I film da tenere d’occhio su MUBI a gennaio

MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso mezzi diversi: i film, che possono essere in Cartellone o a noleggio, il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti, il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; e ancora, la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri, i Focus, gli Speciali e le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Da 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Iniziamo questo 2022 con una selezione di film che hanno come elemento cardinale l’introspezione, l’autoanalisi, la confessione. Una prospettiva che permette di esplorare l’animo di un personaggio e il modo in cui elabora il mondo circostante, come avviene ne L’arte della Felicità o in Confessions, che permette di andare oltre i confini prestabiliti del linguaggio cinematografico entrando in contatto diretto con lo spettatore, che permette anche di indagare i meccanismi interni di un’istituzione o di un’intera città.

L’Arte della Felicità, Alessandro Rak, Italia, 2013 (1 gennaio)

Budget ridottissimo, spazi e personaggi limitati con intelligenza: un ex musicista ora tassista cerca di elaborare la morte del fratello attraverso le interazioni con i diversi personaggi che salgono di volta in volta sulla sua automobile, condividendo frammenti della loro esistenza. Piccoli e grandi drammi, rabbiose confessioni, pensieri dolenti assumono così la forma di vignette, accompagnandoci lungo le tappe di un viaggio fisico e interiore. I limiti di questa produzione a basso costo si notano, ma ciò non impedisce al film di essere uno dei migliori esordi degli ultimi anni, capace di emancipare l’animazione dai soliti pregiudizi e dal solito target e di dimostrare le sue potenzialità come medium in grado di affrontare nodi esistenziali spesso banalizzati. Questo primo passo porterà Rak, qualche anno più tardi, alla realizzazione di Gatta Cenerentola (2017), film che rimane ancora oggi l’opera italiana di genere più rilevante degli ultimi anni, che rivendica la propria indipendenza creativa rispetto all’egemonia culturale americana – con buona pace dei Mainetti e Freaks Out.

Gente di Roma, Ettore Scola, Italia, 2003 (8 gennaio)

Caratterizzato da una struttura frammentata, l’ultimo lungometraggio di Scola mira a raccontare in forma di collage la vita nella Città Eterna. Se Sorrentino contrapponeva gli spazi maestosi di Roma alla grettezza delle persone, per Scola la città diventa una quinta scenica che racconta le piccole vite dei personaggi, tratteggiati come una moltitudine corale e bozzettistica attraverso episodi molto brevi. Quello che Scola vuole mostrare è la quotidianità degli stranieri che vivono nella capitale, rappresentati attraverso una sensibilità molto diversa rispetto a quella di oggi, sfociando spesso in quadri grotteschi e inadeguati che tuttavia hanno il merito di presentare realtà che il cinema italiano all’epoca non mostrava e stava poco alla volta iniziando a scoprire. Questo mosaico stratificato trova un filo conduttore nella serie di sequenze in autobus, che scompaginano la sottile linea di demarcazione tra il cinema di finzione e quello del reale, facendo sfociare il film in una sorta di mockumentary.

National Gallery, Frederick Wiseman, USA, 2014 (12 gennaio)

A gennaio 2022 MUBI dedica al grande documentarista americano una rassegna che include uno dei suoi lavori più recenti sulla National Gallery di Londra. Ma non sono le opere in sé a venire messe in primo piano, quanto piuttosto un’indagine minuziosa dell’istituzione e dei suoi meccanismi, valorizzata come centro cruciale per la vita culturale della città di Londra, al di là della sua centralità come attrazione turistica. Attraverso il racconto di lunghe riunioni, laboratori e visite guidate, Wiseman illustra la National Gallery, come già fatto per altre istituzioni, non semplicemente in quanto luogo che elargisce al pubblico dei servizi, ma sottolineando il suo ruolo di centro di aggregazione, in cui la cultura diventa uno strumento per migliorare le condizioni dei cittadini e rendere l’arte pubblica più accessibile – illuminanti a questo proposito le sequenze che mostrano l’impegno profuso dall’amministrazione museale per avvicinare i non vedenti alla collezione.

Confessions, Tetsuya Nakashima, Giappone, 2011 (13 gennaio)

Il 2011 è un anno importante per il cinema giapponese: i registi affermatisi dagli anni Novanta, come Sion Sono e Shinya Tsukamoto, vengono premiati nei principali festival internazionali, mentre emergono nuovi nomi che fanno ben sperare nel futuro cinematografico del paese. Ma queste speranze si spengono nella crisi economica e creativa che colpisce l’industria nipponica di lì a poco. Confessions è l’emblema di quel momento, in cui una certa ricerca che potremmo definire autoriale si innesta sui canoni di una produzione pensata per un successo di pubblico – per intenderci, il film di Nakashima arrivò fino a una nomination agli Oscar. Come Himizu (2011) di Sion Sono, Confessions si serve della tecnica della confessione per portare sul grande schermo i problemi della società giapponese contemporanea, basata su una rigida gerarchia e un clima di repressione, che sfociano in fenomeni come il bullismo scolastico; temi declinati attraverso i canoni del genere thriller, che permette al film di avere un impatto più efficace sull’audience e di superare i confini geografici.

