Torna in sala Intolerance, il grande ma sfortunato kolossal del cinema muto

L’opinione diffusa sugli anni del muto è quella che si tratti di produzioni noiose e pesanti, di un mondo troppo lontano per essere compreso. E in effetti è un tipo di cinema distante anni luce dai canoni odierni, dalla concezione che abbiamo oggi di un film, ma è stata proprio quell’epoca a tenere in grembo il germoglio di tutto ciò che oggi scorre davanti agli occhi degli spettatori quando si spengono le luci in sala. Il 29 ottobre lo spazio Oberdan di Milano ha riproposto Intolerance, il capolavoro di David W. Griffith del 1916 che segnò l’inizio della fine per il più importante cineasta del silent film. Ma chi era David W. Griffith?

Il regista statunitense si affaccia al cinema nel 1907 dopo l’insuccesso come attore di teatro. Lo spettacolo cinematografico, ancora relegato all’intero di chiassose fiere di paese, è ben lontano da tutte le innovazioni e sperimentazioni che gli conferiranno il titolo di “settima arte”. E fu proprio Griffith l’inventore di molte delle principali tecniche cinematografiche che ancora oggi conosciamo: il montaggio alternato, il primo piano, il flashback, la dissolvenza a nero in chiusura e i meccanismi della suspense. 

Negli anni compresi tra il 1907 e il 1913 il cineasta americano lavora per la casa di produzione Biograph Co. America, portando a termine più di quattrocentocinquanta film, nella maggior parte di breve durata, caratterizzati dalla presenza delle stesse attrici e dalla ricerca di nuovi metodi per riuscire a coinvolgere sempre più lo spettatore nel cosiddetto “viaggio immobile”. Tra queste pellicole spiccano The Lonely Villa (1909), con la quale nasce la tecnica del montaggio alternato, e The Painted Lady (1912), dove il primo piano permette allo spettatore di entrare in empatia con la protagonista (Blanche Sweet).

Alla fine del 1913 Griffith freme per avere ottenere maggiore autonomia, ma la Biograph non vuole cambiare una formula fino a quel momento vincente. Rifiutandosi di sottostare ai voleri della casa di produzione americana, il regista decide di rendersi indipendente dalla Biograph. Questa scelta segnerà il momento della svolta: nel 1915 Griffith dirige The Birth of a Nation, epopea storica in cui il nuovo stile di narrazione cinematografica regge senza difficoltà un film da più di tre ore, grazie all’abile uso di tutte le tecniche che il regista aveva sperimentato negli anni precedenti.

intolerance 2

The Birth of a Nation ottiene un grande successo di pubblico e, nonostante le molte critiche negative, permetterà al cineasta del Kentucky di disporre di un enorme budget e di una sostanziale libertà creativa per il suo film successivo, Intolerance. Con questo secondo kolossal Griffith cerca di far fronte alle accuse di razzismo scatenatesi dopo l’uscita di The Birth of a Nation. Il film narra quattro storie in parallelo ambientate in epoche diverse (Babilonia nel 539 a.C., antica Galilea al tempo di Cristo, XVI secolo ed età contemporanea) che vengono rappresentate per mezzo di un montaggio alternato a intreccio. Il tema portante della pellicola è quello dell’intolleranza e delle sue terribili conseguenze, un male che affligge gli uomini da sempre. Le alternanze, in Intolerance, non sono però solo narrative: il regista, ormai padrone delle nuove tecniche testate senza sosta, si muove libero negli spazi da lui creati e alterna i momenti più intimi a quelli più spettacolari. Grande estimatore del cinema europeo, Griffith è anche stato in grado di assimilarne tutte le caratteristiche per volgerle alle sue esigenze registiche, come la profondità di campo tipica del cinema muto italiano, catturando così lo spettatore, che si ritrova in una dimensione di cinema mai esperita prima. 

Una carrellata di inquadrature tanto fredde quanto colossali esibisce le notevoli tecniche usate per realizzarle. Oltre settantamila comparse, due milioni e mezzo di dollari investiti per la produzione, centomila metri di pellicola, cinquemila costumi, tre ore e un quarto di durata complessiva: un’impresa imperiale che porta il progetto al limite del fallimento a causa di una mancata risposta al botteghino. In questo senso Intolerance segna l’inizio del declino per colui che verrà considerato il padre del cinema americano. Il film, a cui Griffith aveva voluto imprimere un forte messaggio di pace, esce proprio in pieno clima di mobilitazione per l’entrata nella grande guerra, coincidenza che si rivelerà catastrofica per le sorti della pellicola.

Qualche anno dopo, il cineasta decide di rimontare i quattro episodi di Intolerance e di diffonderli come singoli film nel tentativo di assegnare al cinema un ruolo più istruttivo, di vederlo non solo come strumento d’intrattenimento ma anche come veicolo di riflessioni profonde. Probabilmente, però, i tempi non erano ancora abbastanza maturi. 

Mattia Migliarino

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

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