I film da tenere d’occhio su MUBI a settembre

MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso mezzi diversi: i film, che possono essere in Cartellone o a noleggio, il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti, il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; e ancora, la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri, i Focus, gli Speciali e le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Settembre è il mese dei festival, che porta con sé quei titoli che caratterizzeranno la prossima stagione cinematografica. Spesso, però, molti film di queste kermesse dispersive finiscono per non essere distribuiti, scivolando silenziosamente nel dimenticatoio. Per questo, a settembre, MUBI offre un’ampia selezione di titoli provenienti proprio dai cataloghi dei principali festival internazionali, spaziando tra i decenni e le sezioni per offrire un quadro complesso di ciò che è, o dovrebbe essere, l’essenza di queste iniziative: non una vetrina per i grandi blockbuster americani, ma una finestra sulle nuove modalità espressive del cinema del prossimo futuro.

Visit, or Memories and Confessions, Manoel de Oliveira, Portogallo, 1982/2015 (2 settembre)

Nel 1982, all’età di 74 anni, Manoel de Oliveira realizza il suo film-testamento con cui dire addio al cinema, programmando la sua uscita successivamente alla sua morte. Presto l’idea questa stessa idea prende la forma di un documentario, girato nella casa in cui la famiglia de Oliveira vive da generazioni. Questo genere di progetti, come Krzysztof Kieslowski: I´m so-so… (1998), spesso non sono che un pretesto per fornire al pubblico una serie di informazioni sulla carriera e la vita personale di un artista, mettendo in secondo piano la costruzione cinematografica, ma Visit, or Memories and Confessions è una grande eccezione – anche perché Manoel de Oliveira sarebbe morto nel 2015, all’età di 108 anni, quasi trent’anni dopo la realizzazione di questo film. Partendo dai progetti che il regista aveva in testa, dati all’epoca per irrealizzabili e che invece verranno alla luce nei decenni successivi, si indaga un cinema fatto di fantasmi del passato, che hanno molto a che fare con la storia recente del Portogallo. Il pubblico entra così, come uno spettro, nella casa dei de Oliveira, entrando in contatto con le generazioni precedenti al regista tramite i cimeli sparsi per l’ambiente. Il cinema si fa strumento di salvezza dall’oblio, in questo caso dalla morte, sentita come imminente da un uomo assalito dai ricordi e dal peso della storia, che oscilla tra la felicità per l’amato giardino e il dolore dei traumi del passato recente. Un lavoro personale e sincero, che chiude idealmente l’avventura cinematografica di un maestro irripetibile.

Pasolini, Abel Ferrara, Italia, 2014 (3 settembre)

Pasolini è un film cardinale nella filmografia di Abel Ferrara, segnando l’inizio di quel periodo romano che continua tutt’ora – vedi Zeros and One (2021), che ha seguito Piazza Vittorio (2017) e Tommaso (2019). Artista in esilio volontario, Ferrara affronta la figura di Pier Paolo Pasolini dopo Pasolini, un delitto italiano (1996) di Marco Tullio Giordana, che metteva in scena il processo a Pelosi, e La Macchinazione (2016), che indagava il caso adottando la teoria dell’agguato, decidendo di concentrarsi sugli ultimi giorni del regista e mettendone in primo piano la personalità e la poetica. Petrolio e Porno Teo Kolossal si alternano agli ultimi incontri con i collaboratori, attraverso una narrazione mediata da un occhio contemporaneo e già consapevole del destino che attende Pasolini, la cui drammatica fine non è il perno della narrazione ma solo un inevitabile finale. L’intero lungometraggio, infatti, è pervaso da un’atmosfera spettrale, che si riflette su quella Roma apocalittica che è una costante nei film girati durante il soggiorno romano di Ferrara: la fine della società occidentale che Pasolini prospettava al mondo capitalista è già avvenuta.

