Epidemia e paranoia: come il cinema ha raccontato la paura dell’altro

Fin dai tempi di Sofocle e la peste diffusa dal sacrilegio di Edipo, l’arte ha trasfigurato la malattia come metafora di qualcosa di “altro”, un nemico invisibile che non ha movente né piano d’azione. Un nemico che mette in crisi i meccanismi di decodificazione del pericolo iscritti nella nostra memoria ancestrale, per i quali una minaccia è tanto più concreta e pericolosa quanto più è vicina e visibile. Il virus, invece, è impossibile da individuare: viaggia nell’aria, si rintana sui mezzi pubblici o nelle stanze chiuse, si nutre delle nostre azioni quotidiane e potrebbe essere già dentro di noi senza che ne siamo consapevoli. Azioni banali, come toccarsi la bocca, stropicciarsi gli occhi o dare un abbraccio, assumono d’improvviso un significato sinistro e ogni momento sociale di contatto con gli altri – anche il più innocuo – si ammanta di un’atmosfera sospetta. Di fronte a un pericolo che percepiamo ma non possiamo individuare concretamente, i nostri meccanismi di difesa ci portano a trasferire la nostra paura della minaccia su ciò è più vicino e visibile: gli altri esseri umani, trasformandoli in nemici da odiare e sui quali sfoghiamo le nostre inquietudini e frustrazioni.

Un tema che il cinema, specialmente quello di genere horror o di serie B, ha affrontato, per indagare quella stessa paura e paranoia già elaborate dalla letteratura, dalla tragedia greca fino a Manzoni, e raccontare le paranoie ancestrali dell’essere umano, che si manifestano in tutta la loro potenza accecante quando il pericolo rompe la distanza di sicurezza e sembra essere ovunque attorno a noi. Che sia la peste di Edipo Re o di Storia della Colonna Infame, al centro della storia ci sono gli uomini, la loro vita comunitaria e il sospetto e la paura che la corrodono fino a distruggerla.

Ben prima che il Coronavirus rendesse queste paure concrete tanto da modificare radicalmente la nostra realtà quotidiana, Contagion (Steven Soderbergh, 2011) – disponibile su Infinity! – aveva affrontato la paranoia che si insinua durante un’epidemia. L’analisi scientifica della paura operata dal film sottolinea quanto i nostri comportamenti di ogni giorno possano diventare improvvisamente letali: aprire una porta con un’innocua maniglia diventa un gesto spaventoso ed è angosciante rendersi conto di quante volte ci tocchiamo il naso con le mani sporche senza neanche farci caso. Il film sembra quasi aver predetto la situazione attuale, tra chi si barrica in casa e chi minimizza; e non è un caso che abbia scalato le classifiche dei film più visti in questo periodo, scalzando persino Harry Potter.

Facendo un ulteriore passo indietro, nel 1956 L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel raccontava di un’invasione extraterrestre come metafora della paranoia dell’America maccartista nei confronti il nemico sovietico. Sebbene non si tratti di un’epidemia, i meccanismi dell’orrore sono molto simili: a poco a poco, tutti gli abitanti di una banale cittadina americana degli anni ’50 vengono sostituiti da copie fedeli aliene. Ecco che i volti conosciuti da una vita si trasformano improvvisamente da rassicuranti e familiari a pericolosi e minacciosi. Due anni prima Richard Matheson pubblicava il romanzo Io sono leggenda, che ribaltava la prospettiva: un uomo solo contro una città di infetti con un certo gusto per il sangue. Ma in un mondo di mostri, chi lo è davvero? Quando non facciamo che vedere minacce intorno a noi, forse siamo noi a rappresentare il vero pericolo per gli altri, e non viceversa.

Dei tre film tratti dal romanzo di Matheson, la versione più fedele al libro è il suo primo adattamento: L’ultimo uomo della terra (1964) di Ubaldo Ragona restituisce appieno l’atmosfera apocalittica e lo stato rovinoso della civiltà raccontati dal romanzo, grazie alla scelta di girare interamente il film nel quartiere EUR di Roma, la cui imponente architettura razionalista conferisce a ogni esterno un’aria sinistra e spettrale. Ma l’eredità dell’opera di Matheson va ben oltre i suoi più o meno fortunati adattamenti: proprio negli anni in cui esce L’ultimo uomo della terra un altro autore si ispira a Io sono leggenda per sviluppare una delle figure cardine dei pattern narrativi dell’epidemia.

