Tanta distopia, poca sperimentazione e niente amore: Love, Death & Robots – Vol. 3

1. Amore, morte e tanto, tantissimo sangue
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A un anno esatto dall’uscita del secondo volume, la serie antologica d’animazione per adulti prodotta da Joshua Donen, David Fincher, Jennifer Miller e Tim Miller Love, Death & Robots torna su Netflix con l’atteso terzo volume. Affermatosi come uno dei più riusciti esperimenti della piattaforma streaming – sulla scia del successo del filone distopico antologico boostato da Black MirrorLDR è composto da una sequenza di cortometraggi animati, ciascuno dalla durata che varia dai 4 ai 21 minuti e realizzato da un team differente e con una cifra stilistica specifica. Con il primo volume, uscito nel 2019, la serie ha conquistato pubblico e critica grazie alla magnificenza visiva delle immagini, dietro alle quali si celavano storie dal gusto lovercraftiano e orwelliano che, pur oscillando tra sci-fi, horror, fantascienza, fantasy, cinema di guerra e commedia nera, erano legate dalle medesime tematiche: amore, morte, robot e tanto, tantissimo sangue. Se con il primo volume si era gridato al capolavoro (anche per via dell’elemento novità), il secondo aveva deluso le aspettative – complice il dimezzamento degli episodi, da 18 a 8, e una verve creativa che sembrava non riuscire ad andare oltre i tecnicismi dell’animazione 3D. I 9 nuovi episodi della terza stagione si presentano invece come un’omogenea sintesi delle puntate precedenti: la sperimentazione artistica torna a intermittenza ma con punte entusiasmanti, così come tornano le storie dalla struttura narrativa solida.

2. I limiti dell’iper-realismo
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Love, Deaths & Robots ha contribuito a portare nel panorama mainstream il cortometraggio e l’animazione per adulti, spesso relegati a nicchie ristrette. Ma la serie sembra essere rimasta incastrata in una visione monostilistica dominata dall’iper-realismo della grafica 3D, togliendo spazio alle infinite possibilità creative dell’animazione. Certo, episodi come Tre robot: Strategie di uscita, Sciame e Sepolti in sale a volta mirano proprio a rappresentare un futuro distopico verosimile in cui l’umanità ha fallito nella lotta per la sopravvivenza – in primis contro se stessa. Ma episodi come La pulsazione della macchina, e prima ancora Buona caccia (S1) e Ghiaccio (S2), dimostrano che uno spaccato futuristico può essere restituito in modo incisivo anche attraverso scelte stilistiche diverse dall’iper-realismo 3D. Tra gli episodi riusciti, spicca per l’inventiva il corto di sei minuti La notte dei minimorti, il racconto di un’apocalisse zombie che rappresenta la summa di LDR (violenza, sesso, tecnologia e umorismo nerissimo) ed è ottenuto attraverso scelte stranianti come la ripresa dall’alto, il time-lapse e la tecnica mista di stop-motion e CGI.

3. Tutto è bene quel che finisce bene
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A deludere costantemente è la gestione dei finali degli episodi di LDR, che hanno chiuso affascinanti epopee surreali abitate da personaggi complessi con frettolose dissolvenze o brusci stacchi. Fatta eccezione per alcuni episodi che fin da subito dichiarano il loro disimpegno (Morte allo squadrone della morte) e altri semplicemente non riusciti (Sciame), la maggior parte dei cortometraggi della terza stagione sviuppano storie solide e complete, che nelle loro scene finali confermano, o stravolgono con genialità, la narrazione – finali aperti inclusi, che non conducono a punti ciechi fini a se stessi ma a una molteplicità stimolante di direzioni e di conclusioni possibili. Si delineano così storie che sanno sviluppare le domande che pongono, disseminando le risposte ora in un oceano cosmico (La pulsazione della macchina), ora nel coraggio più disperato (Sepolti in sale a volta), ora nella psiche dei personaggi (Un brutto viaggio). 

4. Make love not war
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Il limite della terza stagione di LDR è un evidente stagnamento tematico. In ogni cortometraggio, infatti, ricorrono scenari catastrofici in cui si muovono per lo più soldati o persone intente ad affrontare con un approccio aggressivo e violento l’ignoto, la scoperta e il confronto con l’altro e l’altrove (cosmo, alieni, creature mistiche), inscenando scontri da cui, la maggior parte delle volte, l’essere umano esce fisicamente e intellettualmente sconfitto. Ne sono un esempio lampante Sciame e Tre robot: Strategie d’uscita, così come le precedenti Servizio clienti automatico (S2) e Pop Squad (S2): tentativi di raccogliere l’eredità di Black Mirror nell’immaginare futuri distopici a cui è destinata l’umanità come diretta conseguenza della sua stessa noncuranza, avidità e arroganza, ma che finiscono col risultare stantii e retorici. Ma c’è davvero altro su cui LDR può farci riflettere rispetto ad altri progetti con lo stesso intento? In un periodo storico segnato dalla rassegnazione, Love, Death & Robots è l’ennesimo prodotto che riesce a fare luce sugli atteggiamenti che è giunto il momento di abbandonare, ma fa anche il passo successivo: indicare un percorso positivo di crescita, una via da intraprendere e perseguire per evolverci, un memento di ciò che è importante coltivare, come la saggezza nel riconoscere che siamo parte di un Tutto e non al di sopra di tutto (La pulsazione della macchina), il coraggio e la sensibilità di accogliere il cambiamento, per quanto destabilizzante possa sembrare (Mason e i ratti), la consapevolezza che, a volte, per ritrovarsi, è necessario eliminare il superfluo (come l’inarrivabile, ancora oggi, Zima Blu, S1). 

5. Una pepita d’oro in un mare di ottone
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Dopo La Testimone (S1), il direttore artistico dell’animazione e regista Alberto Mielgo ha preso nuovamente parte al progetto con Jibaro, il nono e ultimo cortometraggio della terza stagione. Storia di amore e morte che vede una pericolosa sirena d’oro e un soldato sordo perdersi tra le onde di una danza letale, si pone a metà tra la leggenda folkloristica e l’epopea mitica, tra la violenta infatuazione e l’inganno, tra grida sanguinolente e silenzi assordanti. Il tagliente fotorealismo dell’episodio è uno dei più efficaci della serie, sia per l’accuratezza delle immagini, sia per la funzionalità nel rendere palpabile un universo fantastico che sembra un inquietante sogno a occhi aperti. Un incubo che al risveglio sarà difficile scrollarsi di dosso, ma che rappresenta forse la gemma di Love, Death & Robots. Nessuna distopia, nessuna apocalisse, nessun messaggio o allegoria terrena: solo il fascino di una storia che, tra movimenti di macchina ansiogeni e ambientazioni alla Ophelia di John Everett Millais, trasuda avanguardia e autorialità.

Diletta Culla

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Combo x mega basic | Turin 19/4/2026

This time was special, we made friends with gloomy flames and glowing horns, creating a punkish neon environment ⚡️🔥

With OJO DJ, Mortimer-Dubaton live, Volantis, Odd Shy Guy, Volantis, Bruised Springs Teen 💜

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