I film da tenere d’occhio su MUBI ad aprile

MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Questo mese è dedicato a cineasti e ai soggetti misfit, “fuori luogo”. Che si tratti di film realizzati da registi al di fuori del proprio paese di origine, come nel caso di Erich von Stroheim o Michael Haneke, che si trovano a coniugare la propria visione artistica a quella di un’industria cinematografica spesso non allineata a certe pulsioni artistiche, com’è avvenuto con la spaccatura tra cinema americano e cinema europeo negli anni Venti. Oppure che si tratti di film con protagonisti fuori dal tempo e dallo spazio, collocati in un ambiente alieno. O, ancora, personaggi che cercano di trovare disperatamente il proprio spazio nel mondo con mezzi diversi, come la filosofia, la cucina e il terrorismo.

Malmkrog, Cristi Puiu, Romania, 2020 (disponibile su MUBI dal 3 aprile)

Con l’arrivo del nuovo curatore Carlo Chatrian, nella Berlinale del 2020 è nata una nuova sezione, Inconters, che si inserisce in uno spazio già affollatissimo. Quello che contraddistingue questa parte del festival è la scelta di opere che in un modo o nell’altro rompono gli schemi di fruizione e creazione cinematografica avvicinandosi a una ricerca artistica più vicina alla curatela di Locarno. I vincitori assoluti dell’edizione 2020 sono stati il titanico The Works and Days (of Tayoko Shiojiri in the Shiotani Basin) di C.W. Winter e Anders Edström (2020) che non ha ancora trovato una distribuzione e Malmkrog di Cristi Puiu. Quest’ultimo sarà finalmente visibile sulla piattaforma MUBI che ne ha comprato i diritti di distribuzione nel nostro paese. Nonostante sia l’ultima opera di un regista che ha vinto in passato la sezione Un Certain Regard Award al festival di Cannes con La morte del signor Lazarescu difficilmente questo ultimo lavoro troverebbe spazio nel mondo distributivo nostrano. Malmkrog è, da un certo punto di vista, un film estremamente filosofico e poco “cinematografico” nel senso classico del termine mettendo in scena una lunga cena del primo Novecento durante la quale gli ospiti di diversa estrazione sociale e credo politico dibattono su temi che possono spaziare dall’attualità politica all’astrattismo. Il lungometraggio che supera le tre ore frammenta queste discussioni attraverso una divisione in capitoli in cui il punto di vista cambia costantemente insieme al registro visuale per approfondire il pensiero di ogni membro della tavolata. Come diversi critici hanno fatto notare, Malmkrog non è altro che una trasformazione radicale di un particolare tipo di lungometraggio filosofico che prende piede sulla scia delle opere realizzati da Éric Rohmer e in parte attualizzati e rimaneggiati negli anni novanta attraverso le controverse opere di Jean-Claude Brisseau.

Ramen Shop, Eric Khoo, Singapore, 2018 (disponibile su MUBI dal 22 aprile)

Premessa: Ramen Shop non è un film indimenticabile, e non brilla né per l’unicità tematica né per la messa in scena. È un melodramma famigliare in cui il cibo, specialmente la sua preparazione, svolge un ruolo essenziale. Di lungometraggi di questo tipo ne esistono parecchi e di migliori, come nel caso di Le ricette della signora Toku (2015) di Naomi Kawase o Tampopo (1985) di Jūzō Itami. Ma ciò che rende questo film rilevante è la sua premessa narrativa: un giovane cuoco giapponese di origini singaporiane alla morte del padre riscopre i diari della sua famiglia e decide di rinfoltire il legame perso con i parenti che si trovano al di là dell’oceano. La cucina svolge dunque non solo il ruolo di collante narrativo nella costruzione di un dramma familiare, ma anche di filo rosso tra due tradizioni culinarie differenti eppure per certi versi vicine. Come molti ragazzi di seconda generazione, il protagonista appare confuso circa la propria eredità culturale, incapace di rifiutare le tradizioni di un paese che non conosce per abbracciare quelle del paese che lo ha cresciuto. Rispetto ai numerosi melodrammi di produzione orientale che spesso si riducono a un’enorme soap opera, Ramen Shop ha qualcosa in più da raccontare, specialmente in un paese come il nostro, in cui la cultura culinaria e la tradizione gastronomica sono parte essenziale del tessuto sociale e culturale.

