La crisi del cinema indipendente italiano, tra solidarietà e innovazione

Fin dai primi decreti di fine febbraio, le sale cinematografiche sono state tra i primi luoghi di aggregazione a venire chiusi in modo definitivo, prima in Lombardia e circa una settimana dopo nel resto dell’Italia, annullando proiezioni, anteprime e uscite proprio nel periodo in cui solitamente arrivano i film più attesi dell’anno ed esercenti e distributori possono contare su una grande attenzione al cinema, prima che inizi l’estate e le persone preferiscano uscire a bere una cosa che chiudersi in una sala. L’intera trafila cinematografica ha dovuto sospendere gran parte dei propri programmi, senza poter fare alcun tipo di previsione su quando e come ripensarli. Alla cancellazione o il rinvio tba, le realtà indipendenti hanno reagito con forza di volontà, solidarietà e spirito di squadra, decidendo di aprirsi al dialogo con unaa dimensione digitale prima così lontana da sembrare irrealizzabile. Distribuzione e fruizione digitali, finalmente, non sono più appannaggio esclusivo di piattaforme streaming gestite da multinazionali anonime interessate esclusivamente ai numeri, ma diventano canali diversificati, che includono opere indipendenti e coraggiose e assicurano la pluralità di voci anche in questo momento, anzi, raggiungendo chi, prima, di certe realtà indipendenti non aveva magari neanche mai sentito parlare perché relegate in una nicchia in quanto considerate inappropriatamente “non commerciali”.

La possibilità di strutturare autonomamente le programmazioni è sempre stato il punto di forza delle sale indipendenti, incentrate su progetti d’autore audaci e originali. Al centro di queste realtà, infatti, non c’è solamente la proiezione, ma il concetto di fruizione collettiva, di aggregazione in uno spazio in cui nascono il dibattito e il confronto sociale, politico e culturale, essenziali per la vitalità di ogni città. Luoghi di riferimento per un pubblico di affezionati, che sanno di potersi affidare a programmazioni interessanti e curiose di cui, anche in questo momento di distanziamento sociale, abbiamo tutti più bisogno che mai. Proprio per questo sono stati gli spettatori a chiedere alle sale di quartiere di non lasciarli soli proprio adesso, di non fermarsi e di attivare modalità di fruizione online per mantenere vivo il rapporto che li lega a queste realtà. E infatti esercenti indipendenti come il cinema Beltrade di Milano, il PostModernissimo di Perugia, l’Orione di Bologna, lo Streeen di Torino, l’AIACE (Associazione Italiana Amici Cinema d’Essai) di Torino e molti altri hanno attivato VOD o sale virtuali – di cui qui trovate un elenco completo.

Avere un pubblico non occasionale ma fidelizzato è la motivazione chiave che rende fiduciosi certi esercenti verso il futuro, e la prova del nove è che gli stessi film diffusi dai canali VOD attivati direttamente dai distributori indipendenti hanno ottenuto un riscontro di pubblico nettamente maggiore nel caso in cui sono stati caricati sulle piattaforme delle sale. Monica Naldi del Beltrade è per questo positiva: “I cinema sopravviveranno non solo al Coronavirus ma anche soprattutto alle piattaforme digitali, che non andrà a incidere sulla voglia del pubblico di venire in sala. Pensiamo comunque di mantenere anche a emergenza finita alcuni film su una piattaforma VOD, anche se magari non sarà la stessa”. Un punto di vista che mira a svecchiare un’industria ancora eccessivamente legata al passato, dal punto di vista tanto della produzione – a cui i sindacati impongono condizioni che ne alzano inevitabilmente i costi di cui si deve poi fare carico l’intera filiera – quanto della fruizione, che convive con lo streaming (legale o illegale) ormai da molti anni e individua nell’esistenza parallela delle due dimensioni l’unica soluzione vincente, a patto di diversificare le uscite e mantenere la sala irl al centro assoluto dell’esperienza. Lo sottolinea Paolo Minuto di Cineclub Internazionale (Reggio Calabria): “La centralità delle sale rimarrà e, anche dopo la fine dell’emergenza, potranno affidarsi a fruizioni digitali per allungare la vita dei lungometraggi delle stagioni precedenti o per ospitare film senza distribuzione che in sala non escono e hanno comunque un pubblico, seppur ridotto. Già per la prossima stagione questo potrebbe essere un nuovo approccio per una certa tipologia di film”.

