Le nostre recensioni dal Cortinametraggio 2020

In questo periodo tante iniziative, manifestazioni e festival cinematografici vengono rimandati o annullati per via dell’emergenza sanitaria, ma la mancanza di una data certa in cui la situazione inizierà a migliorare ha portato tante altre realtà a prendere una decisione diversa. Ed è il caso del Cortinametraggio, il festival di cortometraggi presieduto da Maddalena Mayneri, che ha optato per trasferirsi online. Come previsto, si è tenuto dal 23 al 28 marzo, ma invece che a Cortina d’Ampezzo direttamente sul sito cortinametraggio.it, con la partecipazione della piattaforma televisiva online Europa Tv.

Black Tank,Alberto Basaluzzo
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Un vertical movie girato grazie alla tecnica dello stop-motion che racconta di una solidarietà che si instaura tra chi è nemico per antonomasia. Ovvero in un campo di battaglia di un gioco da tavolo tipo Risiko. Black Tank è il bizzarro e originale racconto di un piccolo carro armato nero, che si muove sul noto planisfero di cartone all’interno di una dimensione fatta di suoni e rumori del mondo reale. Il suo è un duro viaggio attraverso i continenti del globo per chiedere aiuto alle fazioni nemiche. Attraverso questo film surreale e in scala ridotta, traspare una riflessione sulle guerre, sui conflitti e sull’importanza dell’aiuto reciproco.

La bellezza imperfetta, Davide Vigore
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Il corto di Davide Vigore, è ambientato in una Palermo dark e semi-deserta e racconta la vicenda di un personaggio altrettanto oscuro: Girolamo, un uomo ormai non più giovane e di bell’aspetto, dedito a droghe, feste e malavita. Tutto sembrerebbe andargli bene così. In realtà, vive nella più completa solitudine. Ritrovandosi di fronte a una giovane e bellissima donna di cui si innamora, Victoria, Girolamo rimette in discussione la propria vita. Il film scorre un po’ piatto nella prima parte, ma sul finale Victoria si rivela l’imprevisto che svolta finalmente l’esistenza del protagonista, il cambiamento che aspettava da una vita e riesce finalmente a fargli aprire gli occhi, rivelando una profondità d’animo che ancora non era emersa.

Settembre, Giulia Louise Steigerwalt
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I colori tenui e il sole di fine estate sono la cornice di una delicata storia di affetto tra giovanissimi, che richiama i toni soavi di film come Chiamami col tuo nome. Nonostante la totale assenza di romanticismo nella relazione tra i due protagonisti, Maria e Sergio intessono un rapporto sincero di complicità, mentre lui aiuta lei a prepararsi alla sua prima volta con un altro ragazzo. I dialoghi restituiscono la visione del mondo di chi si trova sul confine tra sentirsi grande e ancora un bambino. La riflessione sulle nuovissime generazioni, seppur mai severa e inflessibile, lascia un sapore dolce amaro in bocca verso chi ha fretta di buttarsi alle spalle l’età dell’innocenza senza rendersi conto che quegli anni non torneranno mai più.

Don Gino, Salvatore Sclafani
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Una commedia dell’assurdo incentrata sul clan dei Patané e il temutissimo boss don Gino. Il film scardina i valori sacri associati alla mafia e la visione che ne dà la maggior parte dei prodotti cinematografici e televisivi, dissacrando in maniera grottesca il machismo su cui si regge la malavita – e non solo. I rapporti omosessuali sono infatti un tabù per chi sostiene la mascolinità tossica, diffusa in tutta la nostra società, e la critica del regista viene operata attraverso un’ironia che rende queste dinamiche una barzelletta.

La regina si addormenta dove vuole, Lorenzo Tiberia
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Il ritratto cinico della società adulta, in cui la violenza si insinua anche nei luoghi considerati sicuri e di pace come la famiglia e le case di cura, viene prima mostrato nella sua crudezza, e poi rielaborato dall’occhio innocente di una bambina. Ne La regina si addormenta dove vuole la piccola protagonista disegna il mondo che vorrebbe con l’aiuto di un’anziana donna vittima di abusi; il momento più toccante è proprio il dialogo tra le due. Il film trattare il tema con grande delicatezza, senza tuttavia risparmiare la crudezza della realtà.

