I Boreali – Nordic Festival 2015

Sotto il sole cocente di Milano s’insinua una ventata di freschezza, in tutti i sensi: dal 20 maggio al 5 Giugno la casa editrice Iperborea ha presentato I Boreali, il più grande festival italiano dedicato alla cultura del Nord Europa. La rassegna ha spaziato tra gli ambiti più disparati, dalla letteratura alla musica, dal teatro al cinema. Sono stati proposti incontri con intellettuali nordici e italiani, concerti, seminari, corsi di lingua e tanto altro. L’evento ha animato moltissime location milanesi, tra cui il Teatro Franco Parenti, il Piccolo Teatro, il Museo di Storia Naturale e la Biblioteca Sormani. Non poteva mancare lo Spazio Oberdan, che è diventato meta fissa della redazione di 1977 e di molti cinefili incuriositi da pellicole che viene proposte di rado nelle sale cinematografiche italiane.
Operando una selezione accurata delle proiezioni e desiderando sperimentare generi sempre diversi, abbiamo deciso di parlarvi di tre pellicole davvero particolari.

 

The Disciple – Lärjungen, Ulrika Bengts, Finlandia, 2013

Larjungen_800jBuio, freddo e silenzio. Un faro veglia vigile sulle grigie acque del Mar Baltico e su una famiglia per cui il tempo sembra essersi fermato: nessuno può allontanarsi dall’isola, nessuna attività è permessa al di fuori del lavoro e dello studio. Rigore e disciplina, questo è l’imperativo che il padre di famiglia, nonché orgoglioso guardiano del faro, cerca di imporre alla moglie e al figlio. La monotonia di una vita senza stimoli viene interrotta dall’arrivo di Karl, tredicenne orfano determinato e ambizioso, forse fin troppo. Riaffioreranno allora verità nascoste, drammi familiari al limite della sopportazione, risentimento così esasperato da spingere a un odio cieco e a conseguenze distruttive.
La potenza della pellicola, forse non originalissima per trama e contenuti, sta nell’essere riuscita a congelare il battito cardiaco dello spettatore, proponendo non solo paesaggi desolati e atmosfere malinconiche, ma anche comportamenti di grande crudeltà e indifferenza. La freddezza, la rigidità e il controllo sono evidenziati in continuazione: dagli occhi dei protagonisti – privi di ogni espressione – alle punizioni corporali, dal mutismo forzato di un ragazzino che desidera con tutto se stesso vivere, al dolore malamente nascosto di una madre in balìa di un marito violento. L’impatto emotivo di The Disciple è notevole e duraturo, una vera frustata gelida che lascia il segno.

 

The Reunion – Återträffen, Anna Odell, Svezia, 2013
the-reunion-02The Reunion affronta temi come bullismo, prevaricazione e accettazione del diverso in un modo assolutamente originale. Sfruttando un ben riuscito colpo di scena, la regista realizza un gioco di mise en abyme inserendo la proiezione di un film all’interno della pellicola stessa; il proposito della Odell è, infatti, dirigere una fiction che ricrei una rimpatriata di classe – per la quale non ha ricevuto l’invito, vittima ancora una volta dell’indifferenza altrui – e di mostrare il risultato finale ai propri compagni, per indurli a confrontarsi col passato. La proiezione è la trasposizione di un episodio doloroso della vita della stessa regista, la quale ha deciso di trasformare in espressione artistica e in una riflessione sulla natura umana. Anna Odel ammette, infatti, in un’intervista: “Per molti anni ho voluto lavorare sul tema del bullismo. Durante tutta la scuola elementare sono stata vittima di bullismo e così ho voluto usare le mie esperienze in qualche modo per indagare, tra le altre cose, le relazioni all’interno di un gruppo in seguito a un cambiamento di gerarchia. Nella mia arte, ciò che mi stimola è la creazione di una finzione, il portarla nella realtà, e lasciare poi che la realtà reagisca alla finzione, al fine di creare un lavoro in cui tutte le parti si relazionino a vicenda.”
In The Reunion emerge una duplice realtà: la sofferenza di una donna nel tentativo di superare il dramma infantile dell’esclusione e, specularmente, il disinteresse dei suoi ex compagni di classe che di fronte all’evidenza si proteggono con il vile scudo dell’ “eravamo solo dei bambini”.

È allora straordinaria la capacità della regista di penetrare nell’introspezione dei personaggi, di sondare un’indole umana egoista e chiusa in se stessa, immutata nonostante la crescita e la maturazione. A lei quindi il merito di un lavoro profondo, causa di spunti di riflessione inevitabili e necessari.

 

Pioneer – Pionér, Erik Skjoldbjærg, Norvegia, 2013

PIONEERflagNon poteva mancare nella nostra rassegna un intrigante thriller ansiogeno.
Ispirato a una storia vera, Pioneer crea una perfetta commistione di eventi storici – la costruzione da parte del governo norvegese di un oleodotto sui fondali del Mare del Nord nel 1970 – e drammi umani: Petten, uno dei più esperti sub norvegesi, perde il fratello durante un’immersione di prova; le circostanze della morte sono però misteriose e il protagonista è pronto a tutto pur di far emergere una verità che è stata volontariamente insabbiata.
La pellicola stringe in una morsa d’apprensione giocando tutte le sue carte: personaggi loschi difficilmente riconoscibili, ambientazioni cupe, delitti inaspettati e inseguimenti, sotterfugi e manipolazioni di governo. Ciò che, però, determina il crescendo di tensione è l’eccezionale lavoro condotto da regia e montaggio: il regista alterna la camera fissa, per il racconto degli eventi, e la camera a mano per riprodurre esattamente lo stato fisico ed emotivo di Petten: le inquadrature sfocate, i veloci cambi di prospettiva e la riproduzione di suoni ovattati ricreano il disorientamento del protagonista causato dai continui sbalzi di pressione cui è sottoposto.

La sala rimane in uno stato di apnea per l’intera proiezione del film: un ottimo risultato per Skjoldbjærg, già autore nel 1997 di un altro thriller, Insomnia.

 

Uscendo dalla sala alla fine di ogni proiezione ci si sente come rigenerati, colmi di nuovi contenuti e di piacevoli novità. Insomma: il Festival I Boreali non poteva regalarci di meglio, e di questo gli siamo davvero grati.

Anna Magistrelli

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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