Andrea Poggio, tra Battiato e Kate Bush

Andrea Poggio è la grande novità dell’indie italiano dell’ultimo anno. Uscito con il suo disco esordio lo scorso novembre per La Tempesta, Controluce si è guadagnato una candidatura alla prestigiosa Targa Tenco. Lo abbiamo incontrato settimana scorsa a Milano, ci siamo bevuti un tè insieme e abbiamo chiacchierato un po’ di tutto: dell’importanza del pubblico durante i live, dell’influenza degli anni ’80 sulla cultura di oggi, della grandezza di Battiato e di Lynch, di quanto sono brutti i film doppiati e di molto altro.

Durante gli ultimi mesi hai girato molto per l’Italia con il tuo album d’esordio, Controluce. Hai percepito grosse differenze a livello di pubblico tra le cosiddette “scene”?
Non so se si possa parlare di varie “scene”. Sicuramente c’è un’attitudine diversa da città a città, legata al panorama degli anni ’80 e ’90. Ci sono città che hanno una forte identità come Bologna, città che hanno un’identità rigorosa ma nascosta come Milano, città come Roma che in vario modo nel corso delle decadi sono state importanti per lo sviluppo della musica italiana ma che forse hanno gestito questa loro influenza con troppo autocompiacimento. Esistono anche forti differenze tra le varie tipologie di pubblico, che a loro volta dipendono dal tipo di posto in cui ti trovi a suonare. Certamente l’esperienza di un musicista cambia molto in relazione a quanto è colto ed educato il pubblico.

Cosa intendi con “pubblico educato”?
Parlando ad esempio di Roma, mi viene in mente un esempio, che è quello di Unplugged in Monti, dove ho suonato con il mio progetto precedente [i Green Like July, NdR]. È stata una situazione nella quale mi ero trovato molto bene: ho suonato davanti a un pubblico attento, a persone che era evidente ascoltassero un certo tipo musica.

Sì, ero curiosa di capire come ci si sente a stare dall’altra parte e non venire considerato.
Sai, una cosa che si tende a non prendere in considerazione è che un concerto dipende molto dal pubblico. Lo dico anche da utente: per molti anni ho dato per scontato il fatto che l’atteggiamento degli spettatori non fosse importante, in realtà lo è eccome. E mi rendo conto di come a volte influisca notevolmente sull’umore dell’artista. Certamente più grosso è il posto, più il posto è meno vicino. In queste situazioni diventa molto più importante la venue rispetto al pubblico in sé: i grossi palazzetti dello sport, ad esempio, possono risultare più freddi e impersonali di certi teatri. Tutto cambia, però, nel momento in cui ti trovi in un posto piccolo, perché lì senti e vedi tutto ciò che gli spettatori fanno: in questi posti il pubblico è fondamentale. Non può non influenzarti un’audience che risponde male o in modo freddo. Si tratta di dinamiche molto delicate e quando ci si trova sul palco si è piuttosto vulnerabili.

Ascoltando il tuo album ho avuto l’impressione di assistere a una produzione fine e sottile, mai imponente, eppure cesellata: solo un ascolto attento ne rivela le sfumature e le ricercatezze. Un album che chiede di essere ascoltato senza distrazioni, magari seduti sul divano mentre si sorseggia una tazza di tè. Si tratta di effetto voluto? O è semplicemente qualcosa che è scaturito in modo naturale dalla tua personalità?
Nel momento in cui mi metto a scrivere non mi pongo mai alcun tipo di obiettivo, se non quello di seguire le influenze del momento. Onestamente al momento non riuscirei neanche a creare una loro geografia. Anche perché questo è un disco che ho creato nel corso di 4 anni, quindi mi risulta piuttosto difficile, se non impossibile, individuare tutto ciò che mi ha influenzato durante un così ampio lasso di tempo. Sono canzoni che ho scritto interamente da solo, spesso trovandomi a lavorare su alcuni brani per mesi. Potrebbe essere questa la motivazione dell’aspetto che hai individuato, cioè della stratificazione dei pezzi. Ed è stata una conseguenza abbastanza involontaria del mio processo creativo. Probabilmente sono stati fondamentali certi ascolti che avevo in mente, forse Philip Glass, ma non saprei, davvero faccio fatica a individuare la motivazione di certe scelte. Dal momento in cui nasce un’idea fino a quando viene definita succedono tante cose, soprattutto se il lasso temporale è ampio. E credo che questo lasso temporale ampio e questa mia mania di controllo sui brani abbiano fatto sì che si creasse un disco pieno. Anzi, ti dirò che questi arrangiamenti li ho scritti inizialmente pensando che in una seconda fase avrei poi coinvolto Erico Gabrielli, con il quale avevo già collaborato per l’ultimo disco dei Green Like July. Nel momento in cui ci siamo trovati a registrare, Enrico, a sua volta, ha deciso di coinvolgere Sebastiano De Gennaro – un percussionista con il quale ha lavorato a diversi progetti – ed entrambi hanno deciso di tenere lo scheletro dei miei arrangiamenti, innestando le loro parti sulle mie. Questo processo ha creato una sorta di mostro degenere a otto teste. Anche a distanza di un anno mi sento di dire che quel mostro corrisponde a quello che volevo fare e al risultato che volevo ottenere.

