The Black Power Mixtape 1967-1975 (disponibile su MUBI) racconta la nascita e l’evoluzione del movimento Black Power dal 1967 al 1975 attraverso lo sguardo ingenuo e incuriosito di un gruppo di giornalisti e registi svedesi, corredato da commenti in voice over di diversi artisti, attivisti, musicisti afroamericani contemporanei. Il girato sarebbe stato realizzato all’epoca per la televisione svedese, ma il montaggio è stato realizzato solo 30 anni più tardi, quando è stato ritrovato dal regista Göran Olsson. I filmati, ordinati in ordine cronologico, ripercorrono la storia del movimento Black Power dal boicottaggio dei mezzi pubblici da parte di Martin Luther King e i primi passi con Stokely Carmichael, alla nascita del Black Panther Party e la militanza di Angela Davis, fino alla “War on Drugs” avviata da Nixon come strumento politico per stigmatizzare i gruppi sociali avversi al suo governo – aka hippy e comunità Black. Come dichiarò John Ehrlichman, consigliere interno di Nixon, su Harper’s Magazine nel 1994, il presidente “aveva due nemici: la sinistra antimilitarista e i neri… Sapevamo che non potevamo rendere illegale il fatto di essere contro la guerra o di essere neri, ma facendo in modo che la gente associasse gli hippy alla marijuana e i neri all’eroina, e criminalizzando pesantemente entrambe, potevamo distruggere quelle comunità. […] Se sapevamo di mentire sulla droga? Certo che lo sapevamo”. Il documentario, inoltre, sembra sostenere la tesi che gli oppiacei siano stati diffusi per obnubilare le menti dei giovani afroamericani e placare la loro rabbia, depauderando quindi le loro battaglie.
Secondo altri studiosi, la “War on Drugs” non scattò solo per motivazioni razziali, ma è certo che fu una degli obiettivi principali, dal momento che gli arresti colpirono molto di più la comunità afroamericana – come si evince da questo report del 2012. Flash forward fino a oggi, in Europa, dove i governi di estrema destra, con le loro politiche reazionarie, xenofobe e razziste, stanno guadagnando sempre più terreno (in Italia e non solo) e punta alle elezioni europee del 2024. Pare che l’epicentro di questo movimento sia collocato tra Varsavia e Budapest, alle cui elezioni si sono presentati governi marcatamente contrari allo Stato di diritto (come anche in Finlandia e Svezia). Il capo del governo polacco Mateusz Morawiecki, in un discorso all’Università di Heidelberg a marzo 2023, faceva infatti riferimento alla supremazia assoluta della legittimità nazionale rispetto a quella europea, scagliandosi contro l’idea di un sistema di valori europei condivisi diversi dalla cristianità: secondo Nicolò Carboni per Treccani, questo rappresenterebbe il manifesto d’intenti della futura destra europea.
Nel documentario, Erykah Badu solleva un’altra questione, legata al punto di vista insito in ogni narrazione: “Noi persone nere dobbiamo raccontare la nostra storia, documentarla. Se lasciamo che altri raccontino la nostra Storia, questa verrà distorta, e noi verremo cancellati da essa”. Nonostante The Black Power Mixtape 1967-1975 ceda la narrazione e i commenti finali ad attivisti e artisti afroamericani, rimane di fatto un prodotto girato e montato da persone bianche. Reni Eddo-Lodge in Why I’m No Longer Talking To White People About Race racconta delle difficoltà in cui si è imbattuta nel raccontare la propria esperienza di donna afrobritannica alla stragrande maggioranza delle persone bianche, per il fatto che si rifiutano di credere all’esistenza di un razzismo sistemico e strutturale, insito e sedimentato nella nostra cultura: “In ogni conversazione in cui le persone bianche vengono messe a tacere dalle questioni di razza, c’è una sorta di ironica e lampante mancanza di comprensione o empatia per chi di noi è stato visibilmente contrassegnato come persona ‘diversa’ per tutta la vita e ne vive le conseguenze. Le persone nere devono vivere una vita di autocensura. Le opzioni sono: dì la tua verità e affronta le rappresaglie, o morditi la lingua e vai avanti. Deve essere una vita strana: avere sempre il permesso di parlare e sentirsi indignati quando finalmente ti viene chiesto di ascoltare. Deriva dal diritto mai messo in discussione delle persone bianche, suppongo”.
Un altro punto cruciale affrontato dal documentario riguarda la violenza attuata dal Black Panther Party. Nel 1972, un giornalista svedese si reca presso la cella in cui è detenuta Angela Davis e le chiede se il partito pensa di rivoluzionare lo status quo tramite l’uso della violenza. Angela Davis, stizzita, replica che: “Quando si parla di rivoluzione, si tende a pensare alla violenza senza capire che il vero cuore di ogni forma di impulso rivoluzionario è nei principi e negli obiettivi che ci si pone, non nel come li si raggiunge. Data l’organizzazione di questa società, e con la violenza che dilaga, c’è da aspettarsi questo tipo di reazioni esplosive. […] Quando abitavo a Los Angeles, prima che iniziasse tutto, venivo fermata in continuazione (dai poliziotti bianchi). La polizia non mi conosceva, ma ero una donna nera, credo mi considerassero un’attivista”. Continua raccontando la sua infanzia a Birmingham, in Alabama: “Molti miei amici sono stati uccisi da bombe fatte esplodere da razzisti. Ricordo, quando ero molto piccola, lo scoppio delle bombe per strada, la nostra casa tremava! Ricordo che mio padre doveva sempre avere un’arma con sé, perché in qualunque momento avrebbero potuto attaccarci!”.
In conclusione al documentario, Robin Kelly, membro della Camera dei Rappresentanti dello Stato dell’Illinois, sottolinea che: “La tradizione radicale nera ha una storia di lotte, di organizzazione. […] Puoi individuare sia i tipi di organizzazione, che la retorica Black Power nel femminismo di seconda generazione, nel movimento di liberazione gay. Quest’ultimo, dopo Stonewall, adottò il linguaggio del Black Power: Gay Power, Feminist Power”. Anche la giornalista Nikole Hannah-Jones, in un articolo intitolato Our democracy’s founding ideals were false when they were written. Black americans have fought to make them true per lo speciale The 1619 Project del New York Times Magazine, dedicato al retaggio della schiavitù negli Stati Uniti, afferma: “Ho 43 anni e faccio parte della prima generazione nera statunitense nata quando gli afroamericani avevano già tutti i diritti di cittadinanza. Abbiamo sofferto per 250 anni, siamo giuridicamente ‘in libertà’ solo da 50. Eppure, in questo breve periodo, nonostante le continue discriminazioni, e anche se non è mai stato fatto un vero tentativo di riparare ai torti subiti dagli schiavi e alle conseguenze della segregazione, la comunità nera ha fatto progressi sorprendenti, non solo per se stessa ma per tutto il popolo statunitense. E se finalmente, dopo 400 anni, l’America capisse che noi non siamo mai stati il problema ma la soluzione?”.
Anna Bonandrini












