I film festival sono quei momenti in cui ci ricordiamo perché il cinema resta ancora, o almeno ci prova, un rito collettivo, un gathering culturale che ci strappa dalla corrente del solipsismo culturale verso cui stiamo andando alla deriva. Un’esperienza di identificazione personale profonda che parte nel buio della sala e che, nel momento in cui termina, ci porta a cercare uno sguardo di intesa, soddisfatto o deluso, con chi l’ha condivisa con noi, come a rispondere a un innato bisogno di riconoscimento e connessione verso l’esterno. E anche se dobbiamo correre forsennatamente verso la prossima proiezione, quel senso di avere a priori qualcosa in comune con chi abbiamo attorno ci fa sentire di essere parte di qualcosa – dovremmo smettere di dimenticarcelo.
Locarno78 ha dato particolare spazio alle riflessioni su questo tema, creando uno spazio di confronto e negoziazione per il cinema contemporaneo, con una selezione che punta su politica e fragilità, sangue e poesia, ironia e dolore, corpi ribelli, silenzi che gridano, vampiri e bambine, ritagli di quotidianità, mondi sospesi tra sogno e realtà, ricordi intimi e futuri distopici. Qui il cinema non si limita a intrattenere: interroga il presente, disturba e commuove, fa ridere fuori luogo e ti costringe a guardare dove distogli lo sguardo. In un momento storico di frenetica ricerca della distrazione, del dramma annichilente, del terrore di fermarsi e vedere per davvero le cose per ciò che sono, Locarno mette al centro quelle voci ai margini, le visioni scomode e i linguaggi radicali. Come ha dimostrato la manifestazione pacifica in Piazza Grande per fermare il genocidio palestinese in corso, il cinema è vivo e lotta insieme a noi, per innescare una forma di guarigione condivisa.

Memory Box, Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Libano/Canada/Francia/Qatar, 2021
La scatola dei ricordi che si apre in Memory Box non contiene soltanto fotografie, cassette, lettere: custodisce identità sospese, frammenti di un passato che non smette di pulsare, la tensione costante tra ciò che si tramanda e ciò che si perde. È un film che scava nel gesto stesso del ricordare e del raccontare, e che ci ricorda come la memoria non sia mai neutrale, ma un territorio di conflitto e negoziazione. La sala diventa allora un archivio condiviso, in cui la storia privata si intreccia con la Storia collettiva e la memoria si fa atto collettivo, soprattutto di ciò che preferiremmo non ricordare. Portando a Locarno78 anche Costa Brava, Lebanon, la casa di produzione indipendente libanese Abbout Production, premiata col Raimondo Rezzonico Award, rivendica così il ruolo del cinema di raccontare storie autentiche, ancorate alla realtà della regione che i due fondatori, Georges Schoucair e Myriam Sassine, abitano, “mostrando ciò che dall’esterno non si vede e offrendo visioni alternative, spesso antitetiche rispetto a quelle dei media, ormai deformate dalla censura e dalla manipolazione politica” – come ha dichiarato Myriam a Pardo Magazine.

With Hasan in Gaza, Kamal Aljafari, Palestina/Germania/Francia/Qatar, 2025
“Un omaggio a Gaza e al suo popolo, a tutto ciò che è stato cancellato e che dentro di me si è risvegliato in questo momento drammatico dell’esistenza, o non-esistenza, della Palestina. Un film sulla catastrofe e sulla poesia che resiste”, afferma il regista. Un film che non offre soluzioni né consolazioni, ma accoglie e dà dignità a vite sospese tra paura e resistenza, tra memoria e quotidianità, alla fragilità di chi vive sotto minaccia e alla forza di chi non rinuncia a raccontarsi. Il rito collettivo nella sala cinematografica si fa atto di consapevolezza e vicinanza, un antidoto alla corrente del presente che ci trascina nell’indifferenza.

Alpha, Julia Ducournau, Francia/Belgio, 2025
Il futuro che racconta Alpha non è lontano, è già qui: un corpo adolescente marchiato da un virus si fa terreno di paura, sospetto, stigma. Dopo Titane, Julia Ducournau torna con un body horror per metterci di fronte al presente che viviamo: quello che trasforma l’altro in minaccia, il diverso in contagio. La forza del film sta proprio nel rifiuto di chiudersi nella distopia facile: Alpha usa il genere per scavare nella fragilità, per mostrare come l’innocenza possa diventare specchio crudele del nostro bisogno di controllo e di come la paura generi mostruosità disumane. È cinema che costringe a uno sguardo collettivo, in cui l’individuo è un pezzo di un mosaico di cui non possiamo più non avere consapevolezza.

