“Fame”: il festival italiano di street art sconfitto dalla normalizzazione

In un momento in cui le mura di casa delimitano il confine dei nostri movimenti, la visione di film è uno dei modi più immediati per evadere e continuare a fare esperienza di qualcosa di nuovo ogni giorno. Soprattutto se si tratta di un documentario sulla street art, che per sua stessa definizione non può che essere fruita in giro, all’aria aperta, per le strade. Sky Arte ha reso disponibile sulla piattaforma Sky Go Fame (2017), il docufilm sul Fame Festival realizzato dai registi Angelo Milano, ideatore dell’iniziativa, e Giacomo Abbruzzese. Una manifestazione ormai estinta, che può essere dunque (ri)vissuta solamente attraverso video e fotografie amatoriali o racconti e testimonianze di chi c’era.

La stravagante idea di fondare Fame Festival a Grottaglie (Taranto, Puglia), conosciuta anche come la città della ceramica, è nata nel 2007 dalla mente visionaria di Angelo Milano. Dopo gli studi universitari a Bologna, ha deciso di tornare nella sua terra natia e invitare street artist da tutto il mondo – tanti ancora sconosciuti all’epoca – offrendogli cibo e ospitalità in cambio di opere sui muri degli edifici della cittadina. Tra il 2008 e il 2012 hanno partecipato Blu, Momo, Conor Harrington, EricailCane, Vhils e tanti altri, per un totale di cinque edizioni, che progressivamente hanno reso noto il festival in tutto il mondo.

È stato proprio l’approccio anarchico e improvvisato del festival, privo di alcun permesso istituzionale da parte della giunta locale, a costituire la sua stessa ragion d’essere: nato per provocare e divertirsi, è diventato col tempo uno dei più seguiti a livello internazionale, presentandosi come alternativa realmente anarchica ai soliti circuiti fancy della street art. “Questo posto mi ha offerto da sempre un bene prezioso e sottovalutato: la noia. Fossi nato in un posto dove succedono mille cose sarei stato sicuramente più tranquillo, o magari più distratto…”, dice la voce fuori campo di Angelo all’inizio del documentario.

Strutturato come un percorso a tappe costituito da filmati amatoriali degli artisti e di Angelo, il documentario valorizza l’indole intima e improvvisata di Fame, che ad esempio ha trasformato i genitori del fondatore in autista e cuoca ufficiali. Il montaggio incalzante, la realizzazione delle opere in timelaps, le animazioni digitali, le riprese della vita quotidiana degli abitanti di Grottaglie e la soundtrack elettronica restituiscono l’essenza dell’iniziativa: un festival interamente home made che ha restituito la vita al deserto culturale in cui è sorto.

Dal documentario emergono anche le criticità riguardo ai (non) finanziamenti da parte delle istituzioni locali e la conseguente necessità di auto finanziarsi, principalmente attraverso la vendita delle serigrafie prodotte dagli artisti il primo anno. Finché, nel 2010, avviene la consacrazione definitiva del festival, grazie alla partecipazione attiva degli abitanti e di un numero elevato di artisti internazionali.

Ma nel 2012 arriva il crollo: “L’edizione del 2012 non aveva più senso: con o senza autorizzazione, disegnai un baccanale sulla scuola elementare; i proprietari di un palazzo chiamarono Ericaeilcane per chiedergli di finire il muro che loro stessi avevano bloccato tre anni prima, i collezionisti erano sempre di più e compravano a occhi chiusi. Oltre al folklore era rimasto ben poco”, racconta Angelo, mentre scorrono le immagini delle opere come ricordi ormai lontani.  

La portata del successo, la risonanza mediatica e il definitivo consenso dell’amministrazione locale hanno privato Fame della sua stessa ragion d’essere: dare una scossa, provocare una presa di coscienza nei confronti del contesto politico e sociale di Grottaglie. La progressiva normalizzazione dell’evento ha avuto come effetto collaterale la sua stessa morte: al termine dell’edizione del 2012 Angelo decide di chiudere definitivamente il festival, in accordo con gli artisti coinvolti. “Ciò che era nato per dividere, interrogare e provocare metteva ormai tutti d’accordo. Continuare il festival non aveva più senso, la migliore delle ipotesi era anche la peggiore, trasformare Fame in un lavoro. Fame è morto.” – spiega Angelo.

In poco meno di sessanta minuti Fame cerca di restituire l’essenza anarchica dell’arte di strada e che il festival ha saputo incarnare, trovando linfa vitale nel gesto contro tendenza, nella provocazione, nell’irriverenza, nella ribellione. Uno spirito che, nell’istante in cui è venuto a mancare all’interno dell’iniziativa, ha portato Angelo a rifiutare di scendere a compromessi per trasformarla in qualcosa di diverso pur di assicurargli una facile sopravvivenza e, magari, un’ulteriore crescita. Fermo nei suoi ideali dall’inizio alla fine, Angelo sceglie di chiudere Fame, segnano non una sconfitta ma una vittoria.

Alessandro Foggetti

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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