Potiche, François Ozon, Francia, 2010 (5 settembre)

Fin dal suo debutto, Ozon si è sempre interessato a dissezionare la società borghese francese, spesso servendosi della narrazione della commedia nera. Con Potiche, però, i toni risultano molto più diluiti e leggeri, meno caustici, compensati da una messa in scena altamente consapevole, che cita e ridicolizza un certo immaginario cinematografico degli anni Sessanta. Quelli erano gli anni della contestazione e della lotta di classe nelle fabbriche, ma anche degli arredamenti discutibili e delle casalinghe annoiate. Il film prende in analisi proprio i ruoli tradizionali della nostra società e il loro ribaltamento, arrivando a mettere in ridicolo anche quella classe operaia che tanto il cinema della Nouvelle Vague aveva contribuito a rendere eroica, culminando con la protesta e la successiva chiusura del Festival di Cannes del 1968. In Potiche tutto si muove sui binari della commedia romantica, seguendo un intreccio facilmente prevedibile, così come le ovvie critiche mosse non solo alla borghese ma anche a quei contestatori che non hanno mai messo in discussione il proprio movimento e le proprie convinzioni.

Cairo Station, Youssef Chahine, Egitto, 1958 (23 settembre)

Youssef Chahine è un nome centrale nella storia del cinema egiziano, anche se in Italia, tranne qualche titolo passato decenni fa a Fuori Orario, è caduto vittima di un silenzio distributivo tipico di opere che provengono da aree geografiche raramente battute, l’Africa in particolare. Pescando a piene mani dalla corrente neorealista, che alla fine degli anni Cinquanta in Italia era già stata soppiantata dalle tendenze successive, Cairo Station affianca a questo registro quello tipico del noir, tratteggiando una città mediorientale come se fosse una metropoli americana – con tutte le differenze del caso. La città diventa un perfetto set da incubo, in cui la finzione del genere caratterizzato da un’illuminazione irreale si unisce al realismo di una sceneggiatura che deve molto al nostro cinema. Questa combinazione inusuale diventerà una costante nel lavoro di Chahine, e infatti si ripresenterà anche nel più tardo Alexandria Again and Forever (1989), in cui alla minuziosa descrizione dello sciopero del sindacato cinematografico egiziano si alternano scene musical in cui il regista/protagonista ritira il primo premio alla Berlinale.

Mandabi, Ousmane Sembène, Senegal, 1968 (23 settembre)

Ousmane Sembène o Idrissa Ouédraogo sono i massimi rappresentanti del cinema africano contemporaneo, pur non godendo di una distribuzione efficace nel nostro paese. Mandabi mette in scena un contrasto che ha segnato profondamente le società africane del secondo Novecento nel passaggio dal colonialismo alla libertà, segnate da divisioni, schieramenti e avidità di denaro e potere: la contrapposizione tra una società tradizionale rurale, lontana dal mondo occidentale e la società urbana, più ricettiva alle novità esterne e per certi versi vittima del post-colonialismo. Il protagonista, Ibrahima, si deve districare nella città nel tentativo di recuperare le rimesse mandate dal nipote che vive in Francia. Tra lui e questi soldi si frappone non solo la macchinosa burocrazia, aliena alla società africana tradizionale, ma anche l’opportunismo degli stessi conoscenti, che cercano di mettere la mani su questo denaro.

13 Assassini, Takashi Miike, Giappone, 2010 (Videoteca)

Al massimo della sua notorietà in occidente Miike girò 13 Assassini – remake dell’omonimo film del 1963 – presentato inaspettatamente in concorso al Festival del Cinema di Venezia nell’ormai leggendaria edizione capitanata da Quentin Tarantino, che preferì Somewhere di Sofia Coppola a Noi Credevamo di Martone e a Venere nera di Abdellatif Kechiche. Summa ideale del cinema del regista, questo film prende la violenza che caratterizzava la produzione giapponese degli anni Novanta e la riversa all’interno di uno dei generi più tradizionali e intoccabili del cinema nazionale – tanto che ancora oggi sono veramente pochissimi i registi che osano uscire dal percorso tracciato da decenni di stagnazione -, rompendo volontariamente ogni regola e canone. Più che ai grandi classici Jidai-geki, Miike guarda ai lavori di Kinji Fukasaku, mutando una lotta tra samurai in una lotta tra bande senza esclusione di colpi, strizzando l’occhio ai grandi capolavori di Kurosawa: un esempio perfetto di cinema post moderno, forse arrivato troppo tardi per fare veramente scuola.

