Viaggio nella Tokyo di Ozu

È sempre un’occasione da non lasciarsi sfuggire quella che ci permette di sederci in poltrona al cinema e rivedere, o vedere per la prima volta, una pietra miliare della storia del cinema, specie se ci apre una finestra sul cinema d’autore di Paesi con la cui cultura probabilmente non ci destreggiamo molto bene, come può esserlo il Giappone. Ed è proprio questo il caso di Viaggio a Tokyo, film degli anni ’50, che il 22 giugno ha aperto un mese durante il quale i cinema Apollo e Anteo di Milano presenteranno ogni settimana un film del maestro Yasujirō Ozu.
Con ogni probabilità il nome, per i poco avvezzi al cinema d’autore con la pellicola sgranata, suonerà completamente sconosciuto, ma vi basti sapere che i migliori tabloid di cinema inseriscono proprio Viaggio a Tokyo nella top 10 dei più bei film mai realizzati e che normalmente questo è l’unico titolo orientale presente in queste classifiche. Inizia a sembrare che valga la pena darci un’occhiata? Ed è davvero così, nonostante non sia una delle visioni più facili.

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La macchina da presa tipica di Ozu è bassa, concentrata per lunghi minuti su un unico punto focale, attenta a protrarre scene quasi interminabili, a sottolineare i volti. Sembra appoggiata su uno dei tipici tatami giapponesi, e da quell’angolazione ritrae ogni minimo dettaglio che altrimenti passerebbe inosservato allo spettatore generalmente disattento. Ed è questo uno dei motivi che, probabilmente, ci rendono così desueta la visione di simili pezzi d’arte; è come soffermarsi in un appartamento arredato in stile barocco: è troppo pesante, fuori dalle nostre corde, lo apprezziamo nella sua arte, ma non lo sentiamo nostro, non sentiamo che possa appartenerci. Il ritmo lento, le musiche sempre uguali, i dialoghi minimalisti e il pastoso bianco e nero – sembra così strano se paragoniamo la data di uscita di questo film, 1953, con quella di Via col Vento, 1939, già a colori quasi vent’anni prima – sono tutti elementi che non facilitano la fruizione di una pellicola ben lontana dai ritmi serrati e dai colori shocking della nostra generazione, che vuole essere frettolosa anche quando è seduta in poltrona davanti a un maxischermo. Il cambiamento, rapido e inesorabile, è proprio il tema portante di queste due ore. Un cambiamento che investe con la propria forza il Giappone, Paese avviato pian piano all’occidentalizzazione, reduce da una guerra in cui è rimasto ferito gravemente da due bombe atomiche.

La storia è semplice, e intramontabile proprio in questa sua semplicità. Shūkichi e Tomi, arrivati ormai al declino delle loro vite decidono di andare a trovare i figli rimasti a Tokyo che non vedono da molto tempo, con la speranza di poter godere della loro compagnia almeno un’ultima volta; ma i due anziani genitori iniziano a essere rimbalzati da una casa all’altra. La delusione di vedere i propri figli così ignari del valore del tempo perduto, degli attimi che scorrono e non possono tornare diventa totalizzante. Non a caso, è proprio una storia così umana a trascendere i confini geografici. Ed è anche una storia atemporale: come la Cassandra dell’Iliade, con più di sessant’anni di anticipo si concentra sul difetto generale di questi nostri giorni trascorsi perennemente con l’acqua alla gola; sia nello sviluppo lento e progressivo del film, sia nel nocciolo della storia.

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Proiettandoci in una cultura a noi molto distante, presenta temi universali: ci scorrono davanti agli occhi usanze quotidiane completamente estranee alla nostra, come il semplice togliersi le scarpe all’entrata, l’accomodarsi in ginocchio al tavolo terribilmente basso, o l’inchinarsi fino a terra per porgere il saluto adeguatamente. Osserviamo le strane ambientazioni e gli arredamenti in scala di grigi come in un manga, i kimono e le capigliature strane, ma tutta questa estraneità passa in secondo piano non appena dobbiamo calarci nei personaggi. Sì, hanno una tempra differente dalla nostra, hanno un comportamento che non ci appartiene, ma i sentimenti sono la lingua globale con cui comunichiamo tutti e, insieme alla cupa solitudine, diventano i veri protagonisti dell’intera storia; proprio in onore di questo tramite universale questa pellicola ha lasciato un’impronta nella storia del cinema internazionale, nonostante l’assenza di geishe e samurai.

È probabilmente un film d’impatto soprattutto per coloro che hanno già vissuto l’impareggiabile esperienza di diventare genitori: si dona la vita ai propri figli, li si accompagna nella crescita, li si osserva compiere le proprie scelte, ma si arriverà sempre al punto in cui diventerà come tentare di trattenere l’acqua con una rete. Nel migliore dei casi costruiranno la loro famiglia e inizieranno a non avere più tempo, a non avere più voglia di aver tempo, si saranno distaccati completamente, e il ciclo riprenderà quando loro stessi saranno diventati genitori.

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È il semplice ciclo naturale dell’evolversi umano, che accomuna qualsiasi generazione e qualsiasi essere umano in ognuno dei sette continenti. Il terribile Saturno divora i propri figli, così come rappresentato da Goya. Gli anni, le mode, gli sviluppi tecnologici si susseguono in un progresso continuo. Gli eventi della nostra vita si rincorrono incessantemente come i raggi di una ruota in perpetuo movimento, e nella loro frenesia ci ritroviamo spesso ad aver perso qualcosa o qualcuno sulla strada senza avervi prestato troppa attenzione, magari rimpiangendo proprio di non averlo fatto. Evoluzione che viene rappresentata perfettamente dallo sviluppo storico della macchina da presa, oggigiorno disabituata ad arrestarsi a lungo su un’inquadratura per permettere di coglierne ogni minuzia, così com’era l’obiettivo diretto dalla mano abile di Ozu. E forse è proprio per questo che un film come Viaggio a Tokyo assume un’importanza completamente nuova alla luce dei giorni nostri: se negli anni passati rappresentava un sublime esercizio cinematografico, oggi ha da insegnare anche qualcosa in più di quanto già non avesse all’epoca; che sia l’apprezzare i sentimenti dei personaggi nonostante non siano eroi o che si tratti solo di imparare a prendere un sospiro e una pausa in più.

Ozu ci ricorda di sfruttare fin da subito il tempo che ci viene concesso perché quelle piccole cose e quelle persone scontate domani potrebbero essere sparite ed essersi rivelate non così banali. D’altra parte, il valore della preziosità del tempo non poteva esserci insegnato da nessuno che non fosse un esponente del Paese del caduco fiore di ciliegio.

Insomma, non ci sono ulteriori scuse; per chi se lo fosse perso al cinema Apollo il 22 giugno, può recuperare il 24 dello stesso mese all’Anteo, in attesa del prossimo appuntamento il 29 giugno con Fiori d’equinozio.

Gloria Venegoni

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

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