2017 usciva Blade Runner 2049 firmato da Denis Villeneuve, con Ridley Scott dietro le quinte come produttore esecutivo, Harrison Ford nei soliti panni del detective Rick Deckard, affiancato però questa volta da Ryan Gosling, e la sceneggiatura scritta a quattro mani da Hampton Fancher, co-autore del film originale del 1982, e Michael Green (SmallvilleSex and the CityHeroes Kings), che era stato un collaboratore di Ridley Scott anche per Prometeus. Un ritorno inaspettato, quello di Fancher, ad anni di distanza dalla storica rottura con Scott durante le riprese di Blade Runner: dopo aver faticosamente convinto Philip K. Dick a poter scrivere un adattamento del suo romanzo Il cacciatore di androidi (1968), lo sceneggiatore si ritrova all’improvviso fuori dal progetto per via di un approccio troppo “ecologista” e Scott si rivolge a David Webb Peoples.

Forse non tutti sanno che Blade Runner 2049 costituisce il sequel di una pellicola che di versioni ne presentava ben sette. Quella ora distribuita da Netflix è infatti quella prodotta dalla Warner Bros. nel 2007 in occasione del 25° anniversario del film, l’unica su cui Ridley Scott ebbe totale libertà artistica, tanto da poter rigirare alcune scene. La vicenda del film e del susseguirsi delle versioni è piuttosto burrascosa, ma proviamo a fare un po’ di ordine.

La prima è la Workprint Prototype Version, presentata la prima volta nel marzo del 1982 al Continental Theatre di Denver e al Northpark Cinema di Dallas. Si tratta la versione più corposa: la voce fuori campo è stata quasi completamente tolta, l’atmosfera è più tetra e cupa, sono due i Replicanti a essere stati “fritti passando attraverso il campo elettrico di protezione” – risolvendo la questione del Replicante mancante, su cui torneremo –, mancano la scena onirica dell’Unicorno e il lieto fine. La seconda, San Diego Sneak Preview Version, è stata proiettata nel maggio del 1982 al Cinema 21 Theatre di San Diego ed è caratterizzata da tre inquadrature che non sono presenti in nessun’altra versione, mentre alcune sequenze sono state tolte o modificate; inoltre c’è sempre la voce fuori campo di Rick e poi arriva il lieto fine. Segue la The Domestic Cut, considerata la versione originale classica statunitense, uscita nel giugno 1982, che non presenta molte differenze rispetto alle precedenti, oltre all’aggiunta di alcune scene particolarmente violente – poi eliminate. La versione destinata a una distribuzione all’infuori degli Stati Uniti è la International Cut del 1982, la più violenta in assoluto per via dell’aggiunta di alcune inquadrature, oltre a presentare la voce fuori campo e il lieto fine.

Di qualche anno successiva è la Broadcast Version del 1986, designata alla distribuzione sul piccolo schermo tramite la CBS, nella quale sono state eliminate le scene più spinte per violenza, verbale e fisica, e per sessualità. In occasione del 10° anniversario del film è stata prodotta dalla New Line Home Video un’altra versione, che corrisponde in tutto alla International Cut. Infine, la Director’s Cut rilasciata nel 1992, che presenta modifiche consistenti: la voce fuoricampo è stata eliminata, sono state tolte le scene più cruente (circa 15 secondi) e manca il lieto fine, mentre sono state aggiunte nuove sequenze non presenti in alcun altra versione, dove Rick ubriaco sogna un Unicorno – elemento che proverà definitivamente la sua identità un Replicante.

Ben sei versioni differenti hanno quindi la Final Cut, caratterizzata da piani di transizione, sfondi più curati, voci ri-sincronizzate, immagini e suoni restaurati digitalmente e rimasterizzati. Il merito è da attribuire, tra gli altri, a Vangelis, per le musiche futuristiche, e al fumettista Jean Giraud aka Moebius, che ha fornito l’ispirazione all’industrial designer Syd Mead per costruire i suoi scenari fantascientifici – perché l’artista francese rifiutò di collaborare con Scott. Nonostante sia molto simile al cult a cui siamo tutti affezionati, questa versione presenta alcune importanti modifiche: l’eliminazione della voce fuori campo, la reintroduzione della sequenza dell’Unicorno e un finale non proprio lieto – che nella prima stesura era stato creato utilizzando alcune panoramiche aeree scartate da Shining di Kubrick, dove, per pura coincidenza, aveva recitato Joe Turkel (Tyrell).