Brazil, Terry Gilliam, Regno Unito, 1985 (disponibile su MUBI dal 23 aprile)

Negli anni Ottanta il cinema distopico viene ridefinito da opere che ne hanno determinato l’immaginario visivo anche per gli anni a venire; basti pensare a Orwell 1984 (1984) di Michael Radford o all’adattamento di The Handmaid’s Tale diretto da Volker Schlöndorff nel 1990. Tra questi film primeggia il terzo (se escludiamo i lavori realizzati per i Monty Python) lungometraggio di Terry Gilliam: Brazil. Pur non essendo un fedele adattamento dell’opera di Orwell, ne ricalca i temi principali, rielaborando visivamente il contesto urbano attraverso una fervida immaginazione già emersa in lavori precedenti come I banditi del tempo (1981) e Jabberwocky (1977). La distopia del futuro di Gilliam si ricollega al brulicante contesto della modernità, assumendo toni kafkiani anche mediante riferimenti visivi che spaziano da Il Processo (1962) di Orson Welles a La Folla (1928) di King Vidor. La narrazione parla di come l’individuo nella società del futuro non riesca a conquistarsi una propria autonomia relazionale e lavorativa, incastrato come un piccolo ingranaggio all’interno di un sistema corrotto che non può essere fermato. Ma Brazil smonta la narrazione distopica tradizionale con happy ending, che prevede la figura di un prescelto destinato a far crollare il regime autoritario di turno: il sistema messo in scena da Gilliam è ormai talmente radicato in questo mondo fittizio da non lasciare spazio per un’alternativa. Fuor di metafora, la critica del regista si scaglia contro la società borghese inglese degli anni Ottanta, dominata da Margaret Thatcher che giustificava col suo eloquente slogan “There Is No Alternative” una serie di pesanti tagli al welfare pubblico legittimando una vasta privatizzazione massiva socialmente distruttiva.

Nénette, Nicolas Philibert, Francia, 2010 (disponibile su MUBI dal 26 aprile)

Nicolas Philibert è uno dei documentaristi europei più conosciuti in ambito internazionale, e lo è principalmente per i suoi film osservativi, spesso legati a comunità poco rappresentate dal circuito mainstream. Affrontando invece un soggetto che precedentemente aveva già affascinato i più grandi autori di non fiction, Nénette appare come una deviazione nella filmografia del regista. Il lungometraggio descrive infatti la quotidianità di un orangotango femmina di quarant’anni che ha vissuto gran parte della propria esistenza in cattività. Ma se Primate (1974) di Frederick Wiseman o Koko, le gorille qui parle (1978) di Barbet Schroeder si concentravano sull’analisi scientifica, soffermandosi sul modo in cui questi animali vengono mantenuti e curati dagli esperti, il film di Philibert preferisce focalizzarsi sulla protagonista Nénette: una vittima perché costretta all’isolamento a causa della progressiva scomparsa della sua specie, ma anche perché lontana dal proprio ambiente e relegata in una piccola cella costantemente visitata. Il discorso del regista indaga dunque il rapporto che si instaura tra la protagonista e i visitatori, connettendo le emozioni e le impressioni dei turisti a quelle di Nénette e a quelle del pubblico; per poi farci rendere conto che la felicità, la tristezza o la noia che pensiamo di carpire dalle espressioni dell’animale, alla fine, non sono altro che percezioni plasmate nella nostra mente sulla base delle sensazione che ci trasmette chi la visita. Ne emerge una costruzione emotiva a scatole cinesi che amplia il campo d’indagine del documentario e costringe il pubblico a mettere in discussione il modo in cui prova emozioni ed empatizza di fronte alla realtà e alla sua rappresentazione cinematografica.

Foolish Wives, Erich von Stroheim, Stati Uniti d’America, 1922 (disponibile su MUBI dal 27 aprile)

Spesso, quando si parla della Hollywood classica, tendiamo a pensare alla produzione che appena precede o segue la Seconda Guerra Mondiale, film che, pur ospitando grandi attori e registi, rimangono vincolati alle maglie della censura autoimposta dai produttori per via del Codice Hayes. Ma non è sempre stato così: il cinema americano degli anni Venti godeva di una libertà decisamente maggiore, e per questo può stupirci con i lungometraggi di autori come King Vidor, Pál Fejös ed Erich von Stroheim. Proprio quest’ultimo si impone sul mercato statunitense grazie a film di grande successo commerciale e diventa uno dei registi più ambiti dalle case di produzione, seguendo una che esemplifica tutti quei cambiamenti che scuotevano l’industria cinematografica all’epoca. Foolish Wives è un lungometraggio ambizioso incentrato sulla lussuria e il gioco d’azzardo di Montecarlo, pensato da Stroheim per durare otto ore e mezzo divise in due serate. A queste ambizioni narrative si aggiungono la costruzione di un set faraonico e le richieste economicamente folli del regista che rischiano di far vacillare l’intero progetto, a cui si aggiunge la morte improvvisa di uno degli attori protagonisti. La complessa storia di amore e tradimento che coinvolge un barone, le sue figlie e un ingenuo protagonista in cerca di fortuna si trova così minata dai buchi lasciati dalle scene mancanti, che verranno girate grazie a un sosia. Ma la sfortuna non finisce qui: proprio mentre l’Universal sta preparando la campagna pubblicitaria, incentrata proprio sugli aspetti più controversi del film per attirare l’attenzione del pubblico, scoppia lo scandalo Fatty Arbuckle. Il violento stupro dell’attrice Fox Virginia Rappe lacera l’opinione pubblica americana, provocando una violenta spinta moralizzatrice che cambierà per sempre il mondo produttivo delle major, che spaventate dalla possibile instaurazione di una censura di stato ne adottano una interna, subdola e mai manifesta. Foolish Wives viene così tagliato a due ore di metraggio, e questo film sarà solo l’inizio della fine per Stroheim, che pochi anni dopo vedrà Rapacità (1924) venire ridotto a 140 minuti dalle sette ore montate.