Ma c’è anche uno schieramento meno incentrata sull’ibridazione, come spiega Andrea Frenguelli del cinema PostModernissimo di Perugia, che ha deciso di proporre gratuitamente una rassegna di film nella sala virtuale Di/Stanza: “Abbiamo preso un vecchio cinema chiuso da 15 anni per riaprirlo nel 2014. Sorgeva in un’area della città fortemente impoverita dalla depressione dell’offerta commerciale dei centri storici in favore delle periferie avvenuta in negli anni ‘90. Il quartiere era un deserto sociale, anche a livello cinematografico, e il valore del nostro lavoro è stato quello di aver costruito un pubblico, facendo rinascere un quartiere degradato. Il nostro mestiere non si limita a proiettare film: siamo aggregatori culturali, da noi è un’esperienza totale anche per come è strutturata fisicamente la sala; devi passare dal bar per uscire, il dibattito è quasi obbligatorio!”. Per questo, come al Beltrade, l’offerta digitale di questo periodo si è estesa a incontri, interviste e dibattiti con figure che si occupano di cinema così da tenere vivo il cuore del progetto: l’interazione col pubblico, giusto per il tempo necessario alla riapertura.

Nonostante sia a nostro parere importante che gli esercenti indipendenti si avvicinino alle nuove tecnologie abbandonando il purismo della sala, è di fatto impossibile ottenere la stessa esperienza cinemaotgrafica davanti a uno schermo di un computer. Come insiste Paolo Minuto: “Non per motivi nostalgici o ideologici, che lascerebbero il tempo che trovano, ma perché è dimostrato da molti studi e ricerche accademiche che l’uscita in sala valorizza il film e il lancio in sala o nei festival rimane indispensabile. I film di Netflix se non escono ai grandi festival o in sala anche online rimangono relativamente poco visti”. Infatti è proprio con grandi film prodotti e promossi da Netflix come The Irishman che il cinema Beltrade ha ottenuto un grande successo di pubblico, che ha scelto la sala nonostante avrebbe potuto tranquillamente guardare il film a casa, perché, citando ancora Paolo Minuto, “La visione in streaming è molto più scomoda della sala, è umano il desiderio di volersi incontrare e sentiamo tutti il bisogno di partecipare al dibattito cinematografico in tempo reale”. Una strada percorribile potrebbe essere quella di creare sinergie virtuose con le grandi piattaforme streaming, come ha dimostrato MUBI nel Regno Unito.

Fra i player che spingono maggiormente per velocizzare il processo di digitalizzazione della filiera cinematografica c’è MYmovies con la sua piattaforma Mymovieslive. “Nata nel 2010, quando i social network erano appena nati e iniziavano a essere forti, per creare delle anteprime online: vedere online un film tutti insieme nello stesso momento e aprire un dibattito in chat. La dimensione live si spostava dalla fruizione del film al dialogo tra le persone”, racconta Gianluca Guzzo, AD e co-founder di MYmovies, “ma il progetto subisce una battuta d’arresto con la Legge Franceschini, che obbliga una distanza di 105 giorni dalla visione al cinema allo streaming, precludendo le anteprime, ovvero il cavallo di battaglia dell’intero progetto”. L’emergenza sanitaria, tuttavia, ha smosso la situazione: “Oggi la piattaforma rinasce, proponendo film in modo gratuito. Magari in futuro potremo aprirci ad altri festival internazionali”. Il successo dell’iniziativa dimostra che il pubblico cinematografico è ormai venuto a patti con l’offerta digitale, normalizzando l’acquisto di beni digitali grazie al successo di piattaforme come Netflix o Amazon Prime Video, soppiantando metodi macchinosi e costosi come il noleggio, senza tuttavia dimenticarsi mai della sala, come dimostrano i dati ANICA degli ultimi anni. Tramite partnership con festival e distributori diversi, Mymovieslive offre una proposta eterogenea, tra lungometraggi indipendenti, grandi classici e film mainstream, anche se il dibattito online tramite la chat fatica a prendere piede; ma non escludiamo che potrebbe progressivamente portare a esiti interessanti.

