Star Wars Stories: nascita e influenze della più famosa saga cinematografica


Considerata universalmente una pietra miliare del cinema di fantascienza e di avventura, la saga di Star Wars  spegne quest’anno quarantacinque candeline
. Nonostante siano passati così tanti anni da quel giorno di maggio del 1977 in cui venne proiettato per la prima volta nei cinema americani Star Wars (ribattezzato successivamente Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza), la Forza scorre ancora potente nella saga, che ha continuato a espandere il proprio universo attraverso film sequel e prequel (per un totale di nove lungometraggi: Episodio V – L’impero colpisce ancora, 1980; Episodio VI – Il ritorno dello Jedi, 1983; Episodio I – La minaccia fantasma, 1999; Episodio II – L’attacco dei cloni, 2002; Episodio III – La vendetta dei Sith, 2005; Il risveglio della Forza, 2015; Gli ultimi Jedi, 2017 e L’ascesa di Skywalker, 2019) spin-off, libri, serie televisive e videogiochi. Tra personaggi iconici e ambientazioni intergalattiche che fanno da sfondo all’eterna lotta tra il bene e il male, il capolavoro di George Lucas si annovera tra i cult per eccellenza di fine Novecento e  gode di una delle fandom più longeve della storia del cinema.

Ma da dove viene questo enorme seguito? Perché ancora oggi legioni d’appassionati cresciuti sognano di tenere in mano una spada laser e affollano i cinema fischiettando la Marcia Imperiale? Rispondere è più complicato che percorrere la rotta di Kessel in meno di 12 parsec. Ciò che si può fare, però, è un’analisi degli elementi che stanno alle spalle dell’opera di George Lucas e del suo impatto sull’intrattenimento e, più in generale, sulla cultura contemporanea.

Impostate l’iperguida e allacciate le cinture!

“Sono uno Jedi, come mio padre prima di me”

Un eroe riluttante destinato a sconfiggere un malvagio impero; un cattivo potente e iconico. E ancora, paesaggi fantastici, strane creature e principesse da salvare: l’intera saga riprende luoghi comuni narrativi ben radicati nell’immaginario del pubblico. Non per niente ne Il viaggio dell’eroe Vogler prende Star Wars come esempio di uno schema narrativo antichissimo che si rifà ai riti di iniziazione tradizionali alla base di saghe e racconti mitici. Lo stesso Lucas ha più volte dichiarato che il personaggio di Yoda ricalca l’archetipo del classico aiutante delle favole, creatura potentissima che spesso si presenta sotto spoglie buffe e dimesse.

Ma non sono solo i personaggi a fare la fortuna della saga. A rendere tutto più affascinante contribuisce anche l’ambientazione: un mix unico di fantascienza e fantasy che affianca astronavi e spazi siderali a poteri magici e antiche profezie. Anche questo connubio, però, non è una prerogativa unicamente di Star Wars. Già nel 1934 Alex Raymond lo utilizza per creare il pianeta Mongo, sede delle peripezie a fumetti di Flash Gordon. Mentre nel 1965 Frank Herbert pubblica Dune, affascinante romanzo in cui gli intrighi tra nobili famiglie per la conquista del trono imperiale hanno come sfondo Arrakis, un immenso pianeta desertico, su cui si muovono un ragazzo destinato a un grande futuro e un ordine mistico-religioso che governa la Galassia con le sue trame. Un’iconografia che negli anni ’70 stuzzica anche Alejandro Jodorowsky, deciso a tentarne una trasposizione cinematografica ma battuto sul tempo da Lucas. Così, le immagini del regista americano sono diventate canoniche e quelle del cileno storia, un progetto intrigante raccontato dall’affascinante documentario Jodorowsky’s Dune.

“Chi è più pazzo? Il pazzo o il pazzo che lo segue?”

È proprio grazie al successo di Star Wars che i suoi due illustri predecessori letterari vengono trasposti sul grande schermo da Dino De Laurentiis, che costruisce attorno a Flash Gordon (1980) e Dune (1984, regia di David Lynch!) due faraoniche produzioni che si rivelano dei flop di critica e botteghino. Ma l’eredità di Star Wars rimane forte e imperitura anche ai giorni nostri: i fratelli Duffer ne hanno ripreso il movimento di macchina dalle stelle alla strada che apre le puntate della prima stagione di Stranger Things e irrompe persino  nelle vite dei protagonisti di Clerks – Commessi (1994) suscitando profonde questioni morali.

