Movie Tips: Requiem for a Dream

[…] E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo? […]
Quando scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio
come una buona nota.
(Il Cantico dei Drogati – Fabrizio De André)

Uscito oramai 15 anni fa, questo film colpisce intenso come una coltellata nel petto: il suo linguaggio squisitamente sperimentale crea una climax ascendente di disgusto e dolore in chi ha il coraggio di arrivare alla fine. Il tempo impiegato per guardarlo non sarà sicuramente andato sprecato.

Il soggetto, apparentemente semplice e fortemente coinvolgente, racconta il totale annientamento di quattro persone attraverso la droga e i sogni effimeri che ognuno di loro cova. Sara Goldfarb – una fantastica Ellen Burstyn – è una casalinga vedova che passa il tempo a guardare un talk-show televisivo, e nella convinzione di essere stata chiamata a parteciparvi, prende delle “pillole” dimagranti – in realtà anfetamine – prescrittele da un medico per riuscire a rientrare nel suo giovanile abito rosso; suo figlio Harry, insieme alla sua ragazza Marion e al suo amico Tyrone – il tossico trittico composto da Jared Leto, Jennifer Connelly e Marlon Wayans – cerca di procurarsi la droga in modi squallidi, cercando al contempo, senza riuscirci, di sollevare la propria condizione di vita: la dipendenza dalla droga li rende fragili e inclini all’autodistruzione. Emblematici a tal proposito sono i titoli dei tre capitoli in cui la pellicola è divisa: Estate, Autunno, Inverno: per i personaggi non c’è Primavera, non c’è alcuna possibilità di redenzione, ciascuno è in balia di una vorticosa caduta.
A scene tragiche, angoscianti e a tratti rivoltanti, si accostano sequenze di estrema tenerezza, come il dialogo amoroso tra Marion e Harry, o i ricordi sbiaditi che Tyrone ha dell’affetto materno: difficile trattenere le lacrime.

Requiem for a Dream non parla di droga, o meglio, non solo: l’intento del visionario regista Darren Aronofsky è quello di sfatare il mito del sogno americano, di una società fatta di luci sfavillanti che accecano e drogano le menti con falsi desideri e speranze. La questione non riguarda solo l’individuo, ma è sistemica, insita nella struttura stessa della società, che proprio da ciò trae la sua forza. Il recentissimo Vizio di forma, seppur con modalità differenti, tratta proprio questo senso di nostalgica perdita – sulla scia dei Grandi Robert Altman e Wim Wenders – sentimento ben trasmesso anche in Nebaska di Alexander Payne grazie alla curata fotografia di Phedon Papamichael. E a tal proposito non dimentichiamoci di film come Revolutionary Road, che affronta la questione con un punto di vista fortemente drammatico, Il fondamentalista riluttante, la pellicola poco conosciuta ma qualitativamente altra di Mira Nair e Il Grande Gatsby, superbo emblema del frantumarsi dell’American Dream.

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Aronofsky, già dimostratosi uno dei più importanti registi sulla piazza con la sua opera prima π – Il Teorema del Delirio, ripropone in Requiem for a Dream alcune sue tipiche scelte stilistiche estreme, che immergono pienamente lo spettatore nella frenesia e nell’angoscia che i personaggi stessi provano. L’uso di split screen, di montaggi velocissimi, del time-lapse, di telecamere legate agli attori – ottenendo un effetto di rapido di movimento simile a quello della soggettiva – di primi piani schiacciatissimi sui volti e, in generale, di una forma spiazzante di iperrealismo. L’effetto è un ritmo talmente incalzante da non lasciare allo spettatore né il tempo né lo spazio di riflettere o fantasticare. Proprio per questo può essere definito un film altamente “dispotico”, che obbliga il fruitore alla propria fastidiosa e costringente visione. Non a caso, queste scelte tecniche estremamente originali gli sono valse il premio per la regia al Sundance Film Festival del 1998 con π – Il Teorema del Delirio

Come in buona parte di tutti i grandi film, è presente una meravigliosa colonna sonora, il cui tema principale (Lux Æeterna) è stato molto riutilizzato in seguito in moltissimi altri trailer e film, tra cui emerge Il Signore Degli Anelli – Le Due Torri. Anche Clint Mansell, il compositore, calca la mano sull’ideale di tragicità che permea il film intero, come suggeriscono gli intervalli martellanti di seconda maggiore e terza minore su cui il tema principale si poggia.

Insomma, ci troviamo davanti a un film “completo”, un’“opera d’arte totale”, come avrebbe detto Wagner, che abbraccia lo spettatore, avvolgendolo come una morsa, e che si allenta piano piano solo al termine dei titoli di coda. Ma anche di fronte allo schermo nero l’angoscia non è terminata: si rimane incollati alla poltrona, senza via di scampo dalla riflessione su ciò che si ha appena visto, allibiti dal profondo nichilismo – ben diverso da quello grottesco dei Nichilisti dei Coen – che il film ispira. Aronofky, infatti, inconsapevolmente – o forse no? – ripropone abilmente la riflessione sul valore della categoria estetica del brutto, dell’orrido, elevandola senza timore e, anzi, con decisione a Arte vera e propria, “buttandola addosso” allo spettatore.

Il regista newyorkese ci ha regalato anche in seguito delle perle cinematografiche come Il Cigno Nero e The Wrestler, che rimangono però più vicini a una regia “classica”. La speranza è che sia in grado di produrre altre pellicole della portata di Requiem for a Dream, dato che il suo ultimo lavoro, Noah, non è stato altro che una gran baracconata milionaria.

Luca Paterlini e Benedetta Pini 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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