Francesco Ciaponi si racconta: The Big Lebowski Art Collection di Edizioni del Frisco

La classica domanda di rito “Ma com’è che vi siete conosciuti?” può finalmente ricevere una risposta curiosa: un’illustratrice in comune. Nadia, entrata da qualche mese nella nostra bellissima scuderia di illustratori, ci ha segnalato un progetto che intrattiene un’affinità elettiva con il nostro: è cartaceo, è illustrato, è ben scritto, è ideato e creato da giovani, parla di cultura popolare e, soprattutto, ha un grande cuore. Edito dalla piccola Edizioni del FriscoThe Big Lebowski Art Collection è un libro che raccoglie 68 illustrazioni ispirate al film Il grande Lebowski e provenienti da 21 Paesi diversi. Il film e i suoi personaggi iconici vengono così declinati in infiniti stili, tecniche e punti di vista, accompagnando il lettore lungo un viaggio di originalità e passione all’insegna dello stile di vita del Drugo. Ma lasciamo che sia Francesco a dirvi di più sul suo coraggioso progetto.

Cosa ti ha portato a creare questo libro?
Quando ho visto per la prima volta il Drugo al cinema sono rimasto per i tre spettacoli successivi, seduto a godermi questo spettacolo che si svolgeva in diretta e non su una pellicola storica restaurata, appartenente a un tempo passato che non era il mio. Ho immediatamente voluto bene a tutti i personaggi, alle trovate, ai dialoghi, alle scene e ai particolari; era come se avessero creato una pellicola appositamente per me, e questa sensazione non mi ha mai abbandonato nel corso dei successivi vent’anni. Era logico, quasi dovuto, da parte mia, arrivare un giorno a rendere omaggio, sia pur nel mio piccolo, a chi ha realizzato tutto questo.

Come si è svolta la ricerca dei vari illustratori che hanno collaborato? E che tipo di rapporto è venuto a instaurarsi tra te e loro?
Non c’è stata una vera e propria ricerca, io ho solo fatto sapere in giro che stavo lavorando a questo libro e che mi occorrevano alcuni elementi oltre all’illustrazione, quali una biografia e i contatti dell’autore. Il resto immagino sia stato il Drugo a farlo, visto che da ogni parte del pianeta, Asia esclusa, sono iniziati a piovere lavori su lavori, e io ho “solo” dovuto rimboccarmi le maniche e gestire questa ondata di piena. Nel fare ciò ho cercato di instaurare con tutti e 68 un rapporto diretto, quasi amichevole, se così si può dire, mantenendo contatti regolari via mail e, con alcuni, anche via Skype. È stato fantastico sbirciare nelle vite di persone così distanti, così diverse fra loro, e devo dire che da parte degli artisti c’è stata altrettanta voglia di collaborare e mettersi al servizio del progetto.

Portare avanti un progetto del genere significa avere tanto coraggio e amare davvero il cinema.  Come mai sei così legato alla settima arte? E che ruolo ha giocato Il grande Lebowski nella tua vita a tal punto da farne oggetto di un libro?
Il cinema è fantasia, è qualcosa che, anche se per un periodo limitato di tempo, ti prende e ti porta via, in luoghi lontani, nuovi, in cui puoi finalmente abbandonare ogni peso, ogni pensiero e smettere di trasportare per essere trasportato. Amo talmente il cinema, inteso proprio come luogo fisico fatto di sedie rosse, oscurità e schermo gigante, che appena posso vado a vedere anche i cartoni con i miei figli. Dopo tutto, chi meglio di loro – i bambini, intendo – riescono a mettere la fantasia davanti a tutto il resto? Il grande Lebowski è stato per me, come credo per molti altri, un’infatuazione che è riuscita a durare nel tempo. Bere i White Russian per mesi e mesi, passare serate interminabili fra birre, chiacchiere e il bowling che avevi sempre visto passando in macchina, ascoltare i Creedence come se non ci fosse un domani… insomma, penso di non essere stato l’unico a fare queste cose solo perché avevo visto Il grande Lebowski.

68 artisti da 22 nazioni diverse si sono uniti per la creazione di un libro su Il grande Lebowski. Secondo te qual è l’eredità lasciata dal film nelle generazioni a seguire?
Come ho avuto modo di dire durante alcune presentazioni, penso che il merito di questo film stia in gran parte nella sua capacità di aver reso irresistibile un modo di vivere che prima era considerato da “sfigati”. Tutto questo è riassunto benissimo nella scena in cui Lebowski dice al Drugo che la rivoluzione degli sbandati ha perso e lui, con la sua consueta flemma, dice al maggiordomo che deve riprendersi il tappeto. Ecco, questo modo di vivere, di prendere le cose che succedono con calma e un pizzico di menefreghismo non appartiene più solo agli emarginati, come era sempre stato, ma diventa cool; e tutto questo grazie al Drugo.

Sappiamo che hai una piccola casa editrice, ci piacerebbe sapere qualcosa di più di questa tua attività.
Le Edizioni del Frisco sono una piccola realtà che produce, come The Big Lebowski Art Collection libri che riguardano la grafica, l’illustrazione o, più in generale, le arti, cercando di mantenere un livello di prodotto alto. Attraverso il sito promuoviamo proprio quei prodotti editoriali che sperimentano, che puntano sulla qualità e sull’autoproduzione infischiandosene delle leggi del mercato che vogliono, più o meno sempre, prodotti standard, buoni per tutti e per tutto.

Proprio per questo stiamo promuovendo un progetto chiamato Independent Press Fair, in cui invitiamo tutti coloro che producono prodotti editoriali di questo tipo (stampa risograph o serigrafica, rilegature e calligrafie di ricerca, libri d’arte e di fotografia, comics ecc.) a inviarci il proprio materiale, che noi, assolutamente in maniera gratuita, pubblichiamo sul nostro sito edizionidelfrisco.com. Diciamo che l’idea è quella di una vetrina dove ognuno può promuovere il proprio lavoro ogni qual volta lo desideri e senza alcun costo, per riuscire a creare legami che diano visibilità a un mondo, quello dell’editoria indipendente, che nasconde favolose sorprese e qualità ma che fatica a essere visto per la sua totale disgregazione. Quindi, chi fra i lettori ha qualcosa da mostrare non deve far altro che scriverci!

Hai già in cantiere altri progetti per il futuro?
Certo! Oltre ad alcune collaborazioni con una fantastica curatrice di mostre di cui adesso non posso dire oltre, il prossimo progetto sarà la biografia di un grandissimo attore americano che vedrà la collaborazione di 10 artisti italiani che lo illustreranno nei suoi film più famosi. Il progetto iniziale prevede anche una data visualization centrale in cui riepilogare tutte le informazioni su di lui in maniera decisamente innovativa e creativa. Questo è un progetto, ma chi lo sa. Aspettatevi altre sorprese.

Marco Severini

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

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