Fantozzi, il nostro caro inferiore

Il ragionier Ugo Fantozzi, matricola 1001/bis, è sempre stato un personaggio in alta definizione: fin dal primo episodio – che, giunto nelle sale italiane il 27 marzo di quarant’anni fa, ritorna nei cinema fino a domani, 28 ottobre – abbiamo goduto di una vista panoramica delle innumerevoli vergogne che gli si sono riversate addosso nell’arco di ben dieci film e che lui, metà Giobbe metà Gatto Silvestro, ha sopportato nel più indegno dei modi.

Abbiamo saputo di lui ben più di quanto lui vorrebbe che noi sapessimo, benché l’orgoglio e il senso del pudore di Fantozzi siano due degli elementi più elastici presenti in natura. Per converso, lui ci ha spiattellato di fronte alcune evidenze della nostra esistenza che avremmo preferito ignorare: anche il nostro orgoglio e il nostro senso del pudore scendono a compromessi con maggior frequenza di quanto desidereremmo, e talvolta anche noi ci vergogniamo di cose di cui è vergognoso vergognarsi – anche se magari non arriviamo a disconoscere la nostra nipotina per paura che il suo brutto muso ci faccia sfigurare di fronte al fortunato nonno di una bambina ordinaria, come fa il sempre meschino Ugo in Fantozzi alla riscossa.

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Anche se tentiamo di vivere i nostri cento giorni da pecora con la testa un pochino più alta di quella dello zerbino cinematografico per eccellenza, i nostri dì da leoni non durano molto più di quelli di Fantozzi. Probabilmente sono anche meno esplosivi delle ribellioni del ragioniere più sottomesso della ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica: non ci fanno incassare i proverbiali novantadue minuti di applausi, quelli che seguono alla celeberrima valutazione critica “Per me La Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca” de Il secondo tragico Fantozzi (che tornerà a sua volta al cinema tra il 2 e il 4 novembre), né tanto meno faranno giungere il nostro nome all’orecchio del Megadirettore Galattico delle nostre vite.

Col Megadirettore – superiore tra i (mille) superiori – Fantozzi intrattiene un rapporto personale, a differenza di tutti i suoi colleghi che, come noi, hanno un prestigio appena più elevato. Dio, infatti, si rivolge ai più umili, ai più ignoranti, alle più perfette pezze da piedi, a coloro che non hanno la facoltà di cercare in se stessi una ragione per stare al mondo.

Alberto Sordi e gli altri mattatori nostrani suoi pari hanno incarnato uomini che riuscivano – per mezzo di una subdola simpatia – a far sì che il pubblico si gustasse i loro vizi, identificandosi pericolosamente. I loro personaggi si illudevano di avere la propria vita in pugno e si persuadevano di conoscere il modo per renderla degna di essere vissuta, in barba all’etica e ad altre quisquilie.

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Fantozzi, invece, non ha vizi, ma bisogni corporali; la pochissima vanità che riesce a sopravvivere in lui viene intralciata dalla sua incapacità di crearsi delle maschere socialmente apprezzabili. Per questo è meno abile dei protagonisti della Commedia all’Italiana nel calpestare gli altri per ritagliarsi il proprio regno, ed è superbamente schietto nel suo modo di essere debole coi forti e forte coi deboli – cioè moglie e figlia e nessun altro. Per quanto indulga all’edonismo spicciolo (le serate di fronte alla TV con la frittatona di cipolle, la familiare di Peroni gelata e il rutto libero), non vive per se stesso e sa inconsciamente di non avere nessuna meta da raggiungere.

Fantozzi scopre per quale ragione tira a campare solo in presenza del Megadirettore (che incontra al culmine del primo episodio della saga, diretto da Luciano Salce), eppure questi ci appare così incorporeo e disinteressato da far pensare che non tragga alcun giovamento dalle sofferenze del suo sottoposto. Il ragionier Ugo viene così subito ridimensionato ai nostri occhi da “servo prediletto” di Dio al rango di criceto grasso e frustrato che fa girare la sua ruota in nome di un benessere supremo del tutto virtuale. La traiettoria di Fantozzi – che va dallo squallore all’elevazione spirituale, e di lì di nuovo allo squallore, in un nuovo degradante episodio – è la stessa di Sisifo, un Sisifo che appartiene alla genia dei personaggi dei Looney Tunes.

Andrea Lohengrin Meroni

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Combo x mega basic | Turin 19/4/2026

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