Un esempio positivo è quello del Torino Underground Cinefest 2020, che ha deciso di non rimandare l’edizione ma spostarla online, affidandosi al supporto delle piattaforme Indiecinema e Mymovieslive. “C’è stato un incremento di spettatori, ed era prevedibile. Siamo sempre stati molto seguiti dal pubblico torinese, ma è grazie allo streaming che siamo riusciti a uscire dai confini regionali e provinciali arrivando in tutta Italia, anche a chi non ci conosceva affatto. È stato un fattore di crescita che ci porteremo dietro anche per la prossima edizione”, spiega il direttore artistico Mauro Russo Rouge. Certamente il festival non vede l’ora di tornare in sala, ma non esclude di proiettare parallelamente alcuni film online e condividere sui social eventi, masterclass e incontri con gli autori. Un esempio in questo senso è il Toronto Film Festival, che ha ottenuto una grande popolarità soprattutto grazie alla pubblicazione su YouTube degli incontri con gli ospiti, permettendo anche ai nuovi talenti di farsi conoscere in tutto il mondo. Una soluzione adottata anche dalla Berlinale. Al contrario, la Mostra del Cinema di Venezia su questi aspetti è ancora parecchio indietro: le conferenze stampa sono presentate non integralmente (e unite ai photocall) prive di traduzione simultanea in inglese e vengono riversate su internet senza alcun progetto editoriale e di comunicazione, che comporta un completo disinteresse da parte del pubblico – il talk di Cronenberg su Crash a Toronto ha fatto quasi 10K visualizzazioni, quello a Venezia a malapena un centinaio.

Se la scelta del Festival di Cannes e di Venezia di rimanere ancorati a un modello vecchio, accantonando del tutto la possibilità di sperimentare quest’anno con un’edizione online, è il segnale del disinteresse di queste manifestazioni nei confronti del pubblico, considerato un corollario non essenziale, altre realtà, come la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, il Ca’ Foscari Short Film Festival e il Concorto Film Festival, hanno deciso invece di rimandare o sospendere i festival, senza tuttavia mettere in stallo le loro attività: vedendo nella situazione un’opportunità per diffondere in modo capillare un settore spesso ignorato, quello dei corti, hanno reso disponibili online una selezione di opere delle passate edizioni. Ma, come sottolinea Maria Novielli del Ca’ Foscari Festival, “Queste iniziative, nonostante abbiano ottenuto un ottimo riscontro di pubblico, difficilmente verranno estese in futuro prossimo per i film della selezione ufficiale: proiettare solo i film rischia di essere parziale per una realtà come un festival”. Il rischio è infatti quello di snaturare l’intera esperienza iniziative che, come anche il Bergamo Film Meeting, si nutrono del dinamico ambiente universitario, oltre alla barriera costituita dai diritti delle opere.

L’immobilismo delle grandi realtà, tra produzioni pesanti e costose, distributori mediocri legati al retaggio di grandi nomi, cinema multisala che trattano i film come merce senza considerare minimamente di rivestire un ruolo culturale verso gli spettatori e festival rinomati che non si curano di comunicare col proprio pubblico, viene tuttavia contrastato dal dinamismo non solo delle figure indipendenti della filiera, ma anche di iniziative parallele, come dimostra la rinascita dei cineforum e delle associazioni culturali all’interno delle università o il rinnovato interesse verso il materiale d’archivio. In questo senso Fondazione Cineteca di Milano punta a diventare un punto di riferimento a livello europeo: ha reso disponibile in streaming il proprio patrimonio di opere restaurate e l’incremento delle visualizzazioni a oltre 2 milioni gli ha dato la spinta per testare programmazioni digitali sempre più strutturate e ampliare l’offerta, ottenendo così un canale distributivo per opere che per quantità e tipologia non potrebbero mai essere proiettate nelle sale, rimanendo relegate all’uso e consumo esclusivo degli esperti.