Il nostro tempo, Veronica Spedicati
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Lo spaccato di vita di una bambina, Roberta, nel suo rapporto col padre, che invecchia e sente gli acciacchi del tempo rallentare i propri sorrisi e i giochi con la figlia. Assistiamo alle vicende tramite l’occhio della macchina da presa della regista, ma anche di quella portatile di Roberta, che nella noia di una giornata immobile d’estate documenta una gita al mare con la famiglia, bruscamente interrotta da un malore del padre. Un corto di grande cuore, con una dosata vena di malinconica speranza.

L’alleato, Elio Di Pace
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Sicilia, Seconda guerra mondiale: alcuni soldati alleati statunitensi, alla disperata ricerca di cure per un compagno ferito gravemente, si uniscono a un fotoreporter incontrato per caso lungo la via e trovano aiuto in una fattoria. Lui è Robert Capa e loro sono il soldato Mancuso e il giovane Salvatore, che si fanno inconsapevolmente carico di una grande responsabilità: raccontare la storia dalla prospettiva dei vincitori, di chi si ritrova alle prese con i feriti di una terra straniera vincitori, consegnando alla storia le immagini di una Sicilia liberata dall’invasore. Con un vivace bianco e nero l’atmosfera si fa claustrofobica e un alone di mistero avvolge le dinamiche tra i personaggi: chi è l’alleato a cui si riferisce il titolo? Si rimane sul filo del rasoio fino all’enigmatico finale.

La consegna,Paolo Porchi
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Due corrieri maldestri in costante ritardo devono eseguire una consegna per un cliente sconosciuto, che presto si scopre essere un bar di immigrati senegalesi in trepidante attesa di una televisione, disperati all’idea di non riuscire a vedere la partita della loro nazionale ai mondiali. Tra insinuazioni velate e battute più decise, un’ironia ben riuscita e politicamente scorretta.

Una cosa mia,Giovanni Dota
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In un vivace affresco familiare partenopeo, Fofo’, il maggiore di sei figli di una sarta del luogo, deve recuperare una preziosa camicia sottrattagli da un ladruncolo. Ma l’indumento, nel frattempo, è finito tra mani inaspettate. La colonna sonora scoppiettante a base di percussioni, il ritmo serrato delle azioni e le inquadrature originali portano una ventata di energia a una narrazione semplice.

Delitto Naturale, Valentina Bertuzzi
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Come ogni giorno, Aida aspetta che la mamma venga a prenderla fuori da scuola. Quel giorno, però, fa più tardi del solito e la bambina, rimasta sola nei corridori della scuola, nota qualcosa di terrificante prendere forma dall’ombra dell’ausiliaria scolastica: un enorme demone. Il giorno dopo la piccola racconta quello che ha visto alle sue compagne e poco dopo una di loro scompare. Delitto Naturale è un ibrido tra Stand by Me in versione femminile e Carrie – Lo sguardo di Satana: esorcizza la paura del diventare grandi con leggerezza poetica e maestria, utilizzando sapientemente la fotografia e la grammatica della metafora – Susan Sontag ne avrebbe scritto volentieri un saggio. A completare l’opera un cast eccezionale, in cui spicca Alida Baldari Calabria, la bambina più piccola nella storia del cinema italiano a essere nominata ai David di Donatello come Migliore attrice non protagonista per Pinocchio di Garrone, che l’aveva voluta anche in Dogman; prima ancora l’attrice era stata scoperta dalla casting director Chiara Polizzi per l’opera prima di Fulvio Risuleo Guarda in alto.

