Guida perversa a Lynch

Nel 1990 con l’uscita di Twin Peaks, che ha rivoluzionato il concetto di serialità televisiva i cui effetti oggi risuonano forti e chiari, David Lynch si impone come colui che ridefinisce il rapporto tra artista e cinema, cancellando quell’antica aura di rassicurazione e intrattenimento legata al ruolo e ponendo con maestria il pubblico di fronte a  vere e proprie raffigurazioni di spazi dell’inconscio, a uno stato di inquietudine e analisi di sé. Attraverso lo stile onirico che lo caratterizza, Lynch, con grande efficacia, ha mostrato come l’unità psicologica di una persona possa essere disintegrata da un lato in una serie di stereotipi e comportamenti rituali, dall’altro in esplosioni di un reale crudo e brutale, dotato di un’energia psichica intensa e (auto)distruttiva.

Il mosaico cinematografico-psicanalitico che attraversa i quarant’anni di carriera del regista del Montana, oggi settantasettenne, ha mandato in fibrillazione le menti della maggior parte dei teorici di cinema, e non solo della contemporaneità, che hanno sovrainterpretato pellicole come Inland Empire (2006), esplicitamente non concepite per essere interpretate, e dedicato studi a figure come l’Uomo Misterioso in Strade perdute (1997). Tuttavia, se spesso la sovrainterpretazione rischia di rovinare il rapporto spontaneo che l’arte vuole creare con il proprio fruitore, una riflessione su un contenuto artistico che pone ostentatamente delle domande è necessaria per poterne godere davvero.

Lo sa bene Slavoj Zizek, filosofo sloveno contemporaneo cresciuto con Jung come padre e Freud come madre, che, individuando nel cinema l’arte simbolica della società contemporanea, nel 2004 fa uscire la non abbastanza nota Guida perversa al cinema, nella quale, unendo spezzoni estremamente eclettici di film americani, mette in luce una possibile e brillante reinterpretazione dell’arte cinematografica in termini psicanalitici, dove chiaramente Lynch domina e un’opera in particolare, Strade perdute, sembra assumere un carattere interpretativo di un ulteriore livello.

Partendo da una considerazione sulla struttura circolare della pellicola, che inizia e si conclude con la stessa scena attraverso uno slittamento del punto di vista (il citofono della casa di Fred Madison che suona e una voce che sussurra all’interno “Dick Laurent è morto”), in piena analogia con la circolarità del processo psicanalitico, Zizek ritiene che la pellicola sia incentrata sulla frustrazione di un uomo, Fred (Bill Pullman), derivata – e qui è posto l’accento – dall’incapacità sessuale di soddisfare la propria moglie, Renee (Patricia Arquette). La donna diventa per lui un enigma psicologico che, dopo esser stato debellato nel mondo reale, viene proiettato nel suo universo immaginario in una sorta di transfert: la versione immaginaria della moglie (la stessa attrice ma un’altra donna, bionda e non più mora) ha in sé le caratteristiche opposte a quelle della donna precedente e lui stesso come soggetto diventa una versione antitetica di sé; fra i due si crea una forte intesa sessuale e “l’ostacolo” viene proiettato verso l’esterno, nella figura di Mr. Eddy (Robert Loggia), il padrone di Alice (Patricia Arquette), l’anti-Renee.

In questo senso, il film ruota attorno alla tematica del doppio, di cui vengono riportate due opposte versioni cinematografiche: da un lato, i due protagonisti maschili, Fred e Pete (Balthazar Getty), sono diversi nell’aspetto ma rappresentano la stessa versione del sé, mentre quelli femminili, Renee e Alice, sono interpretati dalla stessa donna ma hanno due personalità diverse. Proprio questa sembra essere la chiave di lettura del film: un passaggio post-traumatico (l’uccisione della moglie o la fantasia di tale uccisione) dalla realtà a un universo noir immaginario dove cambia la forma dell’ostacolo, che da intrinseco (la relazione che non funziona a livello sessuale) viene estrinsecato in un ostacolo concreto (Mr. Eddy) che impedisce dall’esterno la vita sessuale dei protagonisti. Anche il mondo della fantasia inizia a sgretolarsi quando Alice durante l’atto sessuale sussurra all’orecchio di Pete, l’anti-Fred, “Non mi avrai mai”, in un drammatico ritorno alla realtà del protagonista, al trauma che la sua mente aveva rimosso. Il vero tema del film, quindi, conclude il filosofo sloveno, non è la storia del personaggio principale ma l’enigma del desiderio femminile.

David Lynch oggi è ciò che si definisce un modello e un autore nel senso più alto che questo termine racchiude: la sua inconfondibile quanto perversa capacità di andare in profondità nell’indagine psicanalitica all’interno della coscienza umana, creando personaggi, ambienti, storie che sono entrate a far parte della cultura collettiva, stabilisce fra il regista e il pubblico un legame unico che va oltre al normale, per quanto profondo, che costringe quest’ultimo a non restare passivo e inerme davanti allo schermo in attesa di un intrattenimento che arrivi dall’esterno: chi guarda è quasi violentato e forzato a una visione che passa attraverso più piani di percezione e comprensione, creando un legame con le immagini che non può e non vuole essere quello di una trama da seguire, ma un universo introspettivo da imparare ad abitare.

Carlotta Magistris

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

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