PARTE 1
Sorrentino parte da lontano, da una Puglia provinciale e disperata che sgomita nell’illusione di uscire da quella stessa merda in cui, muovendosi così convulsamente, sprofonda sempre di più. Da Taranto si sposta in una Roma dipinta come Gotham, dove un insieme di donnine, papponi e arrivisti sguazza soddisfatto in quella merda ricoperta d’oro luccicante. E poi sapproda in Sardegna, trampolino di lancio per arrivare a Lui.
Il protagonista di Loro 1 è Sergio Morra (storicamente Giampaolo Tarantini, interpretato da Riccardo Scamarcio), che a botte di cocaina in omaggio crea un plotone di ragazze giovani e belle, assetate di successo e pronte a succhiarlo dal collo di chiunque possa dargliene anche una sola goccia. È così che Morra, insieme allo spettatore, si avvicina a Lui, accerchiandolo piano piano, con la determinazione e la pazienza di un cacciatore esperto. La chiave per arrivare a Lui e, tramite Lui, al potere è infatti il suo entourage, l’insieme delle ramificazioni che reggono e proteggono il suo impero sotterraneo e diabolico, che tutto controlla e tutto corrode. In una sola parola: Loro, quelli che contano.
Come con un animale selvatico (ecco che le metafore della capra, del rinoceronte e del ratto trovano una quadra), furbo e diffidente, Morra sa che una sola mossa affrettata lo metterebbe in fuga, facendo svanire ogni possibilità di avvicinarlo. Ed è qui che si concretizza lo scopo di Sorrentino: seguire la strategia di Morra e attraverso quella individuare e snocciolare le debolezze di Silvio, le falle di un personaggio farsesco che, quasi alla perfezione, ha saputo toccare i tasti giusti per sedurre il nostro Paese, trasformando la verità assoluta in capacità di persuasione.
Dimenticate le morbide carrellate de La grande bellezza: lo stile di Sorrentino si fa nervoso, dissonante e aggressivo, soprattutto nell’abuso di jumpcut e di grezzi stacchi di montaggio; gli inserti in computer grafica sono dichiarati (“Tutto vero, tutto falso”); le battute sembrano pescate dai cinepanettoni anni ’80; inserti surreali e nonsense si materializzano nei momenti meno probabili. E la forma non può che adattarsi al contenuto. Una forma disturbante e respingente pretesa da un contenuto altrettanto repellente: ponendosi sullo stesso piano della storia, la messa in scena la abbraccia e la racconta senza alcun giudizio, anzi, con una certa tenerezza verso il Silvio di Tony Servillo, che sorride imperterrito persino di fronte al crollo della propria vita pubblica e privata.
Se da Il Divo trapelava un certo timore reverenziale nei confronti di un personaggio politico ossessionato dal potere e dalle proprie ideologie, in Loro 1 si insinua una subdola simpatia nei confronti di un uomo salito al potere a colpi di battute volgarotte e ancora oggi incapace di arrendersi, convinto di poter riconquistare la sua “intellettuale” – in quel contesto basta ben poco – Veronica (Elena Sofia Ricci) con una comparsata di Fabio Concato – chicca geniale di Sorrentino. Ridotto al meme di se stesso, a una maschera di cera che sfoggia un sorriso brillante, Sorrentino mette a nudo il meccanismo studiatissimo del Silvio-pubblico e si inoltra nei meandri del Silvio-uomo-privato. Uno solo è lo strumento del regista: la lente deformante della satira grottesca, aneddotica, vitale ed esuberante, amorale e decadente; niente a che vedere con la Storia raccontata dai libri o dai media.
Indimenticabile l’entrata in scena di Silvio, vestito da odalisca: una maschera sulla maschera, un pagliaccio. Strati di finzione esasperati da Sorrentino per renderli manifesti, per spezzare l’indecifrabile magia con cui Silvio ha ammaliato milioni di italiani, per separare Berlusconi dal berlusconismo, Berlusconi dal populismo, e palesare i misteriosi sentimenti che lo hanno mosso, al di là della narrazione di se stesso che ha strenuamente costruito nel corso degli anni. Con Loro 1 Sorrentino ha solo preso la mira. Bisogna aspettare Loro 2 per vedere se, come e quando colpirà il bersaglio.
