I film da tenere d’occhio su MUBI a dicembre

MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Il concetto di Storia nella storia del cinema ha incarnato diversi significati e si è concretizzata in soluzioni mai univoche. Se guardiamo a Rohmer o Desplechin, la Storia diviene personale e individuale; in altri autori è il motore propulsore della creazione artistica; mentre Jost fonda sulla Storia dell’arte le sue finzioni. Altri ancora come Santiago o Strickland cercano di cristallizzarla e studiarla in senso quasi classico. Per Noé, Jodorowsky e Baudelaire la Storia è un elemento talmente labile da poter essere manipolato giocando con quello che reputiamo verità e quello che riteniamo finzione.

La Sonata a Kreutzer, Éric Rohmer, Francia, 1956 (10 dicembre)

https://youtu.be/4MeVnl5kmRs

La retrospettiva dedicata a Éric Rohmer continua con due dei suoi primi lavori di finzione: Bérénice (1954) e La Sonata a Kreutzer (1956). Specialmente il secondo anticipò gli sviluppi fondamentali della produzione successiva del regista e, analizzato da una certa prospettiva, restituisce un’istantanea del panorama culturale cinematografico francese dell’epoca, non solo per la presenza fisica di personalità cardinali della Nouvelle Vague (Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, André Bazin e François Truffaut) ma anche per la scelta di sviluppare la vicenda all’interno dei leggendari uffici dei Cahiers du Cinéma. Come altri lavori del medesimo periodo, e a differenza dei successivi cicli dei Racconti Morali e di Commedie e Proverbi, La Sonata a Kreutzer presenta spunti autobiografici di Rohmer, e il protagonista è velatamente un suo alter ego: un architetto drammaticamente diviso tra la propria carriera e un complesso rapporto sentimentale.

Cold Meridian, Peter Strickland, Regno Unito, 2020 (11 dicembre)    

La Autonomous Sensory Meridian Response (ASMR) è una sensazione di rilassamento mentale stimolata da particolari fattori uditivi e visuali. Da diversi anni YouTube è invasa da video che applicano questa tecnica, con effetto altamente rilassante, per veicolare ogni tipo di contenuto, dai puù quotidiani ai più strani, sfociando anche nella pornografia. Non deve stupire, quindi, che un regista come Peter Strickland, già autore di opere sperimentali come In Fabric (2018) o Berberian Sound Studio (2012), basate sulla riproduzione dei suoni e delle sensazioni specifiche che suscitano, si sia interessato a questo fenomeno. Lo stesso autore descrive Cold Meridian come un ASMR horror ispirato dai movimenti musicali sperimentali degli anni ’80, tra cui il capolavoro Café-Table-Musik (1982) di Franco Battiato. Il cortometraggio ribalta tuttavia l’effetto dell’ASMR, che viene qui utilizzata per suscitare ansia e paura, invece che rilassamento mentale, lanciandoci in un incubo lucido e disturbante.

Invasión, Hugo Santiago, Argentina, 1969 (20 dicembre)

Non è facile parlare di film che rimangono incompleti a causa di tortuose vicende produttive, ed è anche il caso di Invasión di Hugo Santiago. Il film ha infatti subìto le ingerenze della macchina censoria argentina, uscendone parecchio menomato da pesanti tagli (ma quasi del tutto recuperati). MUBI distribuisce finalmente il restauro di quest’opera, emblema del contrasto tematizzato da tutto il cinema latinoamericano degli anni ’60 e ’70, in un momento di grandi cambiamenti geopolitici nel territorio: la tensione tra le innovazioni importate dalla Francia e la fedeltà ai canoni estetici tradizionali degli Stati Uniti. L’ansia e l’incertezza verso un futuro intriso di paura per una possibile dittatura anticipano la cosiddetta Guerra Sporca e il colpo di stato di Pinochet grazie all’aiuto celato degli americani. La vicenda narrata, quella della resistenza di un gruppo di civili contro l’invasione segreta della città di Aquileia da parte di una milizia straniera (facilmente individuabile come quella americana), viene messa in scena seguendo gli stilemi del noir classico. Ma la regia non è altrettanto classica, e assorbe le novità d’oltreoceano: jump cut frequenti e un approccio sperimentale alla finzione, dovuto in parte alla sceneggiatura di Jorge Luis Borges. Hugo Santiago decide infatti di emulare l’operazione di Jean Luc Gordard di Fino all’ultimo Respiro (1960), un film dedicato alla tradizione di quel cinema americano di serie B che si preparava a stravolgere.

Un film dramatique, Eric Baudelaire, Francia, 2019 (21 dicembre)

Eric Baudelaire è sempre stato un regista fuori dagli schemi, che infranse sia i cliché gettonati del documentario sia quelli del cinema sperimentale tradizionale. A nove anni dal suo lavoro più celebre, The Anabasis of May and Fusako Shigenobu, Masao Adachi, and 27 Years Without Images (2011), in cui realtà e finzione venivano fusi per raccontare gli anni di esilio del cineasta e militante comunista giapponese Masao Adachi, questa carica innovatrice non ha ancora abbandonato il suo cinema, che torna a riflettere sul concetto di comunità e lotta di classe. Un film dramatique si allontana dalla rappresentazione tradizionale della politica, conducendoci in una scuola media della banlieue di San Denis a Parigi, dove per quattro anni si è tenuto un laboratorio cinematografico. Il documentario, dichiaratamente apolide, non è l’espressione di un autore con una propria poetica, quanto piuttosto la concretizzazione di una visione collettiva, che ha nelle immagini l’unico mezzo di comunicazione possibile. Baudelaire stesso decide infatti di tirarsi indietro e sparire completamente dal proprio progetto, nella volontà di dimostrare l’assoluta irrilevanza del protagonismo all’interno di una comunità dai valori condivisi.

