L’amore ha invaso Milano: 32° Festival MIX

Dal 21 al 24 giugno le sale del Piccolo Teatro Strehler e del Piccolo Teatro Studio Melato di Milano hanno ospitato la 32ᵃ edizione del MIX, uno dei più importanti festival italiani di cinema gaylesbico e queer culture. La parola d’ordine di quest’anno è stata “inclusione”, al grido di: “l’un@ non esclude l’altr@”, ripetuto più volte con un sorriso. Non ci sono limiti a ciò che una persona può essere, c’è amore in ogni lingua, forma, colore e pensiero: More Love!

More Magic

Presentato in apertura al Teatro Strehler davanti a un pubblico di quasi 900 persone, Favola è il nuovo film di Sebastiano Mauri che vede Filippo Timi nel ruolo di protagonista. Una commedia di genere sul desiderio e sull’identità, tratta da uno spettacolo teatrale scritto proprio da Timi, da sempre impegnato in una ricerca sul ruolo del corpo e della sessualità all’interno delle rappresentazioni sceniche. L’attore italiano interpreta una crisi di identità sessuale senza mai scimmiottarla, trattando con delicatezza e squisita autoironia un personaggio istrionico perfettamente riuscito.

More Color

Tinta Bruta (Filipe Matzembacher e Marcio Reolon, Brasile 2018) è un esperimento estetico sotto le vesti di opera cinematografica. Il protagonista è un giovane webcam boy che si diletta con spettacoli immersi tra luci accecanti ed esibizioni sensuali di body painting erotico. Il finale curioso e l’efficace rappresentazione del dolore e della solitudine giovanile rendono il film emotivamente godibile, oltre che esteticamente esplosivo sul piano dell’atmosfera e della colonna sonora.

More Sex

Spiazzante in vari sensi, Un couteau dans le coeur (Yann Gonzalez, Francia 2018) offre un’esilarante quanto megalomane avventura trash-noir che scimmiotta il giallo all’italiana per presentare una trama assurda e godibile, ricca di gag e battute da cult che accompagnano una variopinta storia di sesso, sentimento e strani misteri più o meno sensatamente intrecciati tra loro. Tra toccanti dichiarazioni d’amore ed esplicite scene soft-core gay, si crea un geniale contrasto tra film d’autore serioso e comicità strabordante ai limiti del grottesco.

More Tears 

È Venus (Canada, 2017) di Eisha Marjara a vincere la sezione Lungometraggi, conquistando pubblico e giuria con uno sguardo fresco e toni brillanti. Sid (Debargo Sanyal), una donna transessuale di origini indiane, incontra da un giorno all’altro Ralph (Jamie Mayers), il figlio quattordicenne di cui ignorava l’esistenza. I due cominciano a conoscersi e il ragazzo entra sempre più a far parte della vita di Sid, andando a creare situazioni dall’irresistibile comicità. Il racconto sincero e delicato della vita di ogni giorno non nasconde mai nulla, mostra le relazioni così come sono, nella loro complicatezza e instabilità, mantenendo al contempo una visione dolce e piena di speranza che non può fare a meno di commuovere.

More Thrills

In M/M (Canada/Germania, 2018) Drew Lint coniuga fotografia magnetica, tensione mozzafiato e il costante pulsare della techno di sottofondo per creare una pellicola che sta tra la video-installazione e il thriller psicologico. Matthew (Antoine Lahaie) incontra Matthias (Nicolas Maxim Endlicher) in una Berlino alienante, e quel che nasce come bruciante desiderio diventa ossessione, bisogno di diventare l’altra persona. L’incontro fra i due è un continuo scontro, in un vortice di eros e thanatos che non ha bisogno di parole. A ospitare il racconto sono gli scorci della città, le immagini di statue senza voce e gli sguardi affamati, ipnotizzati dei due.

More, more and… more

Chiude il festival la proiezione di Freak Show (USA, 2017), debutto alla regia di Trudie Styler, che presenta un’ottima interpretazione di Alex Lawther nei panni di Billy Bloom, un giovane dalla forte personalità e lo spiccato gusto per il glam, pronto a combattere in ogni modo i pregiudizi dei suoi compagni di scuola. Lo slow motion si sofferma a esaltare il fascino di ogni costume alla Lady Gaga indossato dal ragazzo, creando un’esplosione di colore dopo l’altra.

Con lo scoppiettante film finale si è chiusa questa 32ᵃ edizione del Festival MIX, premiato dal grande afflusso di pubblico e dall’affetto dimostrato dai presenti in sala con applausi e acclamazioni. La varietà delle proposte, dai corti ai lunghi, passando per musica e letteratura, hanno reso l’offerta culturale decisamente “More”, sia per quantità che per qualità. Perché l’amore non è solo una sdolcinata passione tra adolescenti, ma è anche una fuga rocambolesca o una difficile storia di emarginazione da combattere e superare, insieme, come il festival ci insegnato, tra risate e sorrisi amari, sempre in nome dell’inclusione e del rispetto.

Federico Squillacioti, Clara Sutton

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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