Movie Tips: American History X

Nel 1998 usciva American History X, primo film del regista britannico Tony Kaye. La pellicola affronta in maniera diretta, e a tratti aspra, la delicata questione del razzismo e dei conflitti tra bianchi e afroamericani in America, a Venice Beach, attraverso la storia dei Derek Vinyarde del giovane fratello Danny. Derek, parzialmente plagiato dalla figura del padre, morto per mano di uno spacciatore nero, si avvicina progressivamente a un gruppo di militanti neonazisti, divenendone ben presto il leader, fortemente carismatico. Ma la definitiva immersione in questa ideologia distorta avverrà grazie all’influenza assolutamente negativa di Cameron Alexander (Stacy Keach), il più importante direttore e produttore di filmografia e letteratura inneggianti a ideali filonazisti.

La regia sceglie di focalizzarsi sulla scena madre del filmiche innesca la vicenda tutta: [ATTENZIONE SPOILER] tre ragazzi di colore si presentano nel cuore della notte a casa Vinyard, inizialmente senza motivo agli occhi dello spettatore. Derek, informato di quanto sta accadendo dal fratello minore, uccide brutalmente, a sangue freddo, due dei ragazzi, mettendo in fuga il terzo. Il duplice omicidio comporta l’incarcerazione dello stesso Derek: da questo punto il film procede alternando il tempo del racconto a lunghi flashback in bianco e nero, che rendono progressivamente consapevole lo spettatore degli antefatti, indispensabili per comprendere al meglio la profonda evoluzione psicologica dei personaggi.
Le scelte registiche cooperano allo sviluppo di questa riflessione psicologica: la rappresentazione in maniera opaca e priva di colori vividi di ciò che nel tempo del racconto è il passato suggerisce un analitico contrasto con il presente, ovvero il tempo successivo alla scarcerazione di Derek. E solo da quel momento in poi la prospettiva dei personaggi cambierà, colorandosi. Proprio l’assenza di luminosità in un momento della vita in cui si è ancorati saldamente a posizioni logoranti è ciò che permette di apprezzare la naturale vividezza della rinascita, del ritorno a una visione non condizionata da dogmi e pregiudizi.

Altra scelta importante della regia è l’utilizzo del Cinemascope, tecnica che utilizza lenti anamorfiche, applicata prevalentemente nel cinema tra gli anni ’50 e ’60, che permette di apprezzare appieno alcuni momenti salienti e densi di significato. Un esempio su tutti è il momento in cui Denny si lascia cadere a terra dopo aver assistito al duplice omicidio del fratello: la cinepresa, rallentando, cattura perfettamente l’espressione sul volto del ragazzo, caricandola di un’angoscia incredula che non può non coinvolgere lo spettatore.

La magistrale interpretazione di Edward Norton nei panni di Derek non eclissa quella del coprotagonista Danny Vyniard, interpretato con altrettanta bravura da Edward Furlog. Ragazzo brillante ed estremamente sensibile, Danny subisce più di chiunque altro il contraccolpo della mentalità distorta in primis del fratello e in seconda battuta del gruppo di naziskin che popola Venice Beach: gli scontri con “i nemici negri” (così come li definisce Cameron) ai quali partecipa sin dalla prima fanciullezza e il desiderio di emulare il fratello portano Danny a sviluppare la stessa rabbia e lo stesso odio profondo che prova Derek nei confronti di chiunque mini alla supremazia della razza bianca. Una sequenza emblematica a questo proposito è quella in cui viene da lui presentato l’elaborato per un compito di storia, nel quale esalta le parole del Mein Kampf di Adolf Hitler.

