Il paradosso della viralità de I Griffin su TikTok

I Griffin hanno colonizzato per anni il palinsesto televisivo italiano, occupando per ore canali come Mediaset e Italia1 e affermandosi come il manifesto di un intrattenimento ideale, adatto per ogni fascia d’età — insieme a I Simpson, American Dad! e tutte quelle serie dello stesso genere nate nei primi anni 2000. Se fosse una persona Millennial a scrivere questo articolo, con molta probabilità l’incipit sarebbe dedicato a un’infinita ode a I Griffin e alla sua comicità fatta di scherzi veloci, personaggi stereotipati, battute sul sesso, offese gratuite e commenti altamente discutibili sulle minoranze e sul mondo LGBTIQ+. Una comicità che ha formato intere generazioni che non hanno mai neanche pensato di criticarli e analizzarli più a fondo, contestualizzandoli in un tipo di retorica escludente, al limite del razzismo e del sessismo. E questo solo perché faceva ridere la maggioranza.



Da un anno a questa parte, I Griffin sono sempre più presenti su TikTok, diventando uno dei contenuti più virali nella categoria degli Sludge Content, o Contenuti Melma, denominazione che non ha ancora una spiegazione condivisa ma con cui vengono generalmente identificati certi contenuti comici a basso livello di attenzione. E I Griffin rientrano esattamente in questa definizione, soprattutto se decontestualizzati e reimpacchettati senza prendere in considerazione il contesto in cui la battuta era nata: le clip virali su TikTok o su YouTube Shorts sono spesso solo spezzoni altamente editati, con l’aggiunta di sottotitoli, suoni o discorsi velocizzati, o con tagli che presentano un solo e preciso joke, spesso accompagnato da un titolo didascalico, così da poterlo consumare velocemente e senza impegno.

Il successo de I Griffin su TikTok, però, non è dovuto solo a caratteristiche proprie della serie, quanto piuttosto alla modalità in cui è stata presentata sulle nuove piattaforme non televisive. Le clip de I Griffin appaiono infatti sempre in split screen, ovvero in schermo diviso, come a sottolineare che, a differenza di contenuti di per sé abbastanza efficaci da essere consumabili singolarmente, le clip de I Griffin hanno bisogno dell’aggiunta di un treat visivo, di essere accompagnate da qualcosa di piacevole, così da rendere la visione più leggera, ulteriormente distaccata dal suo contesto di origine e dunque accattivante per il nuovo target di TikTok e YouTube. E così vediamo I Griffin affiancati a relaxing video, ASMR, ricette di cucina o spezzoni di videogame come Minecraft e Subway Surf, che scorrono indisturbati e silenziati, come qualcosa da guardare nel caso in cui si perdesse l’attenzione per qualche secondo.



Lo Sludge content non è nuovo e la comunità di TikTok si è ormai abituata da un po’ a fruire i contenuti in split screen: famosissimo il meme POV: Im losing your attention, in cui qualcuno, durante una conversazione, mostra una partita di SubwaySurf al proprio interlocutore per non perdere la sua attenzione. Meme che ci ha messo poco a diventare realtà, a entrare nel nostro quotidiano e ad apparire nelle campagne marketing. Ma se questo tipo di editing era ragionevolmente applicato a video lenti o complessi, con cui ci si poteva in effetti facilmente distrarre – si pensi a Il settimo sigillo presentato in Split Screen, rinominato Il settimo sigillo Zoomer Edition o Finally Enjoyable –, vedere I Griffin presentati in split screen, e quindi ritenuti non abbastanza divertenti e accattivanti, risulta meno scontato, soprattutto considerando l’ossessione che fino al decennio scorso erano riusciti a mantenere nel pubblico, tanto da conquistare l’ambita ora dell’abbiocco post-pranzo nei palinsesti Mediaset.

Lo split screen su TikTok non ricopre infatti alcuna funzione essenziale, è applicato solo per evitare che chi ne fruisce possa annoiarsi, aumentando di conseguenza l’engagement di un contenuto ritenuto di per sé non abbastanza performativo. Lo schermo viene così diviso in due o in tre settori, a seconda delle scelte del creator e di ciò che richiede la clip principale – la quale perde di importanza man mano che aumenta il numero degli screen, fino a contenuti in cui diventa quasi impossibile definire quale fosse. In questo TikTok composto da oltre 4 screen, ad esempio, I Griffin si ritrovano a essere una piccola parte di uno schermo più grande; qui, invece, diventano solo una voce narrante e simpatica, o qui se ne perdono del tutto le tracce. Proprio come si può chiacchierare mentre si guardao gli uccelli volare in cielo o si assiste a un tramonto, ora si possono guardare film o serie TV, come I Griffin, mentre qualcuno taglia dello Slime in sottofondo.



Come nota il giornalista statunitense Ryan Broderick, questo tipo di contenuti non ha ancora un nome, nonostante la Gen Z si sia sempre dimostrata velocissima nel creare e adottare espressioni nuove per descrivere nuovi fenomeni. Eppure, lo split screen è sempre più virale e riconoscibile, tanto da aver trasceso gli usi e i significati che aveva nell’editing video e nel cinema, come il racconto di azioni che avvengono in contemporanea o la proposta di storyline alternative. Ora è semplicemente uno strumento utilizzato per rendere la fruizione più piacevole e meno distratta. Nessuna pretesa narrativa, dunque, e un significato magnificamente nullo: qualcosa da consumare velocemente e da godere. Qualcosa di necessario per massimizzare l’intrattenimento, un intrattenimento x2 che si può stoppare quando diventa troppo stimolante, troppo denso da risultare inguardabile – o almeno improcessabile -, consumabile solo in una specie di trance da ASMR.

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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