L’elemento centrale del film e del romanzo di Philip K. Dick è la presenza dei Replicanti, androidi organici quasi indistinguibili dall’uomo ma più forti, agili e intelligenti, creati dalla Tyrell Corporation e destinati al lavoro nelle colonie spaziali Extramondo. La Squadra Speciale Blade Runner ha proprio il compito di scovare ed eliminare i Replicanti presenti sulla Terra, il cui utilizzo era stato proibito in seguito a una rivolta. Per essere distinti dagli umani vengono sottoposti a un test-interrogatorio atto a rilevare reazioni emotive, il Voight-Kampff – che tutti voi potete provare a questo link.

Ne Il cacciatore di androidi, però, venivano utilizzati solo i termini “Androidi” o “Andies”, scartati nel film per l’effetto comico della loro pronuncia e sostituiti da “Replicante” dietro suggerimento della figlia dello sceneggiatore David Webb Peoples, che stava studiando biochimica. Nonostante questo cambiamento, insieme ad altri meno rilevanti, quando Philip K. Dick, poco prima di morire il 2 marzo 1982, riuscì a vedere i primi 20 minuti del film, reagì con grande soddisfazione: “Era il mio mondo interiore. Lo hanno catturato perfettamente”. Ironia della sorte, né Ridley Scott né David Webb Peoples avevano letto integralmente il suo romanzo.

I Replicanti che la Blade Runner deve fare fuori sono inizialmente sei, uno dei quali era morto folgorato dalle misure difensive della Tyrell Corporation. Ma invece che rimanerne 5, i Replicanti a cui Rick dà la caccia sono solamente 4: nella Workprint Prototype Version l’errore fu corretto facendo in modo che a morire per via della Tyrell Corporation fossero due; poi si cercò un altro modo di sistemare l’incoerenza, togliendo di mezzo il sesto Replicante con una morte naturale nel corso del film; infine si eliminò definitivamente questo Replicante, senza sistemare l’incongruenza nelle battute del Cap. Harry Briant, che sarà risolta solo nella Director’s Cut. Alcuni elementi, tra cui il sopracitato Unicorno e gli origami lasciati dal collega Gaff come indizi del fatto che lui fosse a conoscenza dei suoi sogni e dei suoi ricordi in quanto innestati, insinuano il dubbio che anche Rick sia un Replicante. Questa lettura viene finalmente confermata da Ridley Scott nel 2000: “In Blade Runner anche Ford era un replicante”. Ora i conti tornano.

Per prepararvi alla visione, vi sveliamo due curiosità. La partita a scacchi tra Tyrell e J. F. Sebastian riproduce una partita giocata realmente. Nel 1851 a Londra Anderssen e Kieseritzky si sfidarono in quella che fu poi chiamata The Immortal Game, in riferimento al confronto tra Tyrell e Roy, tra umani e Replicanti: una caccia dell’immortalità da parte dei secondi, decisi ad abbandonare lo statuto di pedoni nel quale sono costretti a “vivere”.

Per quanto riguarda le pistole, invece, l’obiettivo era evitare di usare il banale cliché delle spade laser e David Dryer, il supervisore agli effetti speciali, trovò la soluzione: le armi Black Hole liberano un raggio nero di materiale particellare, che attira la luce in cui si imbatte lungo il suo percorso e implode a contatto con il bersaglio, generando così una morte senza troppo sangue. Nel film si può vedere questo raggio anti-materia esclusivamente per quattro frame, che corrispondono a una frazione di secondo, perché solo uno dei due spari del Replicante Leon fu animato con questo effetto speciale a causa del rischio continuo di sforare il budget – infatti, Ridley Scott e il produttore/scrittore Michael Deeley furono inizialmente licenziati dalla Warner Bros. per problemi nella gestione delle spese e, una volta riassunti, dovettero comunque sottostare alle scelte dei produttori esecutivi Jerry Perenchio e Bud Yorkin.

La colonna sonora è sicuramente un punto di forza di Blade Runner. La prima versione è un adattamento della musica del film originale, curata della New American Orchestra. Le musiche ufficiali, però, sono quelle composte da Vangelis nel 1994, con l’aggiunta di brani inediti. Infine, la versione bootleg venduta nel Natale del 1993 in sole 2000 copie, seguita da un’altra versione del 1995, prodotta dalla Gongo Music in Romania per accontentare chi si era perso quella del ’93, alla quale corrisponde totalmente a parte per la mancanza di una traccia.

Il futuro ormai presente di Blade Runner sembra non essersi avverato, almeno non del tutto. Che Ridley Scott abbia solo sbagliato di qualche anno?

Benedetta Pini

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

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