Attorno al mondo di Guerre Stellari si costruisce progressivamente un vero e proprio universo, pronto per essere esplorato per scoprire quelle parti della storia rimaste nascoste dal racconto cinematografico. Romanzi, fumetti, videogiochi vengono così a costituire il famoso Universo espanso di Star Wars, che è forse il tratto più caratteristico del panorama mediale di questi anni, tra lunga serialità e franchise.

Sono probabilmente coloro che si cimentano nei videogiocatori a ottenere maggiore beneficio dall’immaginario della saga, poiché hanno la possibilità di immergersi davvero nel mondo dei loro beniamini pilotando un caccia stellare (X-Wing) o vestendo (per la prima volta) i panni di un soldato imperiale con TIE Fighter. Grandi successi che fecero di LucasArts (ramo digitale della LucasFilm) uno delle case di produzione più importanti nella storia del medium. Ed è sempre da Star Wars che gemmano strumenti nuovi per rendere più profonda la narrativa dei videogiochi. A riuscirci con particolare successo è il giapponese Hironobu Sakaguchi, che riprende la lotta contro l’Impero, alcuni personaggi e situazioni specifiche (a partire dagli iconici titoli di testa) per costruire quello che doveva essere il suo ultimo videogioco e che invece è diventato il Final Fantasy che da trent’anni fa della narrativa adulta e matura il marchio di fabbrica dei suoi progetti videoludici.

“È una trappola!”

Si parla di franchise e universi cinematografici, ma Star Wars ha lasciato la propria impronta nell’industria mediale già molto prima della nascita di queste definizioni. Lucas, infatti, costruisce la sua creatura a tavolino, mirando a un pubblico ben preciso, quello compreso tra i 12 e i 24 anni. Una fascia di età capace di appassionarsi velocemente e totalmente, ma soprattutto disposta a seguire i propri beniamini in tutte le loro incarnazioni, anche al di fuori del cinema: scoppia così il fenomeno del merchandising. Pupazzi, magliette e perfino arance, ogni genere di prodotto griffato Star Wars va a ruba, mentre Lucas si frega le mani, avendo rinunciato a una parte del salario in cambio di una percentuale sulle vendite dei prodotti su licenza. Per la prima volta, quella che era considerata una semplice pratica pubblicitaria diviene a tutti gli effetti il cardine di un sistema economico complesso, in cui il film riveste solo una piccola parte. Come in questo spot, la passione dei fan diviene un volano con cui lanciare i prodotti legati alla saga.

“Ti amo” “Lo so”

Quando si gioca con l’amore, però, si finisce per scottarsi. Suscitare una passione così bruciante  fa sì che il pubblico tenti di impossessarsi del testo annesso, di viverlo e renderlo una parte della propria esistenza, anche modificandolo. Fioriscono così fan che rendono l’universo di Star Wars una nuova religione, o altri che intervengono sul testo originale per dare sfogo alla propria creatività con semplici parodie oppure con prodotti più complessi e raffinati. Si pensi a Diane Williams, che in Come What May rilegge La minaccia fantasma come una storia d’amore tra Obi-Wan e Qui-Gon, sotto forma di videoclip musicale. Ma c’è anche chi costruisce attorno alla saga dei veri e propri fan film, talvolta di alto livello qualitativo.

La riappropriazione del testo, che è alla base della logica dei fan, ha compiuto il giro di boa e si è vista riutilizzata dalle grandi case pubblicitarie per le loro strategie comunicative e legare il pubblico al proprio prodotto attraverso l’affetto. È il caso di Volkswagen che, in occasione del Superbowl 2011, manda in onda uno spot tenero e divertente a tema Star Wars. Pura logica fandom al servizio del discorso pubblicitario, alla quale Greenpeace risponde per le rime dopo lo scandalo sulle emissioni truccate che ha colpito la casa automobilistica tedesca.

Non c’è dubbio: Star Wars non è (o non è nato come) una favoletta o un pretesto per vendere pupazzetti. La sua struttura archetipica e la capacità di stimolare la fantasia sono la vera Forza della saga, capace di mobilitare schiere di appassionati che la reinterpretano e la rivivono per parlare, in definitiva, di sé, riflettendosi in una storia che, in realtà, è molto di più. Come ha dichiarato Lucas, “Star Wars non è solo una lotta del Bene e del Male. È una storia di persone che scelgono il loro sentiero, di amici e di mentori, di sogni perduti e tentazioni, di guerre e, alla fine, di redenzione”. 

Francesco Cirica

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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