Hollywood a mano armata: gli anni ’60 secondo Quentin Tarantino

Violenza, razzismo e disuguaglianze di genere. Da quando Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca, la sua retorica ha polarizzato gli Stati Uniti d’America intorno a questi temi. Da Black Lives Matter a Me Too, fino alla questione delle armi da fuoco, il Paese sta attraversando un momento di profonda crisi politica e sociale. Ma non è la prima volta. Terminata l’epoca d’oro degli anni ‘50, seguì un periodo parecchio tumultuoso per gli Stati Uniti. Gli anni ’60 videro il movimento per i diritti civili mettere in discussione un secolo di schiavitù e segregazione, mentre l’illusione che vedeva l’America come la prima superpotenza mondiale, la nazione investita del compito divino di reggere l’ordine mondiale, si sgretolò sotto il Napalm lanciato sul Vietnam. Nelle strade, intanto, una folla colorata e strafatta di giovani chiedeva un mondo migliore, o almeno diverso, tracciando nuovi orizzonti morali in cui trovassero spazio la liberazione sessuale, la parità tra uomini e donne e, in generale, una società dal volto più umano. Ma l’America è stata fondata sul sangue ed è nel sangue che gli anni ’60 trovarono la loro fine.

Dallo sterminio dei pellerossa alla tratta degli schiavi, fino alle discriminazioni razziali e alle sparatorie nelle scuole, l’America non ha mai smesso di fare i conti con la violenza, e così ha fatto il suo cinema. E quando si parla di violenza al cinema, non può non venire in mente Quentin Tarantino: “If a guy gets shot in the stomach and he’s bleeding like a stuck pig then that’s what I want to see – not a man with a stomach ache and a little red dot on his belly”. Fedele a questo suo assunto, la sua filmografia è una galleria di efferatezze, facilmente recuperabili ora anche su Netflix, che ha finalmente aggiunto in catalogo Pulp Fiction.

Tarantino ha sempre ragionato sulla violenza e sui suoi meccanismi all’interno di opere molto cinefile, incentrate sulla narrazione e gli stilemi di genere (Le Iene o Pulp Fiction), ma progressivamente ha iniziato a farsi strada il discorso politico sul Paese in cui il regista è nato e cresciuto, come è emerso da Django Unchained e The Hateful Eight. Ciefilia e politica. Due anime che finalmente si incontrano in C’era una volta a… Hollywood: un omaggio alla magia del cinema, ma anche un violento period drama sugli anni ’60.

Il 22 novembre del 1963 John Fitzgerald Kennedy moriva a Dallas sotto i colpi di Lee Harvey Oswald. Il suo assassinio segnò l’inizio di un decennio in cui l’America dovette far fronte al suo volto più oscuro e feroce. Da una parte l’intervento in Vietnam mostrò per la prima volta la brutalità di una guerra senza senso, mentre il movimento per i diritti civili denunciò quanto il Paese fosse ancora legato ai meccanismi disumani del razzismo e della schiavitù. Nel 1965 fu la volta di Malcom X, nel 1968 di Martin Luther King: due picchi di violenza in un decennio critico, pervaso da una forte inquietudine nel tessuto sociale, talmente sentita da oscurare persino la titanica impresa dell’Apollo 11.

Perfino nel momento di maggiore popolarità del Programma Apollo, solo il 47% degli americani lo considerava un investimento positivo. La maggioranza dell’opinione pubblica si dimostrò infatti apertamente ostile all’iniziativa, considerata una “priorità disumana” a fronte delle tante criticità che la nazione si trovava ad affrontare. Ma anche il sogno di un mondo diverso era destinato a finire nel sangue. Dopo la breve parentesi della Summer of Love del 1967, i delitti perpetrati dalla Famiglia di Manson nel 1969 furono la pietra tombale del movimento hippie, che sperava vanamente in un mondo di pace e amore.

La rottura all’interno della società colpì anche il rapporto tra vecchie e nuove generazioni, quando queste ultime si diedero alla costruzione di un nuovo sistema di valori e di orizzonti morali. Un cambio di paradigma che si riverberò nei gusti del pubblico cinematografico: voleva qualcosa di diverso. Una nuova schiera di autori fece il suo debutto proprio in quegli anni, importando in America uno stile che guardava più alla Nouvelle Vague europea che al cinema classico americano.