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Nonostante la tematica pienamente dominante sia quella della violenza e della spietatezza di un’ideologia dissacrante e degenerata, la pellicola, paradossalmente, non è assolutamente priva di una poeticità delicata, che il regista Tony Kaye riesce ad amalgamare perfettamente con l’odio, caratteristica dominante della maggior parte dei personaggi. Il cambio di prospettiva che Derek esperisce in prigione ne è un perfetto esempio, così come la tenerezza che dimostra con la sua famiglia dopo la scarcerazione, in netta antitesi con l’atteggiamento che assume durante un pranzo familiare quando, prima verbalmente, poi fisicamente, attacca la sorella per le sue posizioni democratiche e si scaglia poi contro “l’intruso ebreo” che sua madre sta frequentando e che ha osato portare a casa. La follia di questo evento emerge toccando il suo apice: quasi un preludio a quanto avverrà la stessa notte.

Il razzismo che emerge come tema assoluto del film, presentato in maniera cruda e decisamente brutale, innesca una riflessione che coinvolge tutti, di natura meno specifica: la banalità e la futilità che contraddistinguono l’odio in senso lato. Non è infatti condannata e messa in ridicolo solo la connotazione razziale che l’odio può assumere, ma viene riprovato l’odio in sé, in ogni sua forma, etichettato come sbagliato a prescindere. La citazione che conclude il film – e che lascia in bocca un sapore amaro – evidenzia proprio quanto il fanatismo, le lotte, l’essere nemici a priori senza conoscersi né tantomeno volersi conoscere non siano altro che un effetto collaterale di un sentimento che corrode l’individuo e la società e che, nonostante a conti fatti risulti superfluo, impedisce agli uomini di vivere con equa dignità.

Secondo una classifica stilata IMDb – Internet Movie Database – American History X è al trentaduesimo posto tra i 250 migliori film di sempre. Ricco di pathos, situazioni ed emozioni in collisione fino all’ultimo fotogramma, la pellicola del regista britannico Kaye tocca tematiche attualissime in un modo impeccabilmente fine, equilibrando abilmente crudezza e drammaticità, suggerendo una stretta analogia con la storia contemporanea.
Come è noto, la parola razzismo viene oggi utilizzata per etichettare, nel mondo occidentale, quelle persone ancorate a una mentalità retrograda, ma si può constatare quanto non sia stata ancora superata: le lotte in Medio Oriente e le ideologie estremistiche antioccidentali dilaganti forniscono un esempio che non necessita di descrizioni. L’uomo, animale sociale, animale in perenne lotta contro se stesso e i propri simili è più che mai lontano dal sanamento di questo cancro, che consuma giorno dopo giorno le cellule di molti organismi sociali. La contemporaneità di questo film non è dunque scontata, né propina una falsa retorica, bensì è uno dei tanti esempi di come la condanna dell’odio non sia mai un vano urlare contro il cielo.

Pellicole più recenti hanno infatti un profondo legame con American History X, sia per analogia che per contrasto, riprendendo tematiche che hanno sempre avuto una profonda influenza sul pubblico. Come non pensare a Lincoln di Steven Spielberg nel momento in cui Derek chiama in causa la figura del presidente, focalizzando l’attenzione sul fatto che, nonostante siano passati 150 anni dalla liberazione degli schiavi neri, questi ultimi non siano ancora riusciti a integrarsi nella società, a differenza di milioni di immigrati europei che in America hanno prosperato e trovato fortuna. L’onda, film tedesco del 2008 diretto da Dennis Gansel, denuncia la pericolosità dei gruppi autarchici guidati da un leader carismatico e autoritario nel quale i membri si identificano, più per necessità che per convinzione, annichilendo la loro personalità e diventando come dei burattini, corpi vuoti destinati a sfogare il proprio odio in una follia distruttiva, implosiva ed esplosiva. Anche Derek, riflettendo sul se stesso del passato, si definirà come un cieco che è stato abbagliato dalla luce effimera e plagiante di un’ideologia, che come un magnete lo ha attratto in un momento buio della propria esistenza. Come lui molti uomini, credendo di trovare un rifugio e una forza che non gli è propria, si scagliano contro qualcosa o qualcuno che in realtà non odiano e che potrebberomagari anche apprezzare.

Hannah Arendt ne La banalità del male esprime con parole perfette tale concetto: “È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.”

Andrea Passoni

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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