Flesh, Mind and Spirit

Il regista premio Oscar Alejandro G. Inarritu, insieme al critico cinematografico Elvis Mitchell, ha regalato a cinefili milanesi una rassegna eclettica e diversificata di quindici film: Flesh, Mind and Spirit, organizzata presso la Fondazione Prada di Milano dal 13 gennaio al 1 febbraio. Minimo comun denominatore è la ricchezza emotiva delle esperienze risvegliate dai film selezionati dal regista messicano, nei cui lavori si possono ritrovare i riflessi di quelle stesse pellicole, tutte accomunate dalla rappresentazione di famiglie in crisi. “Le cose che ci rendono felici o infelici possono essere molto diverse, ma le cose che ci feriscono, ci abbattono e ci gettano nel più profondo sconforto sono sempre le stesse.” – spiega Inarritu – “Qualunque cosa accada, saremo sempre intrappolati e riflessi tra due specchi: in alto, ci riconosceremo nei nostri genitori; in basso, vedremo i nostri figli che si trasformano in noi. Io ho dovuto trovare il mio modo di stare tra questi due specchi”.

La nostra scelta di concentrarci su The Killer of Sheep (1977) e I pugni in tasca (1965) è nata proprio da questa riflessione di Inarritu, in quanto si tratta di due pellicole che illustrano ampiamente questo rischioso destreggiarsi tra le due istanze dell’essere genitori e dell’essere figli.  

KILLER OF SHEEP (1977)Realizzato nel 1977 e uscito nelle sale solo nel 2007, The Killer of Sheep è un film culturalmente e storicamente molto significativo: il regista Charles Burnett si avvicina all’estetica del neorealismo italiano per rappresentare da vicino la realtà della comunità afroamericana negli anni Settanta. Lo sguardo è rivolto agli sforzi eroici di un marito e di una moglie che fanno di tutto per assicurare serenità e una buona educazione ai loro figli. Questo iter non è scandito da una trama: lo schermo è dominato solamente dalla realtà nel suo farsi, la macchina da presa inquadra i volti dei personaggi, le loro espressioni, guarda da vicino le loro vite. Nessuno di loro ha ancora trovato il proprio posto nel mondo, ogni sguardo e ogni azione sono figli di un profondo senso di serena rassegnazione.

Il film è infatti costituito da un alternarsi di inquadrature e di scene che poco hanno a che fare l’una con l’altra, unite dall’unico filo conduttore della quotidianità, anche nella sua banalità, tra scambi di battute apparentemente superflue e situazioni talvolta intrise di grottesca ironia. L’artificiosità dell’organizzazione e della menzogna drammatica è ridotta al minimo, ed è proprio questo che riesce ad avvincere e interessare lo spettatore. Ciò che Burnett riesce a cogliere è la noia delle calde e vuote giornate estive, il modo in cui il giorno striscia via sotto gli occhi dei personaggi, senza fare troppo rumore. La povertà e le difficoltà del vivere nel ghetto non vengono trasmesse sotto forma di delinquenza, di armi e di droga – come spesso vediamo in TV –, senza alcuna voglia di spiazzare o di stupire, né di commuovere attraverso la rappresentazione di realtà estremamente degradate. The Killer of Sheep è come un reportage elaborato di immagini di vita.

Burnett non poteva che scegliere il blues per l’intera colonna sonora del lungometraggio: un genere molto intimista e nostalgico, che trova le sue radici nei canti delle comunità di schiavi afroamericani; una scelta magistrale, dunque, non solo per omaggiare esteticamente la comunità protagonista del film, ma anche per rappresentarne uno stato d’animo malinconico e disilluso. Tra gli artisti che contribuirono alla colonna sonora del film troviamo Paul Robeson, Lowell Fulson, Faye Adams e l’eccezionale Dinah Washington.

i pugni in tasca

Film che alla sua uscita nel 1965 sconvolse i più illustri intellettuali italiani, tra cui Soldati, Calvino e Pasolini, accendendo un fervido dibattito, I pugni in tasca è stato cristallizzato dalla storia come manifesto ante litteram delle contestazioni giovanili del ’68 – interpretazione, secondo il regista, eccessivamente politica. Vincerà nello stesso anno del suo debutto la Vela d’argento per la Miglior regia al Festival di Locarno, mentre Marco Bellocchio riceverà, a distanza di 50 anni, il Pardo d’onore Swisscom a quello stesso festival che era stato il teatro del suo esordio a soli 26 anni.

