Il suono come pharmakon: “Il favoloso mondo di Amélie”

La storia di un’insolita ragazza cresciuta in solitudine per la folle apprensione di due genitori psicolabili, costretta a rifugiarsi in un personale mondo del tutto surreale, non poteva che essere accompagnata dall’incantevole colonna sonora curata da Yann Tiersen: un vero e proprio pharmakon, persino per le anime più disperate.
Veniamo trasportati in un mondo totalmente altro, identificabile con la visione distorta che Amélie ha della realtà, da una melodia tipicamente alla francese, che rimanda al luogo in cui la pellicola è ambientata e all’impronta tragicomica del film.
Le tracce che compongono quest’immortale colonna sonora si intervallano durante la pellicola con un ordine logico, ma non necessario: accompagnano le bizzarre gesta di Amélie, con le quali instaurano un legame sottile, non immediatamente percepibile, instabile come i pensieri e le emozioni della protagonista, che decide del destino di chi ha intorno senza mai affrontare il proprio. Ognuna di queste melodie assorbe completamente gli stati d’animo dello strambo personaggio, di cui raccontano non tanto le azioni, quanto piuttosto le intenzioni: non c’è una totale corrispondenza tra la musica e i movimenti esteriori – come accade invece tra Edward e la colonna sonora curata da Danny Elfman nel burtoniano film Edward mani di forbice –, lo sfondo musicale è lo specchio interiore di Amélie, e serve allo spettatore per cogliere anche le sfumature più impercettibili della sua interiorità. Ma i brani ci offrono la possibilità di volgere uno sguardo più attento nei meandri della nostra stessa fantasia, talvolta concedendoci la fortuna di scoprirci o di – molto più probabilmente – sentirci “artisti”.

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Insomma, se sul film è facile sollevare obiezioni, è impossibile non subire il fascino di queste melodie, tanto introspettive quanto soavi. Infatti la pellicola, a differenza della colonna sonora, opera forzature sul personaggio di Amélie al fine di farla apparire fuori dagli schemi e di emanciparla dai consueti tipi umani, ottenendo un effetto totalmente opposto: la tipizzano rendendola il prototipo della più scontata stramberia.
Tra meravigliosi assoli di pianoforte capaci di penetrare sotto la pelle e impadronirsi del corpo, fisarmoniche che rimandano a un tempo passato e distante ma al contempo avvolgente, suoni di carillon che creano un’atmosfera di commovente intimità si muovono le venti tracce composte da Tiersen. L’effetto è una dipendenza da assenzio: si insinua nell’ascoltatore il bisogno di riascoltarle fino alla nausea e di lasciare ognuno di questi pezzi in loop per prolungate ore. Yann Tiersen plasma da consueti strumenti musicali melodie capaci di generare l’illusione di essere in preda a quello stesso stato d’animo che induce il compositore a creare e Amélie ad agire.

I ritmi vivaci di alcuni brani si alternano ad atmosfere di introspettivo isolamento generate da melodie dolci e lente. Ogni traccia brilla di luce propria, assume un senso che la caratterizza e la distingue dalle altre, legandola a un determinato contesto: sono sfaccettature di un’unica personalità, talmente irrequieta da non potersi mostrare unitaria. Mentre i suoni scorrono assistiamo a un continuo movimento incalzante delle immagini, fatto di alti e bassi apparentemente casuali, eppure frutto di un ordine studiato dal regista Jean-Pierre Jeunet e dal compositore.

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Alcune tracce sono fondamentali per comprendere appieno i moti sentimentali sottesi al film.
Les jours tristes esplicita il paradosso di allegria e malinconia – presente anche in altre tracce come J’y suis jamaise allé –, accostando ai “giorni tristi” una melodia che sembra esserne in contrasto, ma con cui si instaura, invece, un profondo legame. La traccia racconta di una giornata allegra della quale, però, non sappiamo gioire, immersi in un senso di ingiustificato malumore legato a motivi per noi fondati, ma che appaiono inspiegabili agli occhi degli altri, in quanto indipendenti da fattori esterni.
Il brano, non a caso, più rinomato è Comptine d’un autre été: L’après-midi, che risuona nei momenti più intimi della vita di Amélie, in cui sono i suoi sentimenti ad avere la meglio sulle sue azioni, solitamente atte a nasconderli. Uno spaziale suono di pianoforte ci immobilizza e disarma, regalandoci una sensazione spaventosamente bella: siamo nudi di fronte alla nostra interiorità, da cui però manteniamo le dovute distanze grazie all’incanto di questo suono, come fosse un filtro.

L’opera d’arte di Yann Tiersen, che in Canada vinse il disco di platino nel 2005, costituisce la ragione dello smisurato successo de Il favoloso mondo di Amélie: persino chi ha detestato con tutto se stesso questa pellicola ha, almeno per una volta, desiderato la sua colonna sonora come sottofondo della propria vita.

Federica Romanò

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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