L’opera titanica di Jonas Mekas, in 5 tappe fondamentali

Nell’anno che segna il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, sono state tante le occasioni per ricordare e riscoprire l’opera del regista friulano. Molto più rari, invece, i momenti dedicati alla celebrazione di un’altra data fondamentale nella storia del cinema: 100 anni dalla nascita di Jonas Mekas, regista lituano di spicco del New American Cinema e padre del cinema sperimentale e d’avanguardia tout court

Nell’anno che segna il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, sono state tante le occasioni per ricordare e riscoprire l’opera del regista friulano. Molto più rari, invece, i momenti dedicati alla celebrazione di un’altra data fondamentale nella storia del cinema: 100 anni dalla nascita di Jonas Mekas, regista lituano di spicco del New American Cinema e padre del cinema sperimentale e d’avanguardia tout court. Dopo l’omaggio della 58esima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, la vittoria del documentario Fragments of Paradise alla 79esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, la mostra Jonas Mekas. Images Are Real al Mattatoio di Roma e il progetto Under the Shadow of the Tree a Bologna, la Cineteca Milano MIC si unisce alle celebrazioni con l’esposizione Jonas Mekas. Cinema Is Young! a cura di Francesco Urbano Ragazzi, dal 16 aprile al 23 luglio, e la rassegna Per Mekas. Classici in omaggio al Mondo di Jonas Mekas, dal 18 aprile al 28 maggio.

La vita di Mekas, infatti, conta più di un punto di contatto con l’Italia: a partire dal legame con Pasolini – coronato da un incontro al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma nel 1967 e seguito dalle riflessioni sul mezzo cinematografico come gesto rivoluzionario – fino al rapporto con la Mostra di Pesaro e all’incontro col duo curatoriale Francesco Urbano Ragazzi, che con lui ha curato le mostre The Internet Saga, All These Images, These Sounds e Blue, Yellow, Red, Purple. Per entrare a fondo nell’immensa opera di Mekas, abbiamo creato una guida in 5 tappe fondamentali alla sua filmografia.

Reminiscences of a Journey to Lithuania, 1972

Reminiscences of a Journey to Lithuania è la chiave d’accesso a una parte della vita di Mekas che, raccontata più volte a parole, si materializza per la prima volta sullo schermo attraverso le sembianze di un inatteso miracolo. Il film documenta infatti il ritorno di Jonas e suo fratello Adolfas nel villaggio di Semeniškiai in Lituania – terra natia e casa della madre – dopo un’assenza di 27 anni dovuta all’esilio in periodo di guerra. In fuga verso la Svizzera neutrale e bloccato in un campo di concentramento a Elmshorn in Germania, Mekas è riuscito ad arrivare negli Stati Uniti solo nel 1949, prima a Chicago e poi a Williamsburg, Brooklyn. Dal caos della Grande Mela e gli affanni della corsa verso la promessa di una nuova vita, il regista ritrova i paesaggi rurali in cui è cresciuto e che tormentano i suoi ricordi. Dov’è la sua vita, adesso? È a New York, dove una nuova videocamera Bolex sembra spianargli una strada nel mondo del cinema, o è ancora lì, dove la madre e la sua famiglia attendono con impazienza che ritorni, con lo sguardo commosso e segnato da una velata rassegnazione

Lost, Lost, Lost, 1976

“A displaced person”: così si definisce Jonas Mekas. Lost, Lost, Lost è il racconto di una persona senza un posto nel mondo, che ha provato a mettere radici ovunque senza mai chiamare nessun luogo “casa”. “Il periodo che affronto in queste sei bobine è stato di disperazione, di tentativi di far crescere nuove radici in un nuovo terreno, di creare nuovi ricordi. Ho provato a mostrare cosa si prova a essere in esilio, come mi sentivo in quegli anni. Ha il titolo di Lost, Lost, Lost perché descrive lo stato d’animo in cui io e mio fratello ci trovavamo all’epoca. È lo stato d’animo di una displaced person, una persona che non ha ancora dimenticato il paese d’origine né ha messo radici in uno nuovo”. Dalle immagini filmate durante il periodo di esilio fino all’arrivo a New York, con gli incontri decisivi e i luoghi cruciali come la Silver Factory o il Chelsea Hotel, il film del 1976 esplora a fondo il rapporto tra il regista e la ricerca della propria identità, e il ruolo fondamentale che il cinema ha avuto in questa dinamica. 