I pugni in tasca può essere considerato il film che per eccellenza rappresenta ciò che significa il cinema per Bellocchio. Per il regista la settima arte riveste la funzione dello specchio inteso come un oggetto che permette l’indagine di se stessi, e per questo scelse di riversare ne I pugni in tasca la propria esperienza provinciale e familiare, unita al senso di isolamento e di lontananza che ne deriva. Ma ritroviamo anche il Bellocchio adolescente, con tutti i problemi annessi a quell’età problematica, caratterizzata da sentimenti ambigui sia verso se stessi che verso gli altri. E, infine, compare anche il Bellocchio borghese, vittima del tipico atteggiamento psicologico dei giovani appartenenti a quella classe sociale: la volontà di rivoluzionare tutto in un giorno, spinti da una costante insoddisfazione verso progetti che rimangono sempre e solo in nuce, se non addirittura allo stadio fantastico. Il protagonista Ale racchiude in sé tutti questi elementi, con l’aggiunta della follia – la quale si manifesta nella malattia fisiologica del protagonista e del fratello Leone –, altra figura centrale del cinema di Bellocchio, presenza che potrebbe configurarsi come il tentativo del regista di razionalizzare tramite i suoi film una tensione alla sragione insita nella sua stessa.

i pugni in tasca

Tema centrale della rassegna nonché del cinema di Bellocchio, e in particolare de I pugni in tasca, è la famiglia, vista dal regista come il punto di intersezione tra l’individualità e le autorità familiari: ogni conflitto e ogni comportamento psicologico rappresentato da Bellocchio può sempre essere riconducibile alle dinamiche familiari, intese sia come rapporti reali che imprigionano e opprimono, sia come fantasmi, meccanismi interiorizzati, che governano i personaggi nelle loro relazioni con gli altri, determinandone la forma a priori. E così il conflitto con i genitori, soprattutto con il padre, è sempre una raffigurazione simbolica e politica della critica al potere e alle istituzioni, che al contempo si nutre di implicazioni personali. Si pensi a tal proposito al conflittuale rapporto tra Ale e il fratello maggiore Augusto nel ruolo di pater familias, un relazionarsi difficile che ebbe un curioso riscontro nel confronto reale tra i due attori Lou Castel e Marino Masè. A proposito del cast, a causa di un budget ridotto, gli attori furono, ad eccezione di Castel, interamente scelte di ripiego, in quanto accettarono di lavorare per compensi molto bassi: Paola Pitagora (Giulia) invece di Susan Strasberg o Raffaella Carrà, mentre Masè sostituì Maurice Ronet.

Il contenuto autobiografico, così, diventa oggetto d’espressione poetica, ma si trasforma anche in materiale profilmico: i sentimenti, le dinamiche e, soprattutto, i luoghi, privati completamente di ogni riferimento puntuale – sia il paese di montagna che la città potrebbero essere qualsiasi paese di montagna o qualsiasi città –, si prestano a una risemantizzazione all’interno del discorso filmico, diventando quindi oggetti esclusivamente diegetici e non più reali, senza alcuna collocazione storico-geografica.

Dunque, I pugni in tasca parla di Bellocchio, ma anche di Ale, Augusto, Leone e Giulia, e al contempo parla di tutti noi e a tutti noi, a chi ebbe l’onore di assistere alla prima del 1965, a chi lo vide poi al cinema oppure in televisione, a Inarritu e Elvis Mitchell, infine, a chi era seduto sulle poltrone della sala della Fondazione Prada.

Valeria Bruzzi e Benedetta Pini

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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