L’occasione di Rita, Francesco Barozzi
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Scritto dalla talentuosa Natalia Guerrieri e diretto da Francesco Barozzi, L’occasione di Rita racconta del rapporto tra una signora anziana che vive da sola e la sua badante moldava. Ironico, dolce e dirompente, L’occasione di Rita è interpretato da un’incantevole Elena Cotta e dall’ottima Beatrice Schiros, affiancate da Giusi Merli (La Grande Bellezza). Pochi attori ma bravi, un’idea semplice ma che va dritta al punto.

L’amica del cuore, Sara Donatella Carrillo
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Un corto di 3 minuti e mezzo che racconta la storia di un’amicizia ai tempi della terza età, con una dolcezza sconfinata e un’ironia brillante. Nell’orario di visite dell’ospizio, due tenere vecchiette parlano tra loro. Piera siede vicino alla sua amica Gemma, costretta sulla sedia a rotelle. A Gemma resta poco da vivere e l’amica decide di spronarla a godersi al massimo il tempo che le rimane, realizzando le sue fantasie – anche quelle più assurde. Un corto potente.

Offro io, Paola Minaccioni
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Paola Minaccioni non prova vergogna né imbarazzo nel raccontare una storia da commedia che faccia semplicemente ridere, senza alcuna ambizione sociale. Offro io racconta la storia di due coppie adulte della Roma bene che vogliono ostentare a tutti i costi la loro gentilezza e generosità, fino a sfociare nell’assurdo. Una riflessione sulle convenzioni sociali, a volte non troppo spontanee.

Non può, Luca Vecchi
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Luca Vecchi racconta una storia d’amicizia ambientata ai tempi del fascismo. Salvo ha abbassato la testa e ha scelto di adattarsi. Marcello è il fratello maggiore, che Salvo ha sempre ammirato ma non ha mai avuto il coraggio di imitare. Il tempo di una sigaretta sancisce la fine di una lunga amicizia che va avanti dalla tenera età. La vita li ha allontanati troppo, portandoli a scelte che probabilmente neanche loro immaginavano. Ma la colpa forse non è di nessuno. Con una fotografia ammaliante e due attori eccellenti, anche questo corto ribadisce l’idea che per fare un’opera riuscita serve davvero poco: dialoghi scritti bene, una buona interpretazione e una fotografia autorevole (Timoty Aliprandi).

Pizza Boy, Gianluca Zonta
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Saba, un ragazzo di origine georgiana, lavora a Bologna come porta pizza. Durante il turno serale riceve un’importante telefonata: sta per nascere suo figlio. Costretto a finire le consegne, imbrigliato dalle dinamiche di un’umanità alla deriva, Saba attraversa freneticamente la città nella speranza di arrivare in tempo in Ospedale. Gianluca Zonta racconta la lentezza della burocrazia italiana ed Europea di fronte alla questione dello Ius Soli – in vigore negli Stati Uniti mentre in Italia aspettiamo da due anni la sua attuazione. Un corto che ci pone di fronte a una questione urgente senza mancare di farci sorridere e di ricordarci di non prendersi mai troppo sul serio, soprattutto con la propria arte.

Maria – A Chent’annos, Giovanni Battista Origo
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Una storia di solidarietà italiana ai tempi della seconda guerra mondiale. Maria Chent’Annos immortala le meravigliose coste della Sardegna, dove Sante Bacci e Nicola Caputo, due soldati dell’esercito italiano, vengono dimenticati dal loro comandate a causa, in parte, delle difficoltà delle comunicazioni via radio. Sarà l’intervento di Maria, una giovane donna del luogo, a riaccendere le speranze dei due uomini. Il corto di Origo tratteggia un’umanità che ha perso il senso della vita a causa della guerra, con un grande spirito ironico e un importante messaggio di positività. “A Chent’annos” è infatti un’espressione tipica della Sardegna per augurare a qualcuno una lunga vita. Una curiosità: in uno studio demografico pubblicato sulla rivisita Experimental Gerontology nel 2004, Gianni Pes e Michel Poulain hanno individuato le cosiddette Zone Blu del Pianeta, ovvero luoghi in cui è stato riscontrato il fenomeno della longevità. La Sardegna, insieme all’isola di Okinawa in Giappone, alla penisola di Nicoya in Costarica, all’isola di Ikaria in Grecia e a una piccola comunità di avventisti a Loma Linda (California), ha registrato un’alta percentuale di centenari.