Ecco che la forzata digitalizzazione della filiera cinematografica imposta dall’emergenza sanitaria sembra portare a compimento quel processo di democratizzazione spesso millantato come possibilità della rete ma smentito dai fatti. Se a fare le spese della conseguente crisi economica sono le piccole realtà, prive di una capitalizzazione abbastanza solida per resistere, anche i grandi colossi sono a rischio, proprio per via di quella stessa capitalizzazione, e un crollo totale potrebbe avere come conseguenza uno scenario apocalittico alla Mad Max, o la creazione dello spazio necessario per ripensare dalle fondamenta un sistema che si è inceppato e non può più girarsi dall’altra parte di fronte a tutti i propri limiti, presenti a ogni livello, da quello legislativo e di stanziamento dei fondi a quello che riguarda le varie fasi della filiera.

Come ha dimostrato la lotta alla pirateria anni fa: di fronte all’impossibilità di sradicare un trend sempre più diffuso, la soluzione è quella di combatterlo sul suo stesso campo, puntando sulla qualità della programmazione, sulla cura nella comunicazione, sulla comodità nell’accesso e sulla personalizzazione dell’offerta, potendo al contempo contare su un ripensamento legislativo che svecchi, alleggerisca e sostenga realmente la filiera indipendente. Sono queste le uniche premesse della luce in fondo al tunnel di un sistema soffocato da meccanismi che privilegiano la quantità e i grandi numeri a scapito della qualità e della sperimentazione. Perché difendere l’indipendenza significa preservare la pluralità di voci e la democraticità dell’offerta cinematografica italiana, alla quale un’apertura verso le nuove tecnologie può finalmente dare quel futuro che finora le è stato negato.

Davide Rui

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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b. persone autorizzate da 1977 al trattamento dei Dati Personali che si siano impegnate alla riservatezza o abbiano un adeguato obbligo legale di riservatezza, quali dipendenti e collaboratori (a. e b. sono, collettivamente, definiti i “Destinatari”);
c. autorità giurisdizionali nell’esercizio delle loro funzioni quando richiesto dalla Normativa Applicabile.

5. Trasferimenti.

1977 assicura che il trattamento elettronico e cartaceo dei tuoi Dati Personali avviene nel rispetto della Normativa Applicabile. Eventuali trasferimenti si baseranno alternativamente su una decisione di adeguatezza o sulle Standard Model Clauses approvate dalla Commissione Europea. 

6. Conservazione dei dati.

1977 tratterà i tuoi Dati Personali per il tempo strettamente necessario a raggiungere gli scopi indicati al punto 3. 
1977 in ogni caso, tratterà i tuoi Dati Personali fino al tempo permesso dalla legge Italiana a tutela dei propri interessi (Art. 2947(1)(3) Codice Civile). 

7. I tuoi diritti.

Nei limiti della Normativa Applicabile, hai il diritto di chiedere a 1977 in qualunque momento, l’accesso ai tuoi Dati Personali, la rettifica o la cancellazione degli stessi o di opporti al loro trattamento, la limitazione del trattamento nonché di ottenere in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico i dati che ti riguardano.
Le richieste vanno rivolte via e-mail all’indirizzo: info@1977magazine.com 
Ai sensi della Normativa Applicabile, hai in ogni caso il diritto di proporre reclamo all’autorità di controllo competente (i.e. “Garante per la Protezione dei Dati Personali”) qualora ritenessi che il trattamento dei tuoi Dati Personali sia contrario alla normativa vigente.

8. Modifiche.

La presente Privacy Policy è in vigore dal giorno 25 maggio 2018. 
1977 si riserva di modificarne o semplicemente aggiornarne il contenuto, in parte o completamente, anche a causa di variazioni della Normativa Applicabile. 
1977 ti informerà di tali variazioni non appena verranno introdotte e saranno vincolanti non appena pubblicate sul Sito.
1977 ti invita, quindi, a visitare con regolarità questa sezione per prendere cognizione della più recente ed aggiornata versione della Privacy Policy in modo che tu sia sempre aggiornato sui dati raccolti e sull’uso che ne fa 1977.