Storie, Michael Haneke, Francia, 2000 (disponibile su MUBI dal 28 aprile)

Il cinema di Michael Haneke è sempre stato caratterizzato da una grande attenzione per la comunicazione e le sue possibili deformazioni. I due film precedenti a Storie ne sono un esempio lampante: 71 frammenti di una cronologia del caso (1994) è un susseguirsi di sequenze narrative apparentemente sconnesse e criptiche che imitano la fruizione dello zapping televisivo, andando nel loro insieme a formare un quadro unico e complesso; mentre nel celebre Funny Games (1997) il regista gioca direttamente con lo spettatore abbattendo la quarta parete, obbligando il pubblico a ragionare sul proprio rapporto con la violenza mediata da un mezzo artistico. Storie si inserisce in questa direzione concentrandosi sui codici del linguaggio e su come una semplice conversazione o un semplice gesto possano provocare eventi inaspettati. Gli esempi che vengono presentati sono molteplici: da dialoghi tra personaggi che parlando lingue diverse, fino a comunicazioni tramite la lingua dei segni. Per certi versi, l’attenzione che viene posta sul caso e sulle conseguenze del linguaggio e dei gesti può richiamare l’opera di Krzysztof Kieślowski, in particolare Destino Cieco (1987) o il Decalogo (1989). Ma se l’autore polacco preferiva indagare le infinite possibilità di sviluppo di una storia circoscritta, in questo caso Haneke prende in esame come un singolo evento (una lite in metropolitana) possa cambiare per sempre le vite di personaggi disparati.

Meshes of the Afternoon, Maya Deren, Stati Uniti d’America (Videoteca)

Meshes of the Afternoon è una pietra miliare della storia del cinema sperimentale globale. Opera prima della cineasta Maya Deren, fu realizzata con mezzi poveri, estremamente lontani da quelli che potremmo definire professionali, ma furono proprio queste difficoltà tecniche a permettere la costruzione dell’ambiente surreale e claustrofobico che caratterizza il cortometraggio. Partendo dal prodotto industriale hollywoodiano per eccellenza (il noir prebellico), il film ne smembra la struttura pezzo dopo pezzo, per poi usarla come punto di partenza per una riflessione sulla psiche e le percezioni sensoriali stimolate dal medium cinematografico, un viaggio allegorico disorientante fondato sui non detti. L’uso dell’immagine in movimento come innesco di un percorso quasi ritualistico diventerà una delle caratteristiche fondamentali dell’ultimo cinema della regista, quando si recherà nei paesi caraibici per documentare la vita quotidiana delle popolazioni e i riti mistici e religiosi locali. Nonostante la paternità dell’opera sia contesa tra Maya Deren e l’allora marito Alexander Hammid, Meshes of the Afternoon rimane un punto di partenza stilistico ed estetico fondamentale per il neonato cinema sperimentale americano dell’epoca, che si svilupperà da queste radici europee acquisendo presto un’identità completamente autonoma, da cui nasceranno talenti quali Stan Brakhage e Jonas Mekas.

La bocca del lupo, Pietro Marcello, Italia, 2009 (Videoteca)

Prima di essere un regista di opere di finzione Pietro Marcello è stato un grande documentarista, e lo dimostra il suo ultimo lavoro, Per Lucio (2021), presentato all’ultima edizione della Berlinale e ora disponibile su MUBI all’interno di un focus dedicato al cinema italiano. Ne La bocca del lupo il regista si sposta dalla bellezza perduta campana al capoluogo ligure, raccontato attraverso la vicenda umana di un detenuto rimesso in libertà dopo anni di prigionia. Il materiale girato si unisce a quello di repertorio, andando a creare un ecosistema visivo unico composto da rimandi visivi e osservazione della realtà. Nonostante il rischio di cadere nell’exploitation affrontando temi così delicati e allo stesso tempo molto battuti da un cinema che asseconda le emozioni più viscerali del pubblico, Marcello riesce a smarcarsi da questa narrazione, restituendo una storia umana e universale attraverso la scelta di allontanarsi dai soggetti per concentrarsi invece sugli istanti di realtà, sovrapposti a materiali d’archivio per innescare collegamenti ipotattici tra finzione e quotidianità. Se in Martin Eden (2019) il racconto sfruttava immagini di repertorio per ampliare la potenza scenica del film, qui avviene il contrario: è grazie all’invenzione cinematografica che possiamo conoscere meglio chi viene filmato.