Silence, Eduardo Casanova, Spagna, 2025
Eduardo Casanova torna a sfidare le convenzioni eterocis del genere horror, esplorando le difficoltà di connessione in una società sempre più alienata attraverso la storia di una famiglia di vampire e una love story lesbica finalmente spogliata di quel velo oggettificante che viene spesso calato sopra (dall’alto del patriarcato). Con un linguaggio squisitamente e sfacciatamente queer, un’estetica viscerale e simbolica, una narrazione stratificata e dolce e gag sagaci e divertenti, al centro c’è il corpo come veicolo per raccontare storie di emarginazione e desiderio. smascherare il vero veleno della società di oggi: il silenzio.

Dracula, Radu Jude, Romania/Austria/Lussemburgo/Brasile, 2025
Torna il mito del vampiro, ma non si tratta di nostalgia gotica: quello di Jude è un corpo politico, radicale, anarchico. Realizzato con un uso massiccio e dichiarato, al limite del posticcio, dell’AI, il film “decostruisce il mito di Dracula attraverso decine di storie – assurde, pulp, letterarie, giocose, politiche, eccessive, cattive, fantastiche e realistiche”, dichiara il regista, con un’opera che è un’ode irriverente al grottesco. Ogni vampiro che appare sullo schermo ci ricorda che i veri mostri sono altrove, e sono ben celati, e che il cinema sa ancora usare il mito per smascherare il presente e innescare una catarsi collettiva: le ombre dell’umano, quando condivise, fanno meno paura.

Le bambine, Valentina Bertani, Nicole Bertani, Italia/Svizzera/Francia, 2025
Un racconto autobiografico in bilico tra realtà e finzione che parla di figlie che hanno cercato la libertà attraverso la sorellanza. Il film, consapevolmente anti-naturalistico, è lo sguardo delle bambine che Nicole e Valentina erano, non quello delle donne che siamo diventate. Ruoli familiari e affettività negata scorrono sullo sfondo di un’estate italiana di fine anni ’90, tra tormentoni in radio e discoteche oggi abbandonate (nota bene: la meravigliosa scena plastica da Cocoricò) dove gabber e warrior facevano tremare i pavimenti a colpi di hakken. Pane per i denti affamati di retromania autentica – non di puro citazionismo – e di un coming of age che mette al centro corpi (finalmente) femminili che si fanno campo di negoziazione di un passaggio che non ha un prima e un dopo ma che si configura come attraverso liminale, legittimando la transizione come stato in sé. “Menarca, sessualità, responsabilità: nel film non sono mai universali; le identità sono fluide, si sfiorano, si confondono. Ed è proprio in queste zone grigie che si annida la verità”, dichiarano le registe.

Fantasy, Kukla, Slovenia/Macedonia del Nord, 2025
Fantasia non come evasione ma lente altra attraverso cui leggere il presente, per un “risveglio dello sguardo femminile, a lungo represso”, e invitare le donne “a vedersi attraverso i propri occhi, anziché attraverso le aspettative altrui”, spiega la regista. Il film mescola ironia e dolore, leggerezza e inquietudine, creando uno spazio in cui il ridicolo e il tragico convivono nella storia di Mihrije, Sina e Jasna, amiche del cuore i cui corpi tomboy che rifiutano di piegarsi al sistema retrivo in cui vivono vengono sconvolti – in positivo – dall’incontro con Fantasy, donna transgender insieme alla quale partono per un viaggio nelle complessità dei generi, del desiderio e della scoperta di sé.

White Snail, Elsa Kremser e Levin Peter, Austria/Germania, 2025
La lumaca si muove lenta, quasi impercettibile, eppure lascia una scia luminosa dietro di sé. Così White Snail: un film che non solo si vede, ma si sente. Non esplode, non urla: scava con un sottotono di dolcezza per plasmare una storia di amore e di solitudine, di corpi che sfuggono e di vite che si rispecchiano. Il fil rouge del film è proprio il bisogno di sentirsi compresi e il riappropriarsi dell’etichetta di outsider come atto politico di resistenza contro un sistema autocratico (in questo caso della Bielorussia) sottoposto a un rigido controllo statale che rigetta tutto ciò che esula dalla norma – che siano corpi, idee, arte.

Ancestral Visions of the Future, Lemohang Mosese, Francia/Lesotho/Germania/Arabia Saudita/Qatar, 2025
Un titolo che sembra un ossimoro e invece è dichiarazione di intenti: il futuro non esiste senza la voce degli antenati, e prende forma proprio in quello spazio sospeso dove ritualità e memoria si intrecciano. In un tempo che non è lineare ma circolare, che ritorna e si rigenera, e con un’estetica saturatissima, Ancestral Visions of the Future mette in discussione l’idea stessa di progresso, chiedendo di ricordarci di ricordare, di guardare a ciò che abbiamo dimenticato e, in qualche modo, di integrarlo, per immaginare insieme futuri che, per quanto fragili e incerti, hanno radici comuni.







