MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso mezzi diversi: i film, che possono essere in Cartellone o a noleggio, il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti, il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; e ancora, la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri, i Focus, gli Speciali e le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.
La recenti uscite cinematografiche, Il buco o A Chiara ad esempio, hanno dimostrato che la nostra industria è capace di osare, producendo lungometraggi che riescono a imporsi anche nel mercato internazionale. Questo mese di ottobre, quindi, è dedicato al nostro cinema italiano, che esploriamo passando attraverso tipologie diverse di film, sia per generi che per registi. Dai grandi maestri come Olmi e Petri ai nuovi volti come Frammartino, passando per classici recentemente restaurati. In parallelo, MUBI dedica al Kiyoshi Kurosawa un dittico che rappresenta la summa della sua carriera.
Il mestiere delle armi, Ermanno Olmi, Italia, 2001 (2 ottobre)
Per quanto sulla carta sembrino non avere niente in comune, sia il primo che l’ultimo film diretti da Ermanno Olmi nel nuovo millennio – Vedete sono uno di voi (2017) e Il mestiere delle armi – presentano notevoli punti di contatto. Entrambi possono essere visti come studi sulla decadenza storica, ma se l’analisi della vita del cardinale Martini metteva in evidenza gli ultimi anni in cui Milano riuscì a mantenere la propria posizione di capitale morale del paese, prima di venire travolta dagli scandali di Tangentopoli, Il mestiere delle armi riflette sul tramonto del dominio europeo dell’Italia e, più in generale, sull’eclissi di quello che noi oggi indichiamo come Medioevo. A una ricostruzione storica impeccabile, ancora rimasta ineguagliata nel cinema italiano, si accosta una riflessione sullo scorrere del tempo alla luce della progressiva conquista dei territori da parte di potenze straniere, forti di invenzioni militari all’avanguardia. Si conclude così l’epoca dei capitani di ventura, spazzati via da una concezione moderna di esercito.
Le quattro volte, Michelangelo Frammartino, Italia, 2011 (9 ottobre)
Michelangelo Frammartino, volto noto all’estero, mentre in Italia ancora relegato nella scena indipendente, rifugge ogni categorizzazione semplicistica, ibridando elementi tipici della produzione sperimentale, dello “slow cinema” e del cinema etnografico. Le quattro volte non fa eccezione, mettendo in scena la ciclicità del mondo agreste attraverso lo scorrere del tempo, in contrasto con l’apparente staticità registica che richiama il cinema di Franco Piavoli. Se il regista bresciano nel recente Festa (2016) si concentrava principalmente sulla ciclicità dei festeggiamenti della tradizione contadina, attraverso uno sguardo documentaristico mediato dalle opere di Leopardi e Pascoli, Frammartino è invece meno interessato all’uomo in sé, quanto piuttosto al suo rapporto unico con la natura. Ed è questa la dualità su cui si fonda la poetica del regista, basti pensare ad Alberi (2013), dove metteva in scena una strana usanza agricola di origine medievale in cui gli uomini si travestivano da alberi, o al recente Il Buco, in cui narrazione si basa sul rapporto parallelo tra un vecchio pastore e una grotta da esplorare.
Il portiere di notte, Liliana Cavani, Italia, 1974 (29 ottobre)
Probabilmente il lavoro più noto di Liliana Cavani, Il portiere di notte viene presentato su MUBI dopo un lungo e laborioso restauro che ha salvato il film dalla distruzione, curato personalmente dalla regista, che ha assistito alla fase di color correction assicurandosi che venisse realizzata una versione quanto più vicina possibile all’originale. Il lavoro finale è ora disponibile, facendo finalmente tornare a risplendere la fotografia originale curata da Alfio Contini, tutta virata sulla gamma dei blu. Nel film, ogni possibile cenno alla vitalità post bellica viene eliminato, facendo sprofondare i personaggi in un contesto fuori dalla storia in cui ci si muove come dei fantasmi. Questo permette alla narrazione di non scivolare nel banalmente erotico (cosa che non sempre succede in opere di questo genere, come in Salon Kitty di Brass), unendo ai demoni della Seconda guerra mondiale una sessualità cupa e trasgressiva che sfugge alla nostra morale. Non stupisce che la estera, specialmente in un paese bigotto e puritano come gli Stati Uniti d’America, rimasero indignate da questo accostamento, e la recensione di Roger Ebert lo dimostra. Eppure, quello di Cavani è un film capace ancora di interrogare un pubblico fin troppo coccolato dalle produzioni recenti riguardo a un passato cancellato con fin troppa facilità, a cui si guarda con un’imbarazzante leggerezza.
Pulse, Kiyoshi Kurosawa, Giappone 2001 (31 ottobre)
Pulse rappresenta uno dei film più noti della corrente del J-Horror che prese vigore alla fine degli anni Novanta e nei primi Duemila e rappresenta la conclusione di quell’era giapponese di autori contemporanei di horror, action e yakuza eiga noti anche in occidente. Pulse porta così a una coerente conclusione un ragionamento sulla società nipponica che numerosi registi stavano affrontando esclusivamente tramite il genere, come Miike, Sono e Tsukamoto, evidenziando lo squilibrato balzo tecnologico che il Giappone intraprese negli anni Ottanta e che porterà a una società sempre più chiusa in sé stessa, alienata dalla progressiva nascita di metropoli tentacolari la cui estetica cambierà l’intera produzione artistica nazionale. Ciò che sembra accomunare tutti i registi di quel periodo è la consapevolezza che sotto questi giganteschi grattacieli in cristallo si celi un disagio sempre più diffuso, fatto di povertà acuta e problemi non risolti. Questo porta a due ricerche estetiche parallele: da una parte le città moderne con quartieri all’avanguardia, dall’altra i bassifondi in cui la muffa e il degrado regnano sovrani. È proprio questo dualismo che caratterizza il cinema di Kurosawa e, non a caso, anche il sistema narrativo che regola Pulse.
