“Da quassù non si vedono nazioni né confini”: Apollo 11 restituisce una memoria individuale e collettiva autentica

Per Meliès il viaggio verso la luna era un modo per dare libero sfogo alla sua fantasia, Per Damien Chazelle – l’ultimo di una lunghissima serie di registi che ha portato l’allunaggio sul grande schermo – era l’apice di uno sforzo umano e tecnologico abnorme, pagato a un prezzo altissimo. Per tutti noi è un punto fermo della storia dell’umanità, ancora oggi ricordato con meraviglia ed emozione. Chi quel luglio del 1969 era sintonizzato sulla Rai non può non ricordare la voce di Tito Stagno, il giornalista che raccontò il “piccolo passo” di Armstrong in una diretta fiume di 30 ore, talmente appassionante che raggiunse la vetta astronomica del 96% di share. Quella sera gli occhi del mondo intero erano puntati verso la luna. Ma oggi cos’è rimasto di tutto questo?

Negli anni successivi al primo allunaggio, l’interesse collettivo è andato progressivamente scemando e hanno iniziato a emergere una serie di teorie che mettevano in dubbio o persino negavano il fatto che l’uomo fosse mai arrivato sulla Luna. Giunti al 50esimo anniversario di quell’evento, Nexo Digital porta in sala Apollo 11, il documentario di Todd Douglas Miller che cattura e restitusce l’atmosfera incredibile di quella missione epocale. Messo di fronte al compito di sollevare la coltre di polvere che il tempo ha depositato sulla memoria collettiva dell’episodio, il regista ha deciso di abbracciare il filone del direct cinema: mettere l’autenticià sopra a tutto il resto e lasciare che siano le immagini d’epoca, e solo quelle, a raccontare la storia.

Nessuna intervista di commento, nessun voice over a spiegare quello che accade sullo schermo. A differenza dei documentari che lo hanno preceduto, come Moonwalk One (1971) o For All Mankind (2019), la narrazione si poggia esclusivamente sul materiale d’epoca relativo alla missione di Armstrong, Aldrin e Collins, minuziosamente recuperato e catalogato da Miller e dal suo team attingendo agli sterminati archivi della NASA, per un totale di oltre 10.000 ore di girato e quasi altrettante di audio. Servendosi dei manuali della missione e delle testimonianze dirette, il team di Miller ha raccolto tutto il materiale disponibile in ordine cronologico e l’ha sonorizzato con l’audio registrato nella sala controllo della missione e nelle comunicazioni tra questa e gli astronauti. Un lavoro enorme che ha permesso di ricreare una cronaca minuto per minuto della missione; basti pensare che la prima versione del film durava ben nove giorni.

Per forza di necessità, il montaggio finale si è preso alcune libertà nei tagli e nelle ellissi, ma al solo scopo di rendere giustizia alla memoria dell’evento. Un momento cruciale della missione – emerso in tutte le interviste degli astronauti come il più emozionante in assoluto – è il cosiddetto “Terminator”, ovvero l’alba vista dalla cabina di pilotaggio nel momento in cui il vettore lunare passa dal lato oscuro a quello chiaro del pianeta. Ma quando Miller si è accorto che non era stata conservata alcuna fotografia originale di quel momento così iconico, ha deciso di recuperareuna fotografia scattata da una missione successiva e di modificarla insieme ad Aldrin e Collins affinché combaciasse con i loro ricordi. Il lavoro di Miller si presenta quindi come una ricostruzione minuziosissima di una memoria individuale e collettiva non solo a livello visivo, ma anche sonoro. Per restituire appieno il momento in cui fu lanciato il vettore Saturn V Miller, ad esempio, ha inciso una traccia audio che restituisse quanto si sentì allora, risultando molto più verosimile del materiale conservato negli archivi, che per via della bassa qualità risultava a malapena verosimile. La colonna sonora del film segue lo stesso principio: il compositore Matt Morton si è servito esclusivamente di strumenti d’epoca, nello specifico di un sintetizzatore Moog del 1968, con cui ha creato lo score elettronico che accompagna le immagini e restituisce un’atmosfera davvero autentica.

Ma il vero valore del film risiede nell’enorme quantità di immagini recuperate dal team di Miller. Dalle riprese in 16 mm effettuate a bordo del LEM (tutti e tre i membri dell’equipaggio erano membri dell’ASC – l’American Society of Cinematography) a quelle che ritraggono i tecnici fumare nervosamente davanti ai computer della sala controllo, dalle immagini del pubblico in attesa davanti al Kennedy Space Center agli spettacolari 70 mm che descrivono il mastodontico razzo Saturn V in tutta la sua magnificenza. Una volta digitalizzate in altissima risoluzione, hanno restituito non solo le dimensioni titaniche dell’impresa, ma anche i colori vividi di una memoria annebbiata del grigiore presente.

Come già fatto dalla serie Chernobyl, Apollo 11 sceglie di riportare alla luce un evento notissimo e sommerso da anni di bufale e propaganda distorta. Quando storia e memoria divergono, la portata effettiva dei fatti finisce per inquinarsi, e a distanza di 50 anni è arrivato il momento di fermarsi, riflettere e ritrovare la giusta prospettiva. Come oggi, il 1969 era dominato da paura e razzismo, mentre le grandi potenze mondiali mostravano i muscoli in un braccio di ferro che forse mai terminato e solo risettatoti su nuovi (dis)equilibri. Allora le conquiste spaziali (sebbene maturate nell’ottica della Guerra Fredda) apprivano come una speranzosa iniezione di fiducia nelle capacità dell’uomo, ispirando ciascuno di noi a tentare di raggiungere grandi imprese. Come disse Yuri Gagarin, un altro pioniere dello spazio: “Da quassù non si vedono nazioni né confini”, e film come questo servono, oggi più che mai, a ricordacelo ancora una volta.

Francesco Cirica

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

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