Non desiderare la donna d’altri, Krzysztof Kieślowski, Polonia, 1988 (Videoteca)

Versione lunga di Decalogo 6, Non desiderare la donna d’altri segna un periodo cruciale per il regista polacco: dopo anni in cui i suoi lavori erano stati rifiutati da diversi festival internazionali in quanto considerati troppo provinciali, nasce finalmente un interesse per i suoi lavori, che iniziano a uscire dalla Polonia per venire proiettati in tutta Europa, arrivando anche in Italia. Non desiderare la donna d’altri è meno noto di Un breve film sull’uccidere (1988), ma altrettanto efficace nel mettere in scena le caratteristiche voyeristiche insite nella macchina cinematografica. Il desiderio è presente nei due protagonisti del film, ma se uno brucia di passione a tal punto da spiare la donna co-protagonista dalla finestra con un piccolo telescopio, lei comprenderà veramente il proprio sentimento soltanto alla fine. Ma si può veramente parlare di amore? Il rapporto tra i due nasce dal trauma personale che entrambi portano con sé, senza guarire mai del tutto e riuscendo solo a ferire l’altro. Da una parte la depressione adolescenziale, dall’altra la consapevolezza adulta, in entrambi casi condizioni assimilabili all’impossibilità di relazionarsi con l’esterno, e quindi di comprendere l’importanza di una relazione affettiva. Senza una risoluzione personale dei propri traumi, il sentimento tra i due protagonisti sarà destinato a rimanere una pura passione fisica, priva di qualsiasi legame umano.

Le repos des braves, Nicolas Anthomé e Guillaume Brac, Francia, 2016 (Videoteca)

La rassegna dedicata da MUBI a Guillaume Brac continua, proponendo un breve documentario che segue un gruppo di ciclisti in pensione durante un ritrovo annuale in cui attraversano le Alpi arrivando fino alla Costa Azzurra. Al regista non interessa tanto il ciclismo in sé, quanto le storie e le motivazioni dei partecipanti, che hanno trovato nella bicicletta un motivo di vita, specialmente per coloro a cui la pensione ha portato via la possibilità di esprimersi. Lo sport, per questi uomini, è una valvola di sfogo garante di una felice terza età, mentre annullarsi davanti a un televisore avrebbe portato solamente malanni, affanni e per molti la morte. Strada dopo strada, appare evidente che tra il mezzo e il ciclista nasca un rapporto simbiotico, che Brac riesce a catturare insieme alla sforzo e alla fatica fisica che questa relazione comporta. Alle riflessioni dei singoli si aggiungono quelle che nascono dalle discussioni collettive, secondo una dualità fondamentale per comprendere un fenomeno come quello dei raduni, che portano persone così diverse e lontane tra loro a condividere un contesto così intimo. Poco alla volta, si forma una vera e propria comunità, unita dal rito condiviso della conquista della salita che assume presto un significato che va ben oltre lo sport.

Davide Rui

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Combo x mega basic | Turin 19/4/2026

This time was special, we made friends with gloomy flames and glowing horns, creating a punkish neon environment ⚡️🔥

With OJO DJ, Mortimer-Dubaton live, Volantis, Odd Shy Guy, Volantis, Bruised Springs Teen 💜

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Le richieste vanno rivolte via e-mail all’indirizzo: info@1977magazine.com 
Ai sensi della Normativa Applicabile, hai in ogni caso il diritto di proporre reclamo all’autorità di controllo competente (i.e. “Garante per la Protezione dei Dati Personali”) qualora ritenessi che il trattamento dei tuoi Dati Personali sia contrario alla normativa vigente.

8. Modifiche.

La presente Privacy Policy è in vigore dal giorno 25 maggio 2018. 
1977 si riserva di modificarne o semplicemente aggiornarne il contenuto, in parte o completamente, anche a causa di variazioni della Normativa Applicabile. 
1977 ti informerà di tali variazioni non appena verranno introdotte e saranno vincolanti non appena pubblicate sul Sito.
1977 ti invita, quindi, a visitare con regolarità questa sezione per prendere cognizione della più recente ed aggiornata versione della Privacy Policy in modo che tu sia sempre aggiornato sui dati raccolti e sull’uso che ne fa 1977.