“Pornotropic”: Marguerite Duras e l’illusione coloniale

“Tutta la colonia, tutto il letamaio delle colonie sono io. È ovvio, ci sono nata”, dichiarava Marguerite Duras in una delle interviste che compongono il film documentario Pornotropic di Nathalie Masduraud e Valérie Urrea, (disponibile su Arte in Italiano fino al 14 gennaio 2021). Nel suo libro Un Barrage Contre le Pacifique, candidato al premio Goncourt nel 1950 ma squalificato per i suoi contenuti, ritenuti comunisti e anti-patriottici, Marguerite Duras stende di fatto un vero e proprio exposé, un autentico manifesto anti colonialista sulla brutalità di quanto accadeva nell’ ex Indocina francese, proprio nel periodo in cui la Francia stava perseguendo una sua guerra nell’ex colonia. Il romanzo di Duras colpisce non solo in quanto storia vera, fortemente auto biografica nella descrizione della sua infanzia nell’Indocina degli anni 20-30, ma anche in quanto presenta per la prima volta il lato oscuro del colonialismo, ben lontano dalle cartoline coloniali e dai sentimenti patriottici che nutrivano l’élite letteraria dell’epoca.

Quella terra che appariva come “la perla dell’Impero”, di fatto era tutt’altro, una sorta di “immenso bordello” governato da dinamiche di sfruttamento ed espropriazione, in cui ingiustizie e supremazie di razza riducevano duramente gli autoctoni a semplici schiavi, a mera forza lavoro. Duras racconta una società ermeticamente divisa tra il disgusto per la diversa, cosiddetta razza inferiore e la affermata superiorità degli europei civilizzatori. Una società dunque scissa in due modi di esistere, di vivere, mangiare persino, e di lavarsi, sui quali la posizione di frontiera dell’autrice ha rivelato un punto di osservazione privilegiato. Emarginata dagli stessi bianchi per la condizione di ingente povertà in cui si trovava la sua famiglia all’epoca, Marguerite Duras ha vissuto tale esclusione con vergogna e sofferenza, intollerante a quelle dure ingiustizie sociali che, ancora così giovane, non poteva capire, ma che le hanno fornito uno sguardo critico sul suo stesso milieu sociale. In bilico tra due mondi del tutto separati, esclusa da entrambi, la scrittrice ha riportato nella sua opera la separazione inviolabile che sussisteva tra le due razze, gli europei, i “bianchi”, ancor più bianchi nelle uniformi coloniali e i caschi ben puliti, dentro i loro quartieri residenziali esclusivi, e gli indigeni impassibili nei volti gialli che, scalzi per le strade, a volte mezzi nudi, si lavavano nelle acque del fiume. Nonostante l’aprirsi dell’autrice verso la vita e i costumi degli stessi cinesi e la sua infanzia passata a lavarsi nel fiume con gli altri bambini del posto, mangiando riso e parlando vietnamita, Duras mostra, tuttavia, nella sua opera, una connotazione quasi razzista.

Per quanto Un Barrage Contre le Pacifique si distingua per uno stile critico e distaccato in merito a quello che la stessa autrice ha definito una forma di “vampirismo coloniale”, l’opera risente di certi stereotipi culturali dell’epoca e descrive gli indigeni come una massa indefinita, monolitica, priva di vita propria. Tuttavia, il tratto più moderno e dissacrante dell’opera di Duras risiede nella sua descrizione dello sfruttamento sessuale delle donne indigene, sempre taciuto dalla storiografia ufficiale. Famosa per la sua sensibilità nel raccontare la condizione della donna, il desiderio e il corpo femminile, in Un Barrage Contre le Pacifique, Duras rappresenta colonialismo e sfruttamento sessuale come strettamente connessi, legati dalla stessa mentalità di espropriazione e appropriazione. Il sistema colonialista, descritto come una vera e propria fucina di prostituzione, obbligava le donne indigene, fin troppo giovani, a vendersi e a piegarsi a forme di matrimonio indigeni, convivendo in qualità di concubine, spose sottomesse e provvisorie, prive di alcun riconoscimento, con gli stessi colonizzatori bianchi. Al centro della riflessione di Duras, si pone tuttavia un aspetto quanto mai attuale: l’eroticizzazione del corpo di queste donne, spesso giovanissime adolescenti, costrette a posare nude alla stregua di donne facili e sottomesse per compiacere l’occhio del maschio bianco.

Al centro dell’opera emerge un femminismo ante-litteram: la scrittrice francese ritrae nei suoi romanzi donne moderne, pervase dal desiderio, da passioni che cercano una loro emancipazione sottraendosi alla morale borghese e ad ogni sistema oppressivo. Donne spesso ai margini di una società che le ha umiliate, escluse, protagoniste di difficili passioni attraverso cui trasformarsi, cercare una propria identità al di fuori di rigide imposizioni. A partire dal racconto del suo amore clandestino, a soli 15 anni, con un cinese adulto e benestante, descritto in ben tre diversi romanzi, Duras ha quasi sempre ritratto donne forti, rinate dalle ceneri dei grandi traumi della Storia per mezzo del desiderio, di passioni amorose presentate come esperienza conoscitiva. Le donne durassiane, la ragazza di Nevers di Hiroshima Mon Amour fino alla Anne Desbaresdes di Moderato Cantabile o alla ragazzina quindicenne di l’Amant, intraprendono tutte, grazie al desiderio, pulsione erotica più che romantica, una sorta di ribellione, un atto sovversivo nei confronti dei limiti imposti dalla Storia stessa, quella Storia fatta di perdite, di dolore e brutalità, quella Storia totalmente ingiusta.

Duras si fa, nella sua scrittura, narratrice del trauma storico e collettivo e al contempo intimo e personale, trauma che non viene mai gridato, solo sussurrato attraverso una scrittura rarefatta, di vuoti e silenzi e lacune. La vera forza della scrittrice risiede, infatti, in una forma quanto mai attuale e moderna, una scrittura che diventa per ella stessa occasione di catarsi, di meditazione e di guarigione dai tanti traumi che hanno costellato la sua vita fin dall’infanzia. Attraverso l’arte, la scrittrice richiama a sé memorie lontane, la madre scostante, malata, l’infanzia di povertà e ingiustizia, così come l’amante, in quella passione infantile già così intensa, per poi liberarsene, abbandonandole una volta per tutte sulla carta. Maestra nel rendere l’ineffabile, nel restituire stati d’animo difficilmente comunicabili, Duras trae forza da una scrittura minimalista, frammentaria, governata da una modalità silenziosa nell’ esprimere o nel tentare di esprimere quanto di traumatico e doloroso la sua vita ha da offrirle, comunicandoci al tempo stesso il potere distruttivo della Storia, l’urgenza del desiderio, e l’importanza di riscattarsi, di riscriversi e affrancarsi da sistemi corrotti e da ingiustizie endemiche.

Anna Chiari

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Combo x mega basic | Turin 19/4/2026

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