I film da tenere d’occhio su MUBI a dicembre

MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Spesso ci si domanda fin dove può spingersi il cinema. Decenni di convenzioni hanno posto alla settima arte (e non solo) barriere puramente culturali, che possono essere abbattute e costruite secondo modalità differenti. Per questo ultimo mese del 2021 vogliamo proporvi una selezione di film che vi spingono a mettere in discussione le regole e i limiti attorno a voi, che un linguaggio ormai codificato – in questo caso quello del cinema – ha imposto come dominanti.

Angeli perduti, Wong Kar Wai, Hong Kong, 1995 (26 dicembre)

Dopo il successo inaspettato di Hong Kong Express (1994) la carriera di Wong Kar Wai rischia di chiudersi anticipatamente a causa della complessa e vorticosa storia produttiva che riguarda Ashes of Time (1995), film che ancora oggi il regista stesso misconosce ed esclude dalle raccolte dei propri lavori, tra cui l’ultima realizzata dalla Criterion Collection e dalla quale provengono molti dei master che MUBI Italia seleziona. In effetti, il film può essere considerato un ritorno alle origini di Wong Kar Wai dopo un esperimento tanto voluto quanto sofferto: le storie umane dei due protagonisti – uno un sicario deciso ad abbondare il mestiere e la socia di una vita, l’altro un ragazzo muto che sbarca in lunario sorvegliando negozi chiusi la notte -, che si toccano senza intrecciarsi, ruotano attorno al perno costituito dalla quinta scenica di tutti gli eventi che è la metropoli di Hong Kong. Attraverso ottiche grandangolari, la macchina da presa si muove fluidamente in un universo parallelo interamente notturno, in cui le stranezze messe in scena trovano armonia nella fotografia di Christopher Doyle. Prende così forma uno spazio propriamente cinematografico dove al realismo si contrappone una complessa costruzione artificiale capace di raccontare una città senza aderire mimeticamente alla sua essenza.

Voyage of Time: An IMAX Documentary, Terrence Malick, Stari Uniti d’America, 2016

Voyage of Time (2016) si inserisce nel nuovo corso che la filmografia di Terrence Malick insegue da The Tree of Life (2011), abbracciando uno modo di fare cinema che guarda con rinnovato interesse alla videoarte e ripudia in parte il linguaggio codificato del cinema narrativo – soprattutto statunitense. MUBI propone così una versione alternativa del film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia: più breve, girata e presentata in IMAX e con la voce narrante di Brad Pitt. Questo progetto rappresenta tutto il meglio e il peggio degli ultimi lavori del regista, capace di alternare momenti di immenso lirismo e sequenze banali o semplicemente cringe nella loro pomposità, costruendo immagini che uniscono sapientemente riprese digitali e ricostruzioni artificiali per raccontare il mistero della vita, che culmina in questo caso con la nascita dell’universo. Nonostante certi limiti, quest’opera rappresenta un lavoro capace di rompere con i canoni consolidato, spingendo oltre i limiti del mostrabile le possibilità del cinema come strumento espressivo.

Ali In Wonderland, Djouhra Abouda e Alain Bonnamy, Francia, 1975

La sezione Riscoperte di MUBI rende disponibili film restaurati del passato che per diversi motivi sono scomparsi dalla circolazione. Ali In Wonderland è uno di questi, rimasto per molto tempo sepolto negli archivi anche negli anni appena successivi alla realizzazione: documentario girato negli anni Settanta, racconta la difficile vita quotidiana dei migranti algerini in Francia che si concentra sui lavoratori nei cantieri e su interviste a una ristretta cerchia di migranti, restringendo consapevolmente lo sguardo d’insieme dell’inchiesta e portando il documentario a riflettere fino alla nausea sulle stesse argomentazioni fino ad arrivare, per assurdo, a giustificare i titoli dei giornali della destra xenofoba presentati nell’incipit. Questa problematica gestione degli stilemi del documentario d’inchiesta rischia così di invalidare gli spunti di partenza, dando implicitamente ragione ai principali detrattori dell’intero progetto. Sono esenti da questa deformazione i momenti in cui il mediometraggio si allontana dalla rappresentazione televisiva per abbracciare un linguaggio cinematografico capace di riassumere senza possibili distorsioni le rivendicazioni dei migranti: ingegnose sequenze di montaggio in split screen – contrapponendo gli operai stranieri, tra cui moltissimi spagnoli e italiani paragonati agli algerini, ai padroni francesi e alla Borsa; o creando un’opposizione tra spazi (il quartiere dei francese e il quartiere algerino) mediante due sequenze che sfruttano il raccordo sul movimento.

