L’inquilino del terzo piano: Un thriller inspiegabile

I più grandi artisti sono spesso ricordati a partire dalle loro estravaganze: ogni genio può vantare un ruolo da protagonista in una o più storie eclatanti, fitte di chiaroscuri e costellate di circostanze incredibili. Esiste tuttavia una piega del panorama artistico dove a fondersi sono le nevrosi dell’autore e l’opera d’arte vera e propria, che si delinea a partire da queste.

L’inquilino del terzo piano nasce dalla mente del cineasta Roman Polanski e denuncia il forte legame tra creatore e creatura a partire dai caratteri del protagonista, Trelkowski (impersonato dallo stesso Polanski), impiegatuccio di origine polacca trasferitosi a Parigi. È impossibile non osservare in filigrana il profilo di un giovane Polanski occupato a sbarcare il lunario in una città che non intende aiutarlo. La pellicola, lunga e complessa nel suo svolgimento, stupisce per la trama, che ridotta a mero scheletro di fabula appare piuttosto snella: un impiegato straniero cerca una sistemazione in città e medita di occupare il bilocale di Simone Choule (Romain Bouteille), una ragazza che ha tentato il suicidio due giorni prima ed è ricoverata in fin di vita. È così interessato all’appartamento da visitare la moribonda, che non appena lo vede ha un attacco isterico. L’accadimento non cambia però le intenzioni del polacco, che il giorno seguente, sopraggiunta la morte dell’aspirante suicida, si trasferisce ufficialmente.

Lo sguardo deformante della macchina da presa trasforma uno stralcio di vita gretto e avvilente in thriller psicologico. Le caratteristiche degli abitanti del condominio di Trelkowski, la cui fisionomia è al massimo grado di stereotipazione, assumono progressivamente e con una strategia di esagerazione delle tinte orrorifiche. Gli spettabili condomini bassoborghesi, indispettiti dal baccano provocato dalla locazione del polacco, si trasformano in grotteschi carnefici che inseguono la loro vittima con il solo scopo di spingerla al suicidio, così come avrebbero fatto con la giovane Simone; sembrano persino volerlo spingere, paradossalmente, a identificarsi con la dipartita.

Una serie di espedienti tra il verosimile e il paranormale strutturano il microcosmo sinistro del condominio, alimentando e mostrando le nevrosi del protagonista: a partire dall’inspiegabile presenza di individui occupati a fissare il soggiorno di Trelkowski dalla finestra della toilette comune, passando per l’inspiegabile mania del cameriere del bar dietro casa, che serve il protagonista solo e soltanto con ciò che Simone era solita prendere la mattina (una cioccolata e un pacchetto di Marlboro). E lo spettatore continua a chiedersi se l’impiegatuccio sia impazzito o effettivamente vittima di un complotto.

Ciò che affascina è l’impossibilità di individuare una spiegazione plausibile per lo scioglimento della trama: Trelkowski potrebbe essere una vittima dell’azione di un condominio di psicopatici o semplicemente un pazzo, oppure potrebbe essere in qualche modo legato a una bislacca reincarnazione di Simone nel suo corpo. Nessuna spiegazione riesce a chiudere il cerchio, complice la disseminazione volontaria di indizi contrastanti all’interno di ogni scena; ma la storia va avanti. A farla da padrone è il mistero: una serie di avvenimenti fitti di chiaroscuri aggrovigliano le vicende, mentre Trelkowski, sempre più l’ombra di un uomo, si scopre parente alla lontana di Raskolnikov (Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij) e Gregor Samsa (La metamorfosi di Franz Kafka), vittima di un’alienazione nevrotica che lo rende protagonista di un incrocio contorto tra un delitto senza castigo e un castigo senza delitto. A complicare la situazione di Trelkowski la totale impossibilità di chiedere aiuto al mondo circostante, indifferente o malato.

Le inquadrature, sempre più buie e raccolte in scene d’interni, si fanno claustrofobiche, mentre il prosieguo della storia segna il distacco totale di Trelkowski dai suoi amici, ma non solo da loro: il distacco è ben più grave, e segna l’incapacità di legare individuo e società, di trovare un linguaggio comune. Le vicende assumono tinte sempre più extra-ordinarie affinché lo sguardo dello spettatore si mantenga forzatamente incollato a quello di Trelkowski senza alcuna pausa o momenti di riepilogo e respiro. Man mano la psiche del protagonista viene smantellata, e l’unica possibilità lasciata al pubblico è quella di seguirne le deviazioni: gli strumenti di comunicazione e simbolizzazione condivisi dagli esseri umani dipendono dall’osservanza di un patto sociale, che prevede una serie di limitazioni e convenzioni, ma quando un individuo smette di accettare questo gioco la realtà in cui ha sempre vissuto perde la propria forma e assume un significato altro, estraneo. In quest’ottica, la nuova dimensione trasforma il protagonista in una creatura bifronte, uomo e donna allo stesso tempo, vivo e morto; mentre invano cerca di mantenere la propria “vecchia” identità, oramai dilaniata e sdoppiata, difendendone i frammenti fino allo stremo.

Tra i riflessi sinistri del gioiello narrativo si intravede una serie di caratteristiche che tradiscono la mano di Polanski, sempre attento a esaltare la problematicità dell’esistenza, o meglio, di una sua definizione. Trelkowski-Simone è vittima dello sguardo del cineasta, portato a confondere la differenza tra realtà e allucinazione, sesso maschile e femminile, vita e morte. Contribuisce a questo effetto la calibrata gestione di regia e fotografia, che raggiungono picchi qualitativi nei momenti di obnubilazione del protagonista, complice un’attentissima disposizione del materiale profilmico, dall’effetto manieristico e irreale. Alcuni di questi oggetti fanno parte dell’immaginario tipicamente  polanskiano: specchi, ampie finestre e vecchi suppellettili in primis (si pensi a Repulsion e Rosemary’s Baby), ma anche trucchi e tacchi a spillo (si pensi al recente  Venere in pelliccia).

Se la prima metà del film alimenta i dubbi, si assiste successivamente a una vera e propria discesa agli inferi che non prevede anabasi, ma soltanto un epilogo tragico, dalla forte dimensione teatrale. Trelkowski, sicuro di essere ormai spacciato, si prepara al salto nel vuoto, oltre la finestra. Lo spettatore rimane a occhi sgranati mentre assiste al crudo suicidio di un uomo che lotta per mantenere un’identità, mentre tutti lo osservano da una postazione straniata, da un altro sistema di significazione. L’ultima scena alimenta l’intrigo, crea un cortocircuito temporale: l’atto estremo di Trelkowski-Simone non permette catarsi; la parabola narrativa fatica a chiudersi e si piega su se stessa, tornando paradossalmente all’origine e dando vita a un sinistro (e inspiegabile) cerchio.

Ambrogio Arienti

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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