Una rilettura femminista dell’estetica cottagecore al cinema

Nei primi anni Sessanta del XX secolo un gruppo di studenti e studentesse della facoltà di Cinema e Televisione dell’Accademia di Arte delle Muse di Praga fonda la Nová Vlna (letteralmente: “Nuova Onda”), una corrente cinematografica d’avanguardia dissidente rispetto al regime comunista in vigore all’epoca. Attori non professionisti, humor nero, situazioni surreali, assurde e oniriche erano gli strumenti estetici per provocare il pubblico connivente col governo e instillare consapevolezza nei confronti del sistema di oppressione sovietico. Tuttavia, il Patto di Varsavia del 1968 segnò la fine del movimento: molti cineasti e cineaste abbandonarono il paese, e chi rimase subì una pesante censura delle proprie opere. Tra i principali esponenti, troviamo Miloš Forman, Jaromil Jireš, Ivan Passer, Štefan Uher Ján Kadár e Vera Chytilovà, regista de Le margheritine, film del 1966 tornato in sala per il progetto Il Cinema Ritrovato, nella versione restaurata in 4K nel 2022 dal Festival Internazionale del Cinema di Karlovy Vary, in collaborazione con il Národní filmový archiv di Praga, il Czech Film Fund, UPP e Soundsquare, a partire dai negativi immagine e suono originali e dai nastri magnetici originali di missaggio.

Le due protagoniste, Marie I e Marie II combattono la nodia cercando divertimento e piacere, animate da uno spirito nichilista, devastatore e anarchico che le porta a vivere un susseguirsi di situazioni assurde e sconnesse tra loro, nelle quali l’unica costante è il loro comportamento libero, irriverente e spregiudicato, arrivando a distruggere tutto ciò che si trova nel loro appartamento e a “ritagliarsi” in pezzi l’un l’antra con un paio di forbici, come fossero due fotografie strappate dalle pagine di una rivista e inserite in un collage. Iconiche le scene in cui Marie II frequenta uomini molto più grandi di lei, e Marie I si presenta puntualmente ai loro appuntamenti divorando enormi quantità di cibo e prendendosi gioco degli amanti dell’amica. O quando si ritrovano in un night club in stile anni Venti da cui vengono cacciate perché infastidiscono sguaiatamente tanto i performer quanto i clienti del locale. “Una metafora della forza distruttrice della natura umana applicata alla civiltà moderna in generale e al sistema comunista in particolare”, dichiara Briana Cechová.

All’epoca, la Cecoslovacchia sotto l’Unione Sovietica stava vivendo un momento di disordini politici, grave carenza di cibo e tumulti culturali che sfociò nella stagione riformista della Primavera di Praga (alla quale si dà convenzionalmene inizio il 5 gennaio 1968, con la salita al potere di Alexander Dubček). L’energia ribelle che all’epoca dilagava contro la dittatura sovietica si rispecchia non solo nel comportamento sardonico delle due Marie, nel montaggio schizofrenico e nel ritmo narrativo forsennato de Le margheritine, ma anche nella sfida irriverente della regista contro lo status quo, il patriarcato e il cinema classico hollywoodiano. Lo spreco di cibo per realizzare la battaglia finale delle due protagoniste valse infatti la censura della pellicola in patria (come recita ironicamente la dedica finale: “Il film è dedicato a quelle persone che si indignano solo per una lattuga pestata”), ma nel resto d’Europa il film circolò nei cinema d’essai come esempio di libero pensiero, di una satira sociale irriverente e grottesca, radicale anche nella forma, libera e visivamente straripante.

L’estetica delle protagoniste è l’ennesimo affronto al regime e ai costrutti sociali dell’epoca: rese simili a bambole bidimensionali, vengono appiattite su rappresentazioni iperboliche degli stereotipi femminili patriarcali. Oltre ai movimenti robotici e alle voci stridule, la loro stereotipizzazione femminile è esasperata da un’estetica che oggi definiremmo cottagecore, fenomeno escapista che spopola su TikTok e rimanda a uno stile di vita rurale e semplice, a stretto contatto con la natura e lontano dalla hustle culture della città, caratterizzato da abiti volant e midi ispirati alla campagna e da attività creative quali il disegno, la ceramica, la cucina. Dentro a questo frame convenzionale, docile e materno, troviamo però personalità dissidenti, fastidiose e meschine, innescando un ribaltamento inaspettato, sagace e provocatorio. Tramite un’infantilizzazione marcata e costantemente performata e l’anarchia di azioni e dialoghi, le Marie si prendono gioco del patriarcato e ne decostruiscono il male gaze, mettendo in risalto la sua ridicolezza e inutilità. 

Un inno alla ribellione che, per quanto unico, ha risuonato in 5 film sucessivi che hanno esporato le potenzialità del rapporto contrastante tra la sovversività dei personaggi femminili (la maggior parte bambine e adolescenti) e un’estetica che strizza l’occhio al cottagecore.

Le pupille, Alice Rohrwacher, Italia/USA, 2022

Un cortometraggio ambientato in un orfanotrofio femminile gestito da suore che cercano di tenere le bambine lontane dal mondo esterno. Sarà Serafina, la bambina ritenuta “cattiva” dalle suore e modello di dissidenza cottagecore, a condurre tutte alla scoperta del mondo tramite la propria ribellione allo status quo

Fantasie di una tredicenne, Jaromil Jireš, Cecoslovacchia, 1969

Un film onirico e surreale girato da uno dei massimi esponenti della Nova Vlna cecoslovacca. Valerie è un’orfana di 13 anni che vive con la nonna Elsa, una fervente e algida religiosa. Il menarca la porta a entrare in contatto con la propria sessualità, che le varrà la condanna al rogo da parte della comunità di cui fa parte. Ma grazie a un paio di orecchini magici riuscirà a salvarsi, prendendosi gioco degli abitanti del paese e della rigida morale della nonna.

November, Rainer Sarnet, Estonia/Polonia/Paesi Bassi, 2018

Una favola estone in cui il cottagecore vira su tinte dark e si unisce a una fotografia di bergmaniana memoria. Liina è una ragazza di umili origini promessa in sposa a un uomo molto più anziano di lei, ma è segretamente innamorata di Hans, il quale però non contraccambia i suoi sentimenti perché è invaghito della baronessa del luogo. Liina decide allora di vendere la propria anima a una strega per ottenere l’amore di Hans, venendo trasformata in un lupo mannaro che di notte vaga per il bosco al limitare del villaggio.

Mustang, Deniz Gamze Ergüven, Francia, 2015

Ambientato in un remoto villaggio turco, il film segue le vicende di cinque sorelle costrette dallo zio e dalla nonna a non uscire di casa per evitare contatti illeciti con gli uomini. La storia è narrata dagli occhi della sorella più giovane e ribelle, Lale, a cui è affidato uno sguardo dissacrante e un ottimismo che compensa gli aspetti più bui della storia.

Petite Maman, Céline Sciamma, Francia 2021

Dopo la morte della nonna, Nelly e i genitori decidono di recarsi nella casa di campagna in cui la madre abitava da piccola. La madre, però, decide di abbandonare la famiglia e Nelly, costretta da sola con il padre, farà la conoscenza nel bosco di una bambina della sua età. La sovversione in questo film sta nelle genealogie e nell’instaurazione di un altro tipo di rapporto madrefiglia, come spiega la regista in un’intervista per Internazionale

Anna Bonandrini

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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