Milano Film Festival 23: nuovi sguardi sul cinema di domani

“High standards. No definition”. La XXIII edizione del Milano Film Festival puntava in alto, tra film ricercati, anteprime (come gli attesissimi Climax di Gaspar Noè e Le livre d’image di Godard), speciali su corti e animazione, proiezioni di grandi classici restaurati o “rivisitati” (come Il grande Lebowski o di Grease in odorama) o riproposti (Non-fiction) e l’inaspettata chiusura con il Leone d’oro Roma, annunciato a sorpresa a metà del festival. Molti i film in concorso, provenienti da ogni parte del mondo, per tentare di dare un’idea sullo stato dell’industria cinematografica contemporanea, divertendosi a indovinarne le traiettorie future.

L’headquarter della manifestazione era Piazza 25 Aprile, che per dieci giorni ha ospitato gli eventi e i concerti del festival, fungendo da meltin’ pot per addetti ai lavori, ospiti, giornalisti e anche per chi passava per caso, attirato dall’atmosfera. Un festival itinerante, che è passato anche da Anteo Palazzo del Cinema, Spazio Oberdan, Piccolo Teatro Studio Melato e BASE.

Guidata dal nuovo direttore artistico Gabriele Salvatores – in co-direzione con Alessandro Beretta (in direzione dal 2011) –, questa XXIII edizione si è chiusa domenica 7 ottobre e può vantare un aumento di pubblico del 30% rispetto al 2017. La XXIV edizione è già stata confermata, ci si vede l’anno prossimo!


Crystal Swan
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Andare negli USA e diventare un’affermata dj house è il sogno di Velya, una giovane ragazza che vive nella Minsk degli anni ‘90. Socialismo e capitalismo, tradizione e rivoluzione si intrecciano in un racconto senza orpelli, dove i cortocircuiti burocratici del comunismo si mescolano con quelli culturali della globalizzazione. Ben presto Velya, inseguendo il sogno americano, si ritrova da sola in un dramma senza luogo. E questo il prezzo dell’emancipazione nel mercato globale? La regista bielorussa Darya Zhuk risponde con estrema sensibilità e acume a questa domanda.

Denmark
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Ovvero: chi ha incastrato il povero Norge? Josephine ha 16 anni e dopo una notte di festa è rimasta incinta. Per non affrontare il problema con i suoi genitori si avvicina a Norge, un ragazzo di qualche anno più grande di lei, che ha un appartamento e un lavoro responsabile – e le fa credere di essere il padre. Il film di Kasper Rune Larsen non è però una commedia degli equivoci, ma l’esempio del cosiddetto cinema del reale: uno sguardo disincantato e puro sulla gioventù e sul mondo, una bozza di quotidianità disegnata con l’improvvisazione e un approccio a tratti documentaristico.

Luz
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Durante un interrogatorio, un’entità sovrannaturale mette in atto un intricato gioco a incastro in cui tutti i personaggi vengono posseduti a turno. Alla base dell’intreccio c’è l’ipnosi come metodo di interrogazione: uno alla volta i personaggi piombano in uno stato di trance, in un non-luogo dove suoni e immagini si confondono nella nebbia. Un film derivativo in cui i grandi classici del genere horror come l’Esorcista e Suspiria – del quale abbiamo visto il remake di Guadagnino a Venezia – vengono tributati e rielaborati per 70 minuti di delirio esoterico.

The Mercy of the Jungle
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Durante la Seconda Guerra del Congo (1998-2003) il veterano “lieutenant” Xavier e il giovane soldato Faustin vengono lasciati indietro dal loro battaglione. Nel tentativo di raggiungerlo, i due improbabili compagni di viaggio iniziano un cammino fra le insidie della giungla africana, costretti a fronteggiare non solo la natura avversa, ma anche i rispettivi sistemi di regole e convenzioni. La storia di un’amicizia fa presto ombra al contesto storico: The Mercy of the Jungle è un film di guerra che si trasforma in buddy movie, ispirando qualche lacrima con il racconto di una bromance inaspettata.

