“Modern Love” e il nostro banale bisogno di amare

1. Storie dei nostri “amori minimi”
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Frammenti di un discorso amoroso ai tempi della società liquida contemporanea, Modern Love (Amazon Prime) mette in scena un campionario di relazioni moderne, intrinsecamente traballanti e fragili, assemblando sketch di vita quotidiana che, sebbene o forse proprio in virtù della loro brevità, accolgono epifanie, rivelazioni e rivoluzioni minime in apparenza ma in grado di stravolgere il corso di un destino e farci imboccare strade imprevedibili. Gli otto episodi di circa mezz’ora ciascuno raccontano la banalità e l’imperfezione di tutti noi e, allo stesso tempo, la banalità e l’imperfezione del nostro bisogno di amare e di trovare nelle interazioni sociali, a dispetto di ogni statistica e senso di realtà, un significato, uno scambio comunicativo e una sintonia.

2. Le rom-com sono ancora vive?
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Il rom-com è un genere strettamente legato a un immaginario anni Novanta che Modern Love prende e fa tornare in vita: l’happy ending è sempre assicurato, ma quando i toni si fanno un po’ troppo smielati la coerenza delle intenzioni, anche nel ritmo della scrittura, si mantiene ben salda. Modern Love è una specie di nuovo Harry, ti presento Sally…, più frammentario e meno sagace, ma ugualmente controcorrente rispetto allo spirito del proprio tempo. Parlare di amore ci imbarazza e il cinismo spesso non è altro che un meccanismo di difesa eretto per paura, tanto da noi quanto dalle narrazioni seriali. Ma Modern Love in questo senso è audace e duplice, contemporaneo e rétro: gli amori portati in scena sono quelli un po’ sghembi e scricchiolanti della società contemporanea, ma la speranza gratificante che possano funzionare è un’eredità dei codