Qui (non) siamo al sicuro: la percezione della casa nel cinema horror

Sentirsi a casa, fare come se si fosse a casa propria, la mia casa è la tua casa e molti altri modi di dire costruiti sul concetto di “casa” riconducono il termine all’idea di uno spazio confortevole e rincuorante, di una permanenza prolungata in un luogo sicuro, che sia nostra o di un generoso ospitante. A partire da questo campo semantico, il concetto della casa è stato assimilato e decostruito dal cinema horror, che col suo occhio cinico ha indagato i lati più oscuri dell’esistenza umana, incluso il rapporto tra le persone e le mura domestiche, o tra queste e ciò che sta al di fuori, che si regge sulla labile percezione di sicurezza data da uno strato di mattoni e cemento. Ma, come abbiamo vissuto durante la quarantena per la pandemia, la sensazione di trovarsi a proprio agio in casa può spesso trasformarsi in una condizione claustrofobica, di prigionia, di eterna attesa, mentre il pericolo rimane fuori e la salvezza corrisponde alla stasi di chi sceglie non uscire; che sia per la paura per una pandemia, un rapinatore, un assassino, o un’entità paranormale.

Quando la coppia protagonista del thriller horror The Strangers (Bryan Bertino, 2008) chiedono ai misteriosi malintenzionati mascherati che li perseguitano il motivo del loro tentativo di introdursi in casa loro, il luogo che considerano sicuro e protetto, la risposta è spiazzante: “Perchè eravate in casa”. Ecco che, il solo fatto di trovarsi in casa – che probabilmente era un tempo dei criminali ora tornati con la pretesa di riaverla – costituisce la causa di un enorme pericolo che incombe sui nuovi proprietari ignari. Se la casa, riprendendo la definizione della Treccani, è il luogo rispondente alle “esigenze particolari dei suoi abitatori” è paradossale che possa diventare un terreno di attriti, un confine su cui si innesca lo scontro tra chi sta dentro e chi arriva da fuori, un teatro di orrori – e non di rassicurazioni. A fronte di un’invasione della propria abitazione, fronteggiarla implica riflettere su dove si trovi il confine tra salvezza e sconfitta. Una dualità che tre filoni specifici del cinema horror indagano, affrontandola da punti di vista differenti e complementari: il sotto genere delle haunted house, della home invasion e il contemporaneo post-horror.

Genere della paura per antonomasia, l’horror gioca sul sottile confine tra luoghi in cui ci sentiamo al sicuro e spazi che provocano disagio, confondendo le coordinate per provocare nello spettatore un senso di spaesamento e terrore. Un filone estremamente prolifico in questo senso è quello delle haunted house, le case infestate da presenze oscure, che dai primi film degli anni ’30 continua ancora oggi terrorizzare. Il castello degli spettri (Paul Leni, 1927) è tra i primi esempi nella storia del genere: : alla morte di un miliardario, la famiglia riunitasi nella sua lussuosa villa è vittima di una serie di inspiegabili delitti. Il film costituisce una delle massime concretizzazioni del cinema espressionista tedesco, un’avanguardia che sostituiva alla narrativa tradizionale immagini caratterizzate da un pesante senso di vertigine e allucinazione, in un vorticoso susseguirsi di eventi che amplificava il senso di oppressione e claustrofobia. Pochi anni più tardi Il castello maledetto (James Whale, 1932) ridefinisce il canone del genere, abbandonando le atmosfere prettamente orrorifiche per aggiungere un tocco di dark humor, che diventerà una prerogativa di molte horror comedy anche attualissime – come il riuscito esperimento neozelandese Housebound (Gerard Johnsone, 2014).

Negli ultimi anni questo sotto-genere è letteralmente esploso anche nel mainstream, basti pensare alla saga dei The Conjuring, che si intreccia con la demonologia, oppure ai vari sequel di Insidious (James Wan, 2010), basati sulla possessione del giovane protagonista. Il paradigma della haunted house è stato messo in discussione quando alle presenze demoniache e sovrannaturali si sono pian piano sostituite minacce reali, rapitori e assassini su tutti, nell’altrettanto fortunato filone dell’home invasion. Il mondo spiritico e del mistero viene qui rimpiazzato da un pericolo concreto che prova a invadere la casa dei protagonisti, con obiettivi nefasti. Gli anni ’60 si rivelano particolarmente prolifici in questo senso: nel pieno della guerra fredda e del sordere delle sottoculture che minacciavano il potere nazionale e sovranista, nella società era fortemente diffusa la sensazione che il pericolo si annidasse ovunque. I frequenti contrasti trasformavano le strade in teatri di scontro continuo, e le mura di casa non bastavano a proteggere da malintenzionati infuriati o forme di controllo abusive. Il celeberrimo La notte dei morti viventi (George A. Romero, 1968) mette in scena minacce zombie in ogni dove, costringendo i cittadini a barricare le proprie porte.