The Dive
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Ritorni a casa inaspettati e partenze per il fronte libanese sono gli elementi di questo dramma famigliare, che si scrolla addosso ogni discorso già detto su Israele per affrontarlo attraverso il complesso rapporto tra tre fratelli, al di là di ogni casacca e fazione. Scelte troppo grandi per chiunque cambiano irreversibilmente le sorti di una famiglia, scandite da un ritmo sincopato e non sempre incalzante.

Thunder Road
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È proprio l’omonima canzone di Bruce Springsteen a dare il via a Jim Cummings, che scrive, dirige e interpreta il suo primo lungometraggio. Dopo la scomparsa della madre e l’imminente divorzio, l’agente di polizia Jim Arnaud rischia il crollo emotivo. Lo tengono in piedi solo un buon vecchio amico e la giovanissima figlia. Partendo dal corto con cui ha vinto il Sundance Film Festival, il regista mette in scena la straordinaria rappresentazione di un “uomo sull’orlo di una crisi di nervi”. Thunder Road è un gioiellino del cinema indipendente, un film sorprendente, come il talento del suo autore. Da tenere d’occhio.

The Third Whife
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May ha solo quattordici anni quando diventa la terza moglie di un vecchio latifondista. Vietnam, XIX secolo: May non conosce né suo marito né la sua nuova famiglia, composta dalle prime due mogli e dagli altri figli del suo stesso sposo. Primo lungometraggio della regista Ash Mayfair, The Third Wife è un romanzo di formazione poetico e carnale, un mosaico di scoperta ed emozioni silenziose. Una sfida al patriarcato che sceglie l’eleganza, la bellezza e la sensualità nel dipingere (e celebrare) una forza incredibile: non quella di una, ma di tante donne, che in un mondo claustrofobico non possono rinunciare alla libertà.

Virus Tropical
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Vivere nella Colombia degli anni ‘80 non dev’essere stato facile. Virus Tropical, film d’animazione tratto dall’omonima graphic novel di Paola Power, racconta a ritmo di cumbia la vita di Paola, dalla sua nascita fino al conseguimento della maturità. Con il padre ex-prete che abbandona la famiglia di punto in bianco, le sorelle alle prese con l’eroina e la madre disperata, Paola cresce da sola in un mondo interamente femminile. Virus Tropical, grazie anche alla splendida colonna sonora tra cumbia e rock, è un omaggio in bianco e nero alla femminilità. Equilibratissimo nel ritmo e a tratti lisergico nell’animazione, fa sedere lo spettatore a bordo di una vertiginosa montagna russa dove determinazione e indipendenza sono l’unica via di salvezza.

The World Is Yours (Le monde est à toi)-  Fuori Concorso
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Premiato allo scorso Fesitval di Cannes, The Word Is Yours (Le monde est à toi) è un tributo di Romain Gavras al gangster movie: sovvertendone gli stereotipi, satireggia l’immagine del criminale duro e senza peli sullo stomaco con il suo protagonista sui generis. François è un gangster atipico: goffo e pasticcione, lavora come corriere della droga ma sogna una villettina in periferia con una moglie che gli prepari la colazione. Un caleidoscopico vaporwave di belle auto, soldi e ragazze seducenti a bordo piscina è il palcoscenico in cui i personaggi di Gavras inciampano, scivolano e si autodistruggono. Una “tarantinata alla francese” che forse è già un cult.


Così come la proposta cinematografica, anche il palmarés del festival ha riservato non poche sorprese. Per aver saputo “parlare di sentimenti senza sentimentalismi”, Denmark di Kasper Rune Larsen si è aggiudicato il premio come miglior film, mentre una menzione speciale è stata riservata a The Third Wife di Ash Mayfair, “per la grazia e la delicatezza con cui è riuscita a parlarci di Libertà”. Infine, il premio Aprile per il miglior film è andato Luz di Tilman Singer.

Attento – daben 23 anni – alla ricerca di nuovi talenti, provenienti da tutto il mondo, anche quest’anno il Milano Film Festival si è confermato un luogo speciale, il cui unico imperativo è la ricerca della libertà, che sia artistica, sociale o espressiva. Un vecchio proverbio vuole che tutte le cose belle, prima o poi, finiscano. Sì, la ventitreesima edizione si è appena chiusa, ma non c’è da disperare: il Milano Film Festival è più vivo che mai.

Andrea Mauri e Stefano Monti

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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