Il trip oscuro di The Weeknd

Il volto dell’R&B dell’ultima decade ha un nome e un cognome: Abel Tesfaye, in arte The Weeknd. Fin dagli esordi con la trilogia di mixtape House of Balloons, Thursday ed Echoes of Silence, l’artista canadese ha dimostrato di poter conferire al proprio operato una personalità distinta rispetto agli altri artisti di genere. Le sue influenze spaziano dai Talking Heads a David Bowie, dai più grandi esponenti della black music (Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder) al songwriting di Siouxsie Sioux e Morrissey, fino al cinema di Lynch e Scorsese. Per questo The Weeknd è una mina vagante nel panorama musicale internazionale, istrionico e misterioso allo stesso tempo. Le sonorità cupe dei suoi lavori donano un anima goth a tutto quello che produce, come nel caso di After Hours, un concept album brillante e dark uscito proprio lo scorso marzo quando la pandemia iniziava a dilagare.

Trilogy (2012)

Considerato come il trittico di lavori più rappresentativi della sua carriera, Trilogy racchiude tutti i brani dei primi tre mixtape. In un avvicendarsi di relazioni tormentate (The Party & The After Party), soldi sperperati e ossessioni ricorrenti emerge quello che diventerà il marchio di fabbrica dell’artista, la capacità emotiva e coinvolgente di saper raccontare una vita di eccessi e paranoie in modo estremamente lucido. In XO / The Host, per esempio, Tesfaye cerca di convincere una ragazza ad assecondare il suo stile di vita esasperato (tematica ricorrente per tutto il progetto): “You said you want my heart/Well, baby you can have it all/There’s just something that I need from you/Is to meet my boys, I got a lot of boys/And we can make you right, and if you get too high/Baby, come over here and ride it out” è il verso dell’outro che più identifica il significato intrinseco del brano e l’importanza che per The Weeknd ha la sua crew. Il fine di Tesfaye si fa però più nobile riavvolgendo il nastro di qualche minuto, precisamente nel bridge di XO, in cui il bisogno di amore e di colmare il vuoto che lo tormenta prende il sopravvento: “If they won’t let you in/You know where to find me, oh/And if you wanna go again/You can always call me/’Cause all we ever do is love/Open up your mind you can find the love/Girl you ain’t alone, we all been alone/Baby just be honest”. L’intero ascolto di Trilogy è un susseguirsi di alti e bassi, sentimenti a volte tossici e a volte ingenuamente puri e innocenti. Una raccolta consigliata a chiunque voglia addentrarsi nell’ottica contraddittoria, torbida e allo stesso tempo candida, di The Weeknd.

Beauty Behind the Madness (2015)

Kiss Land (2013), Il primo album ufficiale di The Weeknd, lascia l’amaro in bocca a chi si aspetta un’ulteriore boccata d’ossigeno dopo tre mixtape capaci di mettere d’accordo sia la critica che il pubblico. L’album viene concepito in modo totalmente diverso, con un occhio di riguardo verso l’aspetto commerciale a discapito di un concept solido che reggesse il confronto con Trilogy. Un obiettivo centrato nonostante le critiche tiepide: l’album debutta al secondo posto della Billboard 200 e nei primi posti delle principali classifiche europee. Che cosa aspettarsi quindi dal seguito naturale di Kiss Land? Un lavoro in grado di vendere ancora di più o un progetto più articolato? Con Beauty Behind the Madness The Weeknd ritrova l’approccio tormentato e goth degli albori, riuscendo però a realizzare alcune tra le hit più rilevanti dello scorso decennio, The Hills e Can’t Feel My Face in primis. Mentre The Hills riesuma l’animo più oscuro dell’artista grazie a una riflessione in salsa horror sulla lussuria e – di nuovo – sul suo stile di vita, Can’t Feel My Face è fondamentalmente un brano pop-funk uptempo che potrebbe fare parte del repertorio anni ’80 di Michael Jackson, se non trattasse la spasmodica relazione tra Tesfaye e la cocaina. Le uniche due collaborazioni dell’album vedono co-protagonisti Ed Sheeran in Dark Times, un brano soul caratterizzato dallo Stoppato dell’artista britannico e dal suo timbro vocale che si presta magnificamente all’atmosfera quasi blues della traccia, e Lana Del Rey in Prisoner, dove la voce della cantautrice newyorchese si stagna candidamente su una base electropop. Beauty Behind the Madness è uno dei picchi più alti della carriera di The Weeknd, l’album ideale per chi ha amato Trilogy ma sente la necessità di concedersi un ascolto più catchy.