Enter the Void, Gaspar Noé, Francia, 2009 (23 dicembre)

Dopo lo scandalo provocato da Irréversible (2002), la figura di Gaspar Noé – esponente della corrente del New French Extremism – sembrava scomparsa nel nulla, soprattutto in paesi come il nostro, dove il film era stato sbrigativamente bollato pornografia estetizzante della violenza. La presentazione, a distanza di sette anni, al Festival di Cannes di Enter the Void provocò ancora lo sdegno della stampa nostrana, sancendo la fine di ogni interesse critico nei riguardi del regista. Rileggere ora quelle recensioni ha un effetto ironico, non solo perché quel film è diventato un punto di partenza importante per molti giovani registi, ma anche per la capacità di Gaspar Noé di diventare la voce dell’anti retorica europea, con opere come Love (2015) o Climax (2018). Enter the Void si è affermato nel tempo come il film cult degli anni Dieci: si rivolgeva esclusivamente a Millenial e Gen Z, è stato mal distribuito ed era diverso da tutto quello che veniva offerto dalla distribuzione italiana, educando chi è rimasto orfano dell’esperienza dei cineforum o di Fuori Orario e affinandone il gusto per preparare il campo a lavori iconici della Gen Z come quelli Mandico, Panos Cosmatos o dei fratelli Safdie.

Racconto di Natale, Arnaud Desplechin, Francia, 2008 (25 dicembre)

Meno conosciuto dei connazionali fratelli Dardenne o di Bruno Dumont, Arnaud Desplechin rimane uno dei maggiori esponenti del cinema francese post Nouvelle Vague, capace di ripensare un cinema classico in modo mai scontato, spesso giocando con le maglie degli stilemi dei generi, come nel caso del suo ultimo Roubaix, una luce (2019). In Racconto di Natale, invece, le velleità sperimentali del regista vengono meno, per abbracciare un mondo visivo naturalistico e normato, che ricorda per certi aspetti Robert Guédiguian e il suo post neorealismo francese. Il regista decostruisce così la struttura di quei lungometraggi d’autore che rientrano nel filone familiare: non mette semplicemente in scena una reunion litigiosa, ma il disfacimento nel tempo e nello spazio di un gruppo familiare destinato alla rovina emotiva. Evitando gli stilemi tipici del genere, Desplechin adotta un approccio per certi versi documentaristico, applicandolo in un contesto paradossale e assolutamente melodrammatico.

La Montagna Sacra, Alejandro Jodorowsky, Messico, 1973 (26 dicembre)

La visione del visionario La Montagna Sacra fu talmente folgorante per il produttore francese Jean-Paul Gibon che decise di comprare i diritti per la trasposizione cinematografica dell’epopea fantascientifica Dune, pensando di affidarne la regia al regista cileno. Il progetto, come raccontato nel documentario di Frank Pavich Jodorowsky’s Dune (2013), naufragò e venne affidato a un regista altrettanto visionario: David Lynch. La montagna sacra ebbe un impatto immaginifico che stravolse il concetto stesso di cinema, dipingendo sul grande schermo quelle sensazioni metafisiche che prima di allora erano comunicabili solo sulla carta stampata. Il sapere esoterico di Jodorowski e le sue capacità registiche maturate nelle produzioni precedenti, El Topo (1970) e Fando y Lis (1968) su tutte, portano a compimento un’esperienza visiva senza precedenti, che richiama allo stesso tempo le grandi opere del rinascimento europeo e gli happening del Sessantotto cinematografico. Il passato e il futuro prossimo vengono messi in discussione e stravolti, e dall’ateismo impegnato del Maggio Francese si arriva ai culti religiosi esoterici ed esotici. Un’opera iconoclasta ma ancorata a una tradizione magica senza tempo.

All the Vermeers in New York, Jon Jost, USA, 1990 (28 dicembre)

Jon Jost è un nome di riferimento del panorama sperimentale americano, ma All the Vermeers in New York rappresentazione l’unica eccezione della sua filmografia. La stima del regista per l’opera pittorica di Vermeer lo ha infatti spinto ad affrontare il suo primo e unico film narrativo, trovando un equilibrio tra soggetto forte e idee visive agli antipodi rispetto al cinema classico. Il lungometraggio mette in scena la relazione travagliata tra una cantante d’opera e un broker della finanza newyorkese, nata per un’associazione del protagonista tra la donna e un quadro di Vermeer – prendendo spunto e omaggiando La donna che visse due volte di Hitchcock, -, che Jost ci fa scoprire bombardandoci di continue citazioni artistiche, portandoci progressivamente all’interno di un universo in cui lo sviluppo dei personaggi avviene unicamente per stimoli visivi.

Davide Rui

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Combo x mega basic | Turin 19/4/2026

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