Davide Rui

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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3. Finalità, base giuridica e natura obbligatoria o facoltativa del trattamento.

I Dati Personali che fornisci attraverso il Sito saranno trattati da 1977per le seguenti finalità:
a) finalità inerenti l’esecuzione di un contratto di cui sei parte o all’esecuzione di misure precontrattuali adottate su tua richiesta;
b) finalità di ricerche/analisi statistiche su dati aggregati o anonimi, senza dunque possibilità di identificare l’utente, volti a misurare il funzionamento del Sito, misurare il traffico e valutare usabilità e interesse;
c) finalità relative all’adempimento di un obbligo legale al quale 1977 è soggetta;
d) finalità necessarie ad accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria o ogniqualvolta le autorità giurisdizionali esercitino le loro funzioni giurisdizionali;
La base legale del trattamento di Dati Personali per le finalità di cui al punto a) è l’erogazione di un servizio o il riscontro ad una richiesta che non richiedano il consenso ai sensi della Normativa Applicabile.
La finalità di cui al punto b) non comporta il trattamento di Dati Personali, mentre la finalità di cui al punto d) rappresenta un trattamento legittimo di Dati Personali ai sensi della Normativa Applicabile in quanto, una volta conferiti i Dati Personali, il trattamento è necessario per adempiere ad un obbligo di legge a cui 1977 è soggetto.
Il conferimento dei tuoi Dati Personali per la finalità sopra elencate è facoltativo, ma il loro eventuale mancato conferimento potrebbe rendere impossibile riscontrare una tua richiesta o adempiere ad un obbligo legale a cui 1977 è soggetto.

4. Destinatari.

I tuoi Dati Personali potranno essere condivisi, per le finalità specificate al punto 3, con:
a. soggetti necessari per l’erogazione dei servizi offerti dal Sito, tra cui a titolo esemplificativo, l’invio di e-mail e l’analisi del funzionamento del Sito che agiscono tipicamente in qualità di responsabili del trattamento di 1977 ;
b. persone autorizzate da 1977 al trattamento dei Dati Personali che si siano impegnate alla riservatezza o abbiano un adeguato obbligo legale di riservatezza, quali dipendenti e collaboratori (a. e b. sono, collettivamente, definiti i “Destinatari”);
c. autorità giurisdizionali nell’esercizio delle loro funzioni quando richiesto dalla Normativa Applicabile.

5. Trasferimenti.

1977 assicura che il trattamento elettronico e cartaceo dei tuoi Dati Personali avviene nel rispetto della Normativa Applicabile. Eventuali trasferimenti si baseranno alternativamente su una decisione di adeguatezza o sulle Standard Model Clauses approvate dalla Commissione Europea. 

6. Conservazione dei dati.

1977 tratterà i tuoi Dati Personali per il tempo strettamente necessario a raggiungere gli scopi indicati al punto 3. 
1977 in ogni caso, tratterà i tuoi Dati Personali fino al tempo permesso dalla legge Italiana a tutela dei propri interessi (Art. 2947(1)(3) Codice Civile). 

7. I tuoi diritti.

Nei limiti della Normativa Applicabile, hai il diritto di chiedere a 1977 in qualunque momento, l’accesso ai tuoi Dati Personali, la rettifica o la cancellazione degli stessi o di opporti al loro trattamento, la limitazione del trattamento nonché di ottenere in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico i dati che ti riguardano.
Le richieste vanno rivolte via e-mail all’indirizzo: info@1977magazine.com 
Ai sensi della Normativa Applicabile, hai in ogni caso il diritto di proporre reclamo all’autorità di controllo competente (i.e. “Garante per la Protezione dei Dati Personali”) qualora ritenessi che il trattamento dei tuoi Dati Personali sia contrario alla normativa vigente.

8. Modifiche.

La presente Privacy Policy è in vigore dal giorno 25 maggio 2018. 
1977 si riserva di modificarne o semplicemente aggiornarne il contenuto, in parte o completamente, anche a causa di variazioni della Normativa Applicabile. 
1977 ti informerà di tali variazioni non appena verranno introdotte e saranno vincolanti non appena pubblicate sul Sito.
1977 ti invita, quindi, a visitare con regolarità questa sezione per prendere cognizione della più recente ed aggiornata versione della Privacy Policy in modo che tu sia sempre aggiornato sui dati raccolti e sull’uso che ne fa 1977.