Starboy (2016)

Dopo soltanto un anno, ecco il ritorno. Starboy viene anticipato dalla titletrack, singolo con annesso videoclip promozionale in cui The Weeknd uccide… se stesso. L’acconciatura iconica che aveva caratterizzato l’artista fino ad ora svanisce. Sembra arrivato il tanto atteso punto di svolta per la carriera di Tesfaye, soprattutto grazie a un progetto curato in maniera certosina – gran parte del merito è dovuto alla partecipazione in cabina di regia dei Daft Punk – e featuring che contribuiscono a rendere più solidi brani come Sidewalks (insieme a Kendrick Lamar) e All I Know (con Future), nonostante il paragone con i precedenti lavori dell’artista li renda soltanto tentativi sbiaditi di cavalcare l’onda nu soul intrisa di rap tanto in voga nell’ultima decade. Gli episodi migliori dell’album rimangono, però, le due collaborazioni con i Daft Punk: la titletrack con il suo stile un po’ noir e un po’ pulp, e l’irresistibile I Feel It Coming, una sferzata anni ’70 che riprende il filone funk (ri)lanciato nel 2013 proprio dal duo francese con Random Access Memories. Tra esperimenti dance-punk (False Alarm) e ballad dal retrogusto R&B (True Colors, Attention e Ordinary Life), il terzo album in studio di The Weeknd è l’introduzione ideale per il capitolo che lo consacrerà come icona pop dei nostri giorni.

After Hours (2020)

Prima di After Hours, è necessario aprire una piccola parentesi: nel 2018 The Weeknd insieme a Gesaffelstein, che ha curato la produzione del progetto, pubblica un EP che pur passando in sordina risulta ispirato e coerente con il passato cupo e malinconico dell’artista: My Dear Melancholy. Il singolo trainante, Call Out My Name, è l’esempio ideale di questo breve percorso, l’anticamera del vero “diamante grezzo” della sua discografia. Nel novembre del 2019 Tesfaye torna su Instagram e annuncia il suo ritorno con una breve caption: “The fall starts tomorrow night”. Il giorno dopo esce Heartless, primo singolo promozionale dello psicotico After Hours, una vera e propria epopea fatta di alienazione, amore, risentimento, disillusione e teste mozzate. La nuova era inizia con il video promozionale di Heartless, in cui Tesfaye – vestito come De Niro in Casinò (1995) di Scorsese – si concede una notte a base di allucinogeni a Las Vegas che si trasforma presto in un incubo. In Blinding Lights, video dell’anno agli ultimi MTV VMAs, continua questa sorta di Paura e delirio a Las Vegas con The Weeknd che danza come un novello Joker in alcune sequenze che si svolgono tra la Downtown di Los Angeles e Freemont Street a Las Vegas, prima di essere brutalmente aggredito. Il video finisce con un primo piano del volto pesto e sorridente dell’artista, pronto ad avviarsi al Jimmy Kimmel Live!. La performance diventa parte integrante della trama, facendo da introduzione a un corto in cui l’artista, uscendo dagli studi televisivi, si trova in un sottopassaggio e inizia a esprimere stati angosciosi attraverso la mimica facciale: poco più di cinque minuti soffocanti che terminano con un terribile presagio, quello dell’omicidio di una coppia nell’ascensore del sottopassaggio da parte dell’artista. Il resto, ancora in divenire dopo i videoclip di In Your Eyes la testa mozzata dell’artista è già un oggetto di culto per i fan che hanno addirittura comprato il merchandising – e Too Late, è una vera e propria saga tanto affascinante quanto agghiacciante. After Hours non è solo un progetto visivo sfavillante, ma un vero e proprio concept album dalla portata emotiva travolgente che nel trittico Faith, Blinding Lights e In Your Eyes raggiunge il proprio picco qualitativo. Tra sample di Elton John (Scared To Live) e soli di sax di Kenny G (In Your Eyes), il quarto album in studio di The Weeknd è un biglietto di sola andata verso l’olimpo delle icone pop contemporanee. Un album consigliato a chiunque dubiti che nel 2020 possa esistere una pop star in grado di tenere testa a personalità come Prince e Michael Jackson.

Christopher Lobraico

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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