Il primo giorno di Matilde, Rosario Capozzolo
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Oggi è il primo giorno di scuola di Matilde. Claudio, suo padre, doveva andarla a prendere a casa dei nonni per accompagnarla, ma non si è presentato. Così se ne occupa il nonno, ma a pochi metri dalla scuola li raggiunge il padre, che dopo un breve scambio con il suocero riesce a parlare da solo con la figlia per darle alcuni consigli per affrontare questo giorno importante. In realtà, finisce col dirle molto di più e darle una preziosa lezione di vita. Capozzolo concentra la forza del suo cortometraggio in una scena commovente, sincera e onesta, dove non mancano ironia e ilarità, per mandare un messaggio forte alle nuove generazioni ma anche ai genitori. E lo fa giocando con i pregiudizi dello spettatore, decostruendo la sua posizione ingiusti e assunta prematuramente.

Giulia Crippa, Anna Pennella, Federico Squillacioti

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

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a. soggetti necessari per l’erogazione dei servizi offerti dal Sito, tra cui a titolo esemplificativo, l’invio di e-mail e l’analisi del funzionamento del Sito che agiscono tipicamente in qualità di responsabili del trattamento di 1977 ;
b. persone autorizzate da 1977 al trattamento dei Dati Personali che si siano impegnate alla riservatezza o abbiano un adeguato obbligo legale di riservatezza, quali dipendenti e collaboratori (a. e b. sono, collettivamente, definiti i “Destinatari”);
c. autorità giurisdizionali nell’esercizio delle loro funzioni quando richiesto dalla Normativa Applicabile.

5. Trasferimenti.

1977 assicura che il trattamento elettronico e cartaceo dei tuoi Dati Personali avviene nel rispetto della Normativa Applicabile. Eventuali trasferimenti si baseranno alternativamente su una decisione di adeguatezza o sulle Standard Model Clauses approvate dalla Commissione Europea. 

6. Conservazione dei dati.

1977 tratterà i tuoi Dati Personali per il tempo strettamente necessario a raggiungere gli scopi indicati al punto 3. 
1977 in ogni caso, tratterà i tuoi Dati Personali fino al tempo permesso dalla legge Italiana a tutela dei propri interessi (Art. 2947(1)(3) Codice Civile). 

7. I tuoi diritti.

Nei limiti della Normativa Applicabile, hai il diritto di chiedere a 1977 in qualunque momento, l’accesso ai tuoi Dati Personali, la rettifica o la cancellazione degli stessi o di opporti al loro trattamento, la limitazione del trattamento nonché di ottenere in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico i dati che ti riguardano.
Le richieste vanno rivolte via e-mail all’indirizzo: info@1977magazine.com 
Ai sensi della Normativa Applicabile, hai in ogni caso il diritto di proporre reclamo all’autorità di controllo competente (i.e. “Garante per la Protezione dei Dati Personali”) qualora ritenessi che il trattamento dei tuoi Dati Personali sia contrario alla normativa vigente.

8. Modifiche.

La presente Privacy Policy è in vigore dal giorno 25 maggio 2018. 
1977 si riserva di modificarne o semplicemente aggiornarne il contenuto, in parte o completamente, anche a causa di variazioni della Normativa Applicabile. 
1977 ti informerà di tali variazioni non appena verranno introdotte e saranno vincolanti non appena pubblicate sul Sito.
1977 ti invita, quindi, a visitare con regolarità questa sezione per prendere cognizione della più recente ed aggiornata versione della Privacy Policy in modo che tu sia sempre aggiornato sui dati raccolti e sull’uso che ne fa 1977.