Nel 1968 George Romero crea l’archetipo dello zombi che si affermerà nell’immaginario cinematografico: un morto vivente spinto da una fame insaziabile per tutto ciò che è vivo, che non brilla per intelligenza né velocità, ma ha la forza nei numeri. Gli zombi sono ovunque, occupano uno dopo l’altro tutti gli spazi prima riservati all’essere umano e contagiano ogni entità con cui entra in contatto. La notte dei morti viventi (1968) e Zombi (1978), uniti in un’ideale trilogia insieme a Il giorno dei morti viventi (1985) escono in anni di profondi rivolgimenti politici e sociali e usano la figura dello zombie come spunto narrativo per raccontare il mondo al collasso e il crollo di ogni certezza, mostrando tutte le ingiustizie e le ipocrisie della nostra esistenza.

In entrambi i film i protagonisti sono membri appartenenti alle classi che stavano emergendo durante gli anni della Contestazione: donne e minoranze; personaggi silenziosi, che rimangono in disparte ad aspettare il momento giusto per agire a trama già avviata. Quando i tradizionali personaggi d’azione – maschi bianchi violenti e di classe borghese – sono costretti ad arrendersi di fronte a un mondo che non è più a loro misura, spetta alle identità a cui fino a quel momento era stato negato un ruolo prendere il controllo e guidare i sopravvissuti verso la salvezza. Se La notte dei morti viventi si concentrava sulla reazione violenta di una società minacciata da un cambiamento inesorabile e incontrollabile, Zombi introduce un altro nemico: la società capitalistica e la coazione al consumo, che riduce i protagonisti ad automi che agiscono esclusivamente per soddisfare i propri bisogni biologici, non dissimilmente dagli zombi contro cui combattono.

Anche un autore lontanissimo dall’orrore sanguinolento e nichilista di Romero come Hayao Miyazaki si è confrontato col tema della fine del mondo, pur mantenendo il suo tono lieve e nostalgico, il suo romanticismo e la sua fiducia nell’umanità. Nausicaa della valle del vento (1984) si apre con uno scenario apocalittico: un cavaliere dotato di respiratore e tuta anti contagio si muove tra le rovine della civiltà, dove il regno degli uomini giace immobile, sepolto sotto una coltre di polvere. Una spora letale, infatti, ha reso l’aria irrespirabile e l’avanzata civiltà umana è solo un lontano ricordo. Il mondo di Nausicaa simboleggia la fragilità e la stupidità degli esseri umani, ormai privi di ogni contatto con la natura e costretti a pagare le conseguenze delle proprie azioni distruttive e violente. Uno scenario che tornerà qualche anno dopo in Spillover (2012), il romanzo di David Quammen che sembra aver predetto il COVID-19 attribuendo l’ascesa di un nuovo Coronavirus al collasso degli ecosistemi terrestri.

La paura del virus e del contagio è strettamente legata alla paura dei nostri simili, di coloro che ci circondano e potrebbero infettarci senza che ce ne accorgiamo. È questa la paura indagata da It Follows (David Robert Mitchell. 2015), dove il male si trasmette attraverso il rapporto sessuale e si sviluppa nella paranoia che chi ci circonda possa avvicinarsi col solo intento di farci del male. Piano piano, l’ansia pervade gli spettatori, che iniziano a scandagliare ogni fotogramma alla ricerca di un segnale della presenza del “mostro”, del nemico, del pericolo. Uno stato mentale affine a quello che viviamo ogni giorno durante questa quarantena, allertati da ogni minimo segnale associato ai sintomi del virus, che sia una mascherina o un colpo di tosse.

In tutti questi film, la paura della fine del mondo si fa simbolo di un’angoscia più ampia e indefinita: la paura del cambiamento. Lo stato attuale provocato da un’epidemia mette in discussione il fondamento stesso della nostra società, costringendoci a fare i conti con il nostro stile di vita e con tutte le nostre certezze. Le metafore costruite dai titoli analizzati rimandano a un cambiamento imposto dall’esterno, dall’altro, da qualcosa che non conosciamo, non vediamo e non possiamo controllare ma di fatto ci costringe ad adattarci a un contesto in cui le nostre possibilità di azione sono drammaticamente limitate e strettamente connesse a quelle degli altri membri della comunità. Un cambiamento che terrorizza perché associato istintivamente al pericolo e alla morte, ma l’unica possibilità per sopravvivere è quella di adattarsi.

Francesco Cirica

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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