Los Huesos, Cristóbal León e Joaquin Cociña, Cile, 2021

Dopo La Casa Lobo (2018) MUBI presenta il nuovo progetto del duo cileno composto da Cristóbal León e Joaquin Cociña specializzato in animazione stop motion, spesso al servizio di racconti gotici che affondano le radici nel passato recente del Sud America e nelle tradizioni ancestrali del continente. Il passato e la sua manifestazione fisica è infatti centrale in Los Huesos, che racconta un particolare rito di negromanzia grazie al quale la giovane protagonista riesce a riesumare due uomini per celebrare un insolito matrimonio. Riprendendo lo stesso approccio tecnico dell’opera precedente, lo stile registico si inserisce in una cornice narrativa meta-cinematografica che apre il film con una scritta in cui si informa il pubblico che sta per assistere uno dei primi film d’animazione mai girati e ritrovato miracolosamente in un archivio, in attesa di restauro. Il film “ritrovato” viene quindi fittiziamente datato come opera di inizio Novecento, e di conseguenza per stile e messa in scena riprende gli stilemi del cinema delle origini ribaltando la grammatica corrente – ad esempio sfruttando piani fissi e rari raccordi sull’asse. Nella finzione filmica, questi accorgimenti rendono il lavoro affascinante su un duplice livello: quello del passato, attraverso una nazione intrisa nel sangue e nella magia; e quello del passato del cinema, da un punto di vista meramente linguistico.

Une nuit à l’opéra, Sergei Loznitsa, Francia, 2020

Documentario dopo documentario Sergei Loznitsa sta continuando un personale discorso sul recupero dei filmati d’archivio iniziato con i suoi primi lavori in Russia, e non fa eccezione questo breve cortometraggio finanziato direttamente dall’Opéra di Parigi. Si tratta di una ricostruzione della notte della prima attraverso filmati d’archivio girati tra gli anni Cinquanta e Sessanta che mette in scena l’alta società fortemente gerarchizzata, composta da uomini politici, celebrità e famiglie industriali, evidenziando visivamente il divario tra loro e il resto della popolazione, che invece si trova pressata in piazza mentre scruta con desiderio il magico e inaccessibile mondo del teatro. Uno scenario attuale ancora oggi, in un’epoca storica in cui le celebrità cercano di marcare la loro vicinanza con il “popolo” per vantaggio personale.

Il figlio di Saul, László Nemes, Ungheria, 2015

Nel secondo dopoguerra il linguaggio cinematografico non è più una questione artistica ma morale. Nota la famosa stroncatura di Rivette sulle pagine dei Cahiers du Cinema su Kapò (1960) di Gillo Pontecorvo, accusato di aver usato una carrellata in avanti per enfatizzare la morte della protagonista nel filo spinato. Queste posizioni etiche tornano centrali ancora oggi per quello che riguarda i film che mettono in scena l’olocausto – ricordiamo ad esempio la bocciatura di Terry Gilliam di Schindler’s List (1993) per aver inserito nella Storia cliché narrativi tipici di una narrazione hollywoodiana. L’opera prima di László Nemes riflette su questa polemica senza fine attraverso un lungometraggio in cui la costruzione dell’immagine e del mostrato appare la principale preoccupazione artistica e linguistica. Il figlio di Saul mette in scena l’odissea di un uomo ungherese del Sonderkommando – il gruppo di prigionieri ebrei isolati dal campo di concentramento e costretti a collaborare con le autorità naziste nello sterminio – che cerca in tutti i modi di seppellire un bambino secondo il rito ebraico, mettendosi sempre più in pericolo e arrivando persino a tradire i vivi per omaggiare i morti. Il racconto, scevro di particolari e di personaggi particolarmente caratterizzati, si concentra interamente sul protagonista, seguito dalla macchina da presa attraverso piani ravvicinati in cui tutto il resto rimane fuori fuoco: il regista sceglie di non mostrare e di non spettacolarizzare, abbracciando invece la dimensione interiore del protagonista, che evidenza la sua chiusura psicologica rispetto al mondo che lo circonda. Ancora una volta, il perno morale ruota attorno alla possibilità del cinema di non mostrare o mostrare la violenza.