PARTE 2
“Sa cosa succede a chi ha provato a usare la psicologia con me?”, chiede Silvio (Toni Servillo) a uno dei sei senatori del centro-sinistra che sta convincendo a passare dalla sua parte per far cadere il secondo governo Prodi, “Niente. Non succede niente”. Sorrentino in Loro 1 ha fatto cadere una maschera, ma ora ne è subentrata un’altra, e ne subentrerà un’altra ancora. L’essenza di Silvio è esattamente ciò che tutti abbiamo sempre visto: una maschera. È tutto lì: sotto non c’è niente. Limitandosi a dirlo e rinunciando alla ricerca di qualcosa sotto alla superficie, Sorrentino disinnesca il personaggio-Silvio, privandolo di quel fascino enigmatico che è sempre stata la sua forza, e che anche lui sente di aver perso. Un’insicurezza che nasce nel Silvio-privato (o meglio, da Veronica) e mina le fondamenta del Silvio-pubblico, fino a mettere in ginocchio Lui, il berlusconismo e l’Italia: un terremoto reale e metaforico – quello dell’Aquila del 2009 – porta alla sua deposizione, mentre attorno a Lui tutto cade a pezzi.
Il rifiuto di Loro 2 di metterlo a fuoco, di condannarlo o esaltarlo, di formulare l’ennesimo superfluo giudizio morale, si riverbera in uno sguardo incerto, anche a livello di registro stilistico (commedia, parodia, melodramma, sentimentale, esistenziale): l’unico mimetismo concesso è quello della percezione che si ha dell’oggetto reale, ovvero un’inquadratura sempre incerta e sempre impossibile di un oggetto proteiforme e sfuggente, persino per se stesso. Un approccio simbolico dichiarato subito, in un campo-controcampo tra Silvio e il suo alter ego Ennio Doris (sempre Toni Servillo), il fondatore di Mediolanum. Le due anime dello stesso Silvio: un venditore che è diventato un politico ma è sempre rimasto un piazzista, che è “l’uomo più solo del mondo, perché parla sempre e non ascolta mai”. L’essenza-maschera di Silvio è allora quella di un venditore patologico, ossessionato dal bisogno di persuadere costantemente come i cocainomani hanno bisogno costantemente di farsi una botta per esorcizzare il down che inevitabilmente arriverà.
Le “cene eleganti” in questo Eden sardo, che Silvio vorrebbe separato dal mondo ma in cui i fatti reali arrivano a tormentarlo e a girare il dito nella piaga della sua insoddisfazione, cambiano allora di segno: è una vitalità esagerata, opulenta e dunque ridicola, decadente e grottesca, che sfocia in un furore esagerato che si propaga anche su di Loro, terrorizzati come Lui dall’horror vacui, dalla paura della vecchiaia, della morte, della fine. Un susseguirsi di divertissement patetici come unico rimedio alla solitudine, come unico escamotage per sopravvivere in questo stato di malinconia e stanchezza, finché non riconquisterà la sua posizione al governo e potrà farsi una nuova botta di vitalità.
Loro 2 è il racconto del dramma personale che Sorrentino ha visto dietro agli eventi di cronaca di cui Silvio è stato protagonista – e che il film non manca di nominare. Il dramma umanissimo di chi è vecchio, non piace più, puzza di detersivo per dentiere e organizza feste tremendamente tristi, eppure non si rassegna a diventare un ricordo e vivere di ricordi (come invece fa Mike): incapace di percepirsi storicamente, Lui è solo puro presente. E tutte le sue esternazioni megalomani non sono altro che il suo repertorio, continuamente reiterato nel tentativo di rimanere al centro della scena, e dunque vivo.
Uno spettacolo sempre in tabellone allestito non da Lui ma da Loro – che poi siamo tutti noi –, ossessionati dalla sua figura. Tutti, sia i detrattori che gli ammiratori. Un carisma che scaturisce proprio dal suo essere sibillino e cangiante, di non essere niente, se non ciò di cui Loro – e noi – di volta in volta hanno bisogno. Esplicativa, ed esaltante, la scena della telefonata in cui Sivlio vende una casa a una donna genovese di mezza età: una dimostrazione di quello stesso fascino che lo ha portato – e lo mantiene incredibilmente ancora oggi – ai vertici del potere, perché “conosce il copione della vita e sa fare sognare”. Un copione che né Loro né noi conosciamo. Ecco perché Silvio è ciò di cui tutti, Loro e noi, abbiamo sempre parlato, nel bene e nel male: perché anche quando sembra di aver visto tutto di lui in oltre vent’anni, “tutto non è mai abbastanza”.