Elio Petri – Appunti su un autore, Federico Bacci, Stefano Leone, Nicola Guarneri, Italia, 2005 (Videoteca)
Solo recentemente Elio Petri sta riacquisendo la fama che merita nel nostro paese, dopo decenni di oblio dovuti non solo all’ermetismo dei suoi ultimi lavori, ma anche alle sue posizioni politiche radicali che mal si accompagnavano con la progressiva depoliticizzazione degli spazi culturali. Sarebbe sbagliato però ridurre il regista a un martire di sinistra occultato dai partiti più conservatori, perché a ostracizzarlo furono entrambi gli schieramenti politici, che stroncavano senza pietà i suoi film (in particolare La classe operaia va in paradiso del 1971 e La proprietà non è più un furto del 1973). Tutto questo culminò con l’uscita di Todo Modo (1976), che rimase in sala solo pochi giorni, per poi sparire misteriosamente senza essere mai più riproposto, né in televisione né in videocassetta. Solo recentemente, in occasione del restauro, il film è tornato disponibile sul mercato, disinnescando un’opera problematica che indagava con sospetto le crepe della Prima Repubblica, in particolare della Democrazia Cristiana. Il documentario Elio Petri – Appunti su un autore ripercorre tutta la carriera del regista, soffermandosi proprio sulle difficoltà produttive e politiche che molte delle sue opere dovettero affrontare, offrendo uno sguardo su un sistema produttivo completamente diverso da quello di oggi, ora normalizzato, depoliticizzato e massificato.
In omaggio all’arte italiana!, Jean-Marie Straub, Italia, 2015 (Videoteca)

Progettato come parte di un’installazione alla Biennale di Venezia, è un frammento dell’ultima bobina del film Lezioni di storia (1972), tratto dal romanzo incompiuto di Brecht Gli affari del signor Giulio Cesare. In questa breve sequenza viene mostrato uno dei tanti colloqui di Cesare attraverso cui viene analizzata la sua carriera, in chiave non militare ma economica. Così come il cinema nasce come un’arte commerciale che dipende da un ricavato economico, anche le immagini che provengono dal passato non solo la libera manifestazione di un artista ma dipendono da un volere altro ,spesso mediato da un contesto politico e sociale preciso che ne ha caratterizzato l’evoluzione nei secoli.
Moglie di una spia, Kiyoshi Kurosawa, Giappone, 2020 (Videoteca)
Seconda parte di questo dittico di MUBI su Kurosawa, l’ultimo lavoro del regista esemplifica la produzione attuale del regista, meno attenta al genere puro e più vicina a un cinema che potremmo definire classico ma con una rinnovata attenzione verso storie realistiche e intimiste. Moglie di una spia nasce come un film per la televisione ed è poi stato presentato in Concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, vincendo il Leone d’Argento per la migliore regia. Si tratta di un film in costume, da molti definito hitchcockiano, ambientato durante l’occupazione giapponese in Manciuria. Quello a interessa principalmente a Kurosawa, che si avvale di Hamaguchi come sceneggiatore, è il rapporto tra cinema e realtà mediato dall’abitudine del protagonista di realizzare brevi home movies. Si innesta così un’ambiguità su quello che il pubblico vede: si tratta della realtà o di una messa in scena da parte degli stessi personaggi della finzione? Questa confusione viene sfruttata dal regista per delineare non solo i rapporti tra i personaggi, ma anche quelli che regolano le dinamiche storico-politiche, sulla scia dell’opera di Obayashi, morto di recente, la cui influenza è estremamente palese in diverse sequenze.
Brother, Aleksej Balabanov, Russia, 1997 (Videoteca)

Aleksey Balabanov è una delle figure più controverse del cinema russo moderno. Odiato dai sostenitori di Putin per l’impietosa rappresentazione delle conseguenze dovute alla disfatta bellica in Afghanistan in Cargo 200 (2007) – proposto da MUBI a ottobre -, ma anche disprezzato dalle fasce più liberali per la rappresentazione denigratoria delle minoranze delle ex repubbliche sovietiche. Questa posizione ha portato il regista a un progressivo allontanamento dalla scena cinematografica internazionale, fino alla morte precoce avvenuta qualche anno fa. MUBI ripropone gran parte dei suoi lungometraggi, in gran parte inediti in Italia se non per qualche messa in onda a Fuori Orario, tra cui il più noto, Brother che in patria ha raggiunto lo status di cult per via della ricostruzione fedele delle sensazioni provate dai cittadini russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Il crollo delle certezze politiche viene messo in secondo piano rispetto al crollo morale e personale degli individui, in un’esistenza dominata da criminalità, incertezza, sporcizia e povertà, sotto al controllo della neonata mafia russa. Il film restituisce questo quadro attraverso un protagonista modellato non sui canoni dell’action movie, un ragazzo di periferia che si ritrova invischiato in una lotta tra sicari e che per sopravvivere non può fare altro che accettare le regole di questo mondo oscuro. Gli unici valori che rimangono sono quelli della famiglia, mentre gli ideali di uguaglianza sembrano essersi sciolti come neve al sole.
Davide Rui