Radiance, Naomi Kawase, Giappone, 2017

A volte è più interessante recuperare un film non riuscito di un autore interessante rispetto a un film mediocre di un mestierante. Questo è il caso di Radiance, uno degli ultimi lavori della regista giapponese Naomi Kawase, presentato al festival di Cannes e mai distribuito in Italia. Il film racconta la storia di amore e odio che coinvolge un uomo cieco e una donna che si occupa di realizzare le audio-descrizioni dei film. Da una parte, un personaggio che non vede ma che è capace di descrivere le sensazioni; dall’altra, un personaggio che vede ma è incapace di comprendere emotivamente a fondo ciò che la circonda. Questo contrasto emerge prima a livello puramente lavorativo (la realizzazione difficoltosa di un’audio-descrizione per un film tutto incentrato sulle emozioni e non sulle azioni), poi sentimentale. Ad appesantire ulteriormente le sequenze di un racconto già complesso, una sotto trama melodrammatica sul rapporto conflittuale tra la protagonista e la madre malata e scene che dichiarano il film nel film. Questa continua stratificazione di inserti annacqua il discorso centrale, continuamente dirottato e deragliato da elementi che, invece di semplificare la narrazione, spiazzano il pubblico per la loro bruttezza.

Outer Space, Peter Tscherkassky, Austria, 1999

Forse il lavoro più noto del regista sperimentale austriaco Peter Tscherkassky, Outer Space rappresenta un deragliamento, o meglio, una distruzione fisica della norma cinematografica. Le immagini provenienti dal film horror americano Entity (1981) vengono completamente cannibalizzate per essere trasformate in qualcosa di completamente diverso, portandoci a riflettere sui limiti e le possibilità del cinema se riportato a un puro strumento meccanico, unicamente capace di creare suggestioni visive. Questo concetto di una narrazione estesa, infatti, venne introdotto al cinema solo quando si volle attirare come pubblico pagante la borghesia, abituata al teatro e all’opera, e per questo l’azione di Tscherkassky appare così radicale: riportando il film alle sue stesse origini attrazionali, che con l’evoluzione del mezzo hanno acquisito un diverso significato semantico, si arriva a modificare un film di genere, ormai tradizionalmente associato a un pubblico popolare, nella direzione del cinema di nicchia, lontano dalle grandi masse. Questo cortocircuito non può che portare a un’inevitabile finale distruzione del film, inteso ora come immagine impressa su una pellicola, e quindi un oggetto.

Davide Rui

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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Nei limiti della Normativa Applicabile, hai il diritto di chiedere a 1977 in qualunque momento, l’accesso ai tuoi Dati Personali, la rettifica o la cancellazione degli stessi o di opporti al loro trattamento, la limitazione del trattamento nonché di ottenere in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico i dati che ti riguardano.
Le richieste vanno rivolte via e-mail all’indirizzo: info@1977magazine.com 
Ai sensi della Normativa Applicabile, hai in ogni caso il diritto di proporre reclamo all’autorità di controllo competente (i.e. “Garante per la Protezione dei Dati Personali”) qualora ritenessi che il trattamento dei tuoi Dati Personali sia contrario alla normativa vigente.

8. Modifiche.

La presente Privacy Policy è in vigore dal giorno 25 maggio 2018. 
1977 si riserva di modificarne o semplicemente aggiornarne il contenuto, in parte o completamente, anche a causa di variazioni della Normativa Applicabile. 
1977 ti informerà di tali variazioni non appena verranno introdotte e saranno vincolanti non appena pubblicate sul Sito.
1977 ti invita, quindi, a visitare con regolarità questa sezione per prendere cognizione della più recente ed aggiornata versione della Privacy Policy in modo che tu sia sempre aggiornato sui dati raccolti e sull’uso che ne fa 1977.