I Like Life a Lot, Kati Macskássy, Ungheria, 1977 (Videoteca)

In questo cortometraggio il vissuto dei protagonisti viene delineato con lucidità e schiettezza, senza edulcorare nulla. Queste brevi storie vengono infatti raccontate attraverso disegni realizzati e animati dagli stessi protagonisti, che decidono individualmente e liberamente come e cosa raccontare. Da queste premesse nasce uno spietato quanto poetico ritratto dell’Ungheria degli Settanta, in particolare della comunità rom. Una società che sembra non essere stata toccata dagli usi e costumi della città moderna, ancorata a una visione patriarcale e tradizionale dell’esistenza: le bambine vengono date in sposa a uomini adulti, l’alcolismo dilaga insieme alla povertà e i ragazzini vivono le loro tristi esistenze abbandonati a loro stessi. Ecco quindi che il cinema diventa un mezzo non solo per esorcizzare le paure quotidiane, ma anche per trasformare un vissuto doloroso e le brutture del mondo in bellezza artistica, in spazi colorati e magici vicini alla tradizione delle fiabe popolari.

Grandeur et décadence d’un petit commerce de cinéma, Jean-Luc Godard, Francia, 1986 (Videoteca)

Quando si approccia l’opera di Jean-Luc Godard si tende a concentrarsi sulle opere che appartengono al periodo della Nouvelle Vague, come Fino all’ultimo respiro (1960) o Week End – Una donna e un uomo da sabato a domenica (1967), mentre tutto il resto viene spesso tralasciato. Eppure, dopo il ’68, la crisi culturale che ne consegue e il crollo degli ideali rivoluzionari, Godard inizia un percorso che continua ancora oggi e che ha come principale direttiva la decostruzione semantica del linguaggio cinematografico, attraverso la progressiva negazione del cinema realizzato nel presente e rifugiandosi a un passato che serba il peccato/miracolo originale del cinema come arte. Queste riflessioni culmineranno nel fluviale Histoire(s) du cinéma (1998), riprendendo Grandeur et décadence d’un petit commerce de cinéma, film realizzato per la televisione francese e poi dimenticato per anni fino al restauro disponibile ora su MUBI, che effettua una precisa scomposizione dell’immagine, trasformandola in un codice che non nasce spontaneamente dal mezzo ma deve la sua esistenza a un processo economico-produttivo, al pari di quello che regola le fabbriche. Il compito del regista diventa così un’azione quasi rivoluzionaria, quella di distruggere la meravigliosa menzogna del cinema.

Senza tetto né legge, Agnès Varda, Francia, 1985 (Videoteca)

Senza tetto né legge si apre con la morte della protagonista, trovata in un campo congelata e portata via dalla polizia dentro un sacco per cadaveri. Da qui ripercorriamo gli ultimi di vita della ragazza, in fuga senza motivazione, senza nome e senza passato, incapace di vivere in un luogo e di fare parte di una comunità (la famiglia, il mondo contadino, la piccola provincia), ma anche infelice nel suo continuo vagabondare, segnata dalla paura di rimanere ferma e quindi di stanziarsi in un luogo fino al punto di negare il movimento stesso – come ha fatto presagire l’incipit del film. Presto la storia, con la sua struttura episodica, assume una dimensione universale, cercando di raccontare non tanto un’esistenza, quanto il contesto in cui avviene: la Francia contadina, protagonista di diversi dei documentari di Varda, dove la ricca borghesia vive accanto alle tendopoli dei poveri. Un luogo magico in cui nascono e muoiono piccole storie che il cinema ha sempre ignorato per via del loro regionalismo, non riuscendo a coglierne la portata universale.

Mélo, Alain Resnais, Francia, 1986 (Videoteca)

Film che dimostra ancora una volta come il cinema e il teatro siano indissolubilmente legati dal destino comune di rappresentare le emozioni nel loro dispiegarsi nel tempo. Rispetto al teatro, però, il cinema, come disse Jean Cocteau, è veramente “la morte al lavoro”, che replica e insieme fossilizza la rappresentazione degli stati d’animo – e Melò ne è un emblema. Il triangolo amoroso tra due amici violinisti e la moglie di uno di loro non è che un pretesto narrativo per evidenziare il potere della parola nella costruzione dei legami sentimentali, in cui la realtà e la verità smettono di essere concetti oggettivi per diventare labili, e quindi rappresentabili dal mezzo cinematografico. Le lunghe sequenze e i lenti movimenti di macchina in interni consentono al pubblico di soffermarsi non solo sulla parola in sé, ma anche sulla reazione degli attori, sviluppando un film che contiene in sé la sconfessione del cinema come mezzo e della possibilità di costruire un nuovo linguaggio audiovisivo.

Davide Rui

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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