Da un parte, Hollywood iniziò a chiamare a sé promettenti registi europei, come Roman Polansky con Rosemary’s Baby (1968), un horror che affronta temi delicati come aborto e gravidanza, stupro e patriarcato. Dall’altra i film di Godard e Truffaut divennero un modello imprescindibile per i registi dell’allora nascente Nuova Hollywood, iniziando a sperimentare nuove tecniche di racconto. A dare la spinta definitiva fu l’abbandono del codice Hays nel 1967. Nel 1969 cade la pietra angolare del cinema americano: il western venne messo in discussione. Dopo aver raccontato la nascita della nazione e il mito delle sue origini, gli sconvolgimenti degli anni ’60 ne misero in dubbio la mitologia e Dennis Hopper divenne la controparte lisergica e allucinata di John Wayne.

Anche la rilettura del western arrivava da lontano e, più precisamente, dall’Italia. A partire dal 1964 lo spaghetti western di Leone e Corbucci ruppe completamente con la rappresentazione asettica degli studios americani e portò un’attenzione inedita verso l’estetica del film, in un tripudio di colori, effetti visivi e radicali scelte di montaggio e inquadrature. Ma furono soprattutto i sui personaggi cinici e amorali a lasciare l’influenza più profonda sul cinema americano. Da quel momento in poi il western americano cominciò a mettere in discussione il proprio ruolo politico e sociale, facendosi metafora della violenza e dell’imperialismo degli Stati Uniti d’America.

È da questo periodo di fermento sociale e artistico che C’era una volta a… Hollywood prende le mosse. Diviso tra febbraio e agosto 1969, il film intreccia le giornate di Rick Dalton, un attore al tramonto della carriera (Leonardo DiCaprio), e del suo inseparabile stuntman Cliff Booth (Brad Pitt) con quelle di Sharon Tate (Margot Robbie), fino al tragico epilogo dell’8 agosto 1969 a Cielo Drive. Quello che emerge è un inquietante filo rosso nella vita di Dalton: sembra essere inestricabile dalla violenza, che sia un telefilm o uno spaghetti western, non fa che sparare, minacciare, fare a pugni o bruciare vivo un gruppo di nazisti a colpi di lanciafiamme. Quella stessa violenza che pervade ogni genere del racconto cinematografico – e non – americano.

I film sembrano essere infatti il prodotto naturale di una società in cui l’unica regola è la legge del più forte e i conflitti si risolvono a suon di pugni. Non per niente di Dalton è sempre accompagnato da Booth, un personaggio che sembra non conoscere altra lingua a parte quella della violenza. E se il primo è un uomo forte solo sul set dei suoi film, per il secondo la brutalità è sempre la scelta più ovvia e la soluzione migliore per affrontare la vita reale. Ecco che il film esplicita il proprio valore universale, si innalza al di sopra dell’epoca e mostra la sua essenza: una riflessione cinica e spietata sull’America e sul suo modo di pensare.

Da Spike Lee e Kathryn Bigelow fino a 7 sconosciuti a El Royale, Tarantino è solo l’ultimo di una serie di registi che hanno deciso di interpretare gli anni ’60 come una metafora dell’America attuale. Una scelta che ha attirato su Tarantino ripetute accuse di avere uno sguardo retrogrado e misogino – anche se, a ben vedere, non è proprio così. C’era una volta a… Hollywood è stato colpito da critiche severe per via delle poche battute concesse a Margot Robbie, per il modo in cui tratta i personaggi femminili e per il machismo ostentato. Accuse che vanno a sommarsi allo scandalo recentemente sorto intorno alla figura dello stesso Tarantino, tacciato di assumere comportamenti degradanti nei confronti delle attrici sui suoi set.

Ma il regista sembra aver previsto tutto questo. Il finale del film ribalta le sue stesse premesse, sgretola ogni singola aspettativa del pubblico e rivela il proprio intento, dimostrando ancora una volta che le opere di Tarantino sono molto di più di quello che appaiono in superficie. Perché, al di là della violenza esagerata e dei dialoghi fulminanti, c’è un discorso politico illuminante e profondo.

Francesco Cirica

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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