Ecco, come ti senti ora, a quasi un anno dall’uscita di Controluce?
Sono molto critico in generale e molto autocritico in particolare. In più sono piemontese. Quindi non ti dirò mai che sono contento. Ovviamente si può fare sempre di meglio, però credo che questo disco sia un buon punto di partenza, del quale vado… fiero? No, non mi piace come termine. Diciamo che sono contento, dai.

A proposito delle tue manie di controllo, quanto ne eserciti sui tuoi video?
Secondo me l’aspetto visivo è molto importante. In un panorama musicale come quello attuale, dove si punta smpre meno sui disci e sempre più sulle singole canzoni, nel momento in cui si ha l’idea scellerata di uscire con un album bisogna stare attenti a creare un immaginario più complessivo. E questo è un approccio che io, che sono cresciuto negli anni ’90, ho dovuto imparare col tempo. Nel periodo in cui mi sono formato a livello di ascolti, si cercava di distruggere questo approccio: eravamo reduci da un periodo, gli anni ’80, in cui questo aspetto era stato portato ai suoi massimi estremi e c’era proprio voglia di dire “sai che c’è? Salgo sul palco col maglione di mio nonno e i capelli tagliati dal mio batterista e va bene così”. Però penso che questo rifiuto ci abbia progressivamente portati verso una deriva degenere che oggi non ha più senso d’essere. Se sono un maniaco del perfezionismo in ambito musicale, in ambito visivo mi rendo conto che sia molto difficile trovarsi in pieno controllo di tutto quello che succede. Saper delegare è una cosa difficilissima, e se è vero che ho una tendenza maniacale al controllo, ho individuato persone come Giorgio Calace e Karol Sudolski, che hanno una visione simile alla mia o che comunque hanno capito ciò che avevo in mente.

Nei tuoi brani ho individuato varie influenze, come Battiato, Baustelle e i primi Bluvertigo. Ma si tratta di riferimenti vaghi, che saltano in mente durante l’ascolto senza riuscire a individuarli con esattezza.
Battiato è imprescindibile, è un mostro sacro ed è uno dei miei più grandi ascolti di sempre; non posso negare questa influenza. Anzi, è un paragone assolutamente lusinghiero. Essendo però anche un classico, non mi preoccupa più di tanto il fatto che nei miei brani si possa sentire la sua influenza, insieme a quella di Paolo Conte o Piero Ciampi: sono tutti punti di riferimento dai quali non bisognerebbe mai prescindere. Quando uno si rivolge ai classici non fa mai male, l’importante è che sia un riferimento elaborato e non una pedissequa riproposizione. Per quanto riguarda i Bluvertigo, è un gruppo che in realtà non ho mai ascoltato più di tanto. Stimo molto Morgan come musicista e, a scoppio ritardato, ho ascoltato due suoi dischi, Le canzoni dell’appartamento e Da A ad A e li ritengo bellissimi. Credo che Morgan e io abbiamo attinto a modelli comuni, so che anche per lui gli anni ’80 sono un punto di riferimento importanti, ma non saprei dirti bene in che cosa siano simili. Comunque è un paragone che non mi dà assolutamente fastidio, anzi. Lo stesso vale per i Baustelle, Francesco è una persona che stimo molto e al quale mi fa molto piacere essere affiancato.

A proposito di anni ’80, cosa ne pensi di questa recente mania di ripescarli?
Ci sono due tipi di anni ’80. Da una parte gli anni ’80 cocainici e paninari della Milano da bere, con tutte le sue declinazioni nelle varie città del mondo. Li trovo diseducativi e penso che andrebbero dimenticati. Poi ci sono gli anni ’80 coraggiosi e sperimentali; penso, per citarti i primi nomi che mi vengono in mente, a Prince, Kate Bush, Talking Heads. Da questi anni ‘80 non si può prescindere musicalmente. Ora, non so quanto di questi anni ’80 ci sia realmente nella musica di oggi. Di certo non bastano tre note di sintetizzatori e pantaloni El Charro. A livello di ascolti, quegli anni ‘80 sono stati sicuramente un punto di riferimento nel mio passato più recente, ma nella produzione del disco non ho assolutamente cercato quel tipo di suono. Il mio intento era proprio il contrario: risultare contemporaneo e trovare soluzioni che fossero figlie di questi tempi. Per anni con il progetto precedente ho cercato di ricreare certi suoni dell’America degli anni ’70, ma ora ho intrapreso un percorso diverso.

Infatti sei anche passato all’italiano.
Credo che cantare in inglese risponda a certe esigenze fonetiche e metriche che inevitabilmente non riescono a essere assecondate con l’italiano. Ha ragione Paolo Conte quando dice che l’italiano è una lingua molto meno ritmica rispetto all’inglese. Ho cantato in inglese per anni, influenzato dal blues, dal country e dal folk; mi risultava difficile usare la mia lingua. Poi, a un certo punto, l’italiano si è posto come scelta quasi obbligata, perché mi rendevo conto che non riuscivo più ad avere pieno controllo sui significati dei testi che scrivevo.

Una domanda classica per concludere: progetti futuri?
Adesso diciamo che mi sto riposando. Riprenderò a novembre con qualche data e a gennaio e febbraio con qualcosa di più strutturato, che però non è ancora definito, quindi meglio non parlarne ancora.

Benedetta Pini

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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