As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses Of Beauty, 2000

Film cardine della carriera del regista, As I Was Moving Ahead è la più grande testimonianza del valore che Mekas ha attribuito alla celebrazione dell’istante paradisiaco: quei momenti che, passando quasi inosservati nel loro manifestarsi per la fugacità e l’immediatezza con cui avvengono, rimangono tuttavia nei solchi della memoria in modo permanente per la loro profondità emotiva. Mentre le avenue di Manhattan brulicano di persone protese verso il nuovo millennio, forse preoccupate dal futuro e dall’ostacolo cibernetico del Millennium Bug, Mekas è intento a celebrare, nella sua sala di montaggio nel cuore pulsante della città, gli ultimi istanti del secolo che di lì a poco sarebbe andato via per sempre. Nella notte tra il 31 dicembre 1999 e il 1° gennaio 2000, il regista si dedica al montaggio di immagini filmate in circa 30 anni di vita, dai primi passi negli ambienti del New American Cinema – con i suoi protagonisti, da Warhol ai poeti della Beat Generation – alla fondazione degli Anthology Film Archives, fino ai primi istanti di vita della figlia Oona. Accompagnate dal voice over – che rappresenta una costante nel lavoro artistico di Mekas -, momenti ordinari di una vita straordinaria si susseguono legati da un fil rouge costituito da interrogativi sull’essenza del cinema e della vita, sull’importanza dei momenti fugaci e sugli attimi in cui sembra non accadere niente e in cui invece succede ogni cosa.

Sleepless Nights Stories, 2011

Ispirato alla narrazione de Le mille e una notte, Sleepless Nights Stories è una passeggiata – composta da 25 storie – lungo le infinite notti trascorse da Mekas a New York, tra appartamenti, studi, gallerie, bar e locali. “Le storie narrate coprono una vasta gamma di emozioni, geografie, angosce personali o aneddoti”, dice il regista del film del 2011, che è a tutti gli effetti un mosaico di cui ogni tassello custodisce storie personali e collettive. Un viaggio fatto di incontri magici e momenti sorprendenti: un volto amico, un’interazione timida, un’espressione imbronciata, una battuta auto ironica, un calice di vino, un gatto che fa le fusa. La vita di un uomo che ha trovato il modo di fondersi con i contesti, le energie, i luoghi e le personalità che ha incontrato lungo la propria strada. Alcuni tra i tanti volti familiari che appaiono all’interno del film: Patti Smith, Yoko Ono, Björk, Harmony Korine.

The Internet Diaries, 2010-2018

Dopo una vita intera trascorsa a meditare sull’essenza e le infinite potenzialità del mezzo cinematografico, Jonas Mekas dimostra di non aver mai smesso di reinventarsi e applicarsi a nuovi contesti, periodi storici e medium. Per questo, nel 2010, ormai artista rinomato in tutto il mondo, inaugura il sito www.jonasmekas.com, diario digitale online e archivio in cui condividere momenti della propria vita. Spesso impegnato in mostre, presentazioni, viaggi e ritorni a casa, da marzo 2010 a novembre 2018 – un anno prima della sua morte – il regista ha riempito ogni pagina virtuale del diario con scritti, foto e filmati per cristallizzare nel tempo preziosi istanti irripetibili. Ora, chiunque può immergersi anche solo per un momento nella vita di Jonas Mekas, perdendosi tra le sue immagini e lasciandosi travolgere da ognuno dei suoi molteplici, infinitesimali, istanti paradisiaci. 

Arianna Caserta

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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