Gli anni ’70 sono invece il punto di massimo sviluppo della paura verso chi delinque: la classe agiata consolidatasi dopo i tumulti della fase storica precedente è ossessionata dal terrore che qualcosa o qualcuno potrebbe sottrargli tutto ciò che possiedono e si sono faticosamente guadagnati. È in questo contesto che esce Quando chiama uno sconosciuto (Fred Walton, 1979): il racconto di una notte infernale trascorsa da una babysitter contattata telefonicamente da un misterioso malintenzionato. Se nel periodo tra gli anni ’60 e ’80 il filone si espande subendo vari cambiamenti di prospettiva basati pur mantenendo invariate le premesse, ovvero un pericolo imperniato sulla dialettica dentro/fuori e buoni/cattivi, negli ultimi anni, dai Duemila in poi, il rapporto si è complicato e diventa difficile stabilire chi stia minacciando chi, e da che cosa ci si debba difendere. La svolta avviene col post-horror, un sotto genere che si distacca dalla tradizione ed è ancora molto controverso e dibattuto per via della sua natura mutevole, che non prevede caratteristiche fondanti fisse ma molto elastiche e difficili da collocare entro schemi precisi.

A volte, secondo una struttura a matrioska, la minaccia è dentro a un’altra, o il nemico si insidia tra le linee amiche. À l’intérieur (Maury, Bustillo, 2007), come suggerisce il titolo stesso, si basa sulla dinamica tra spazio interno ed esterno: lame che penetrano la carne, una donna che porta in grembo un essere minacciato dalle violenze da lei subite, una casa dove i protagonisti si rincorrono senza pace, oppressi e soli rispetto al mondo fuori. The Nest (Roberto De Feo, 2019) è un piccolo gioiello tutto italiano, in cui la vera natura della minaccia rimane confusa fino alla risoluzione finale: un ragazzino, cresciuto in una villa enorme senza contatti con l’esterno per via di una presunta malattia che gli impedisce di uscire inizia a percepire attorno a lui un clima soffocante e iperprotettivo dal quale sente di dover fuggire per liberarsene.

Altri lavori si sono invece interrogati su possibili inibizioni sensoriali che potrebbero costituire una minaccia per i protagonisti. A Quiet Place (John Krasinski, 2018) intreccia le dinamiche del monster movie a quelle dell’home invasion, sviluppandosi attorno al legame tra la minaccia esterna, incarnata da creature assassine, e la responsabilità umana individuale per la sopravvivenza del pianeta e della nostra stessa specie. Le creature minacciose del film sono infatti attratte dai suoni e attaccano chi disturba la quiete della natura (rumori come cascate e temporali non le infastidiscono), così che la famiglia protagonista è ossessionata dal non emettere né provocare neanche un suono.

Un altro film di successo è Man in the Dark (Fede Álvarez, 2016), che vede protagonisti dei giovani ragazzi in cerca di soldi facili. La loro idea di compiere una rapina ai danni di un ex-militare rimasto cieco dopo un incidente si trasforma in una lotta per sopravvivere ai sagaci tentativi dell’uomo di aggredirli, nonostante l’handicap invalidante di cui soffre. Qui il suono che li espone al rischio di morire è il loro stesso respiro affannoso, che segnala la loro presenza, rendendoli esce facili per l’infuriato proprietario di casa. Nello medesimo anno vede la luce Lights Out, consacrazione del regista Dad F. Sandberg. In questo caso, i protagonisti sono perseguitati da una misteriosa figura spiritica che li tormenta solo quando si trovano nel buio totale e che rifugge qualsiasi fonte di illuminazione. Se nei film precedenti l’errore più grande dei personaggi era quello di generare rumori, ora si devono occupare di restare sempre alla luce. Ecco che i nostri sensi, i nostri gesti quotidiani, le nostre abitudini divengono una possibile causa di pericolo, trasformando i nostri luoghi sicuri, le nostre case, in prigioni, e la fuga in un sogno.

Mother! (Darren Aronofsky, 2017) divise fortemente pubblico e critica, tra chi lo considerò una genialata assoluta e chi un disastro totale, ma sorprese certamente per l’inventiva, e il ruolo della casa è complesso e centrale. L’arrivo di uno sconosciuto nelle vite dei protagonisti segna l’inizio di una serie di eventi tra il tragico e l’assurdo, che trasformano l’abitazione in un teatro di avvenimenti sconvolgenti. La continua azione di ridipingere le sue pareti e il progressivo deterioramento delle stesse portano il senso di minaccia direttamente nella materialità dell’architettura abitativa, rendendolo concreto. Il pericolo di uno sconosciuto che irrompe nella quotidianità domiciliare di una famiglia si innesta sulla funzione di nido e alcova che la casa pur mantiene, fino al crollo finale.

Sembra, in definitiva, che nemmeno le mura domestiche possano assicurare un confine solido tra posto sicuro e persone fidate da una parte e pericoli e invasori dall’altra. Anzi, gli stessi ambienti prima sicuri e familiari possono diventare delle trappole, ribaltando la prospettiva, col mondo fuori come possibile alterità salvifica. Le forme del terrore e le loro modalità di palesarsi sono mutate nel corso del tempo, finché oggi si sta affermando sempre di più una modalità narrativa in cui c’è un nemico, ma non è mai definito né definibile, e la sua sconfitta finale rimane sempre impossibile, perché è impossibile individuarlo. La paura diventa allora la paura totalizzante dell’ignoto, che si annida persino dove ci sentiamo al sicuro. Oggi è un virus a spaventarci, che serpeggia tra le strade e le persone, contaminando tutti con una paranoia cieca che ci porta a voler dare a tutti i costi un nome, un volto, un corpo a questo nemico. Questo timore amorfo e senza antidoto apparente caratterizza il post-horror attuale, che abbandona i volti spaventosi ma identificabili degli assassini e degli spettri per delineare paure misteriose e inafferrabili, mali che siamo noi a causare a noi stessi, mentre non ci sentiamo più al sicuro, nemmeno in casa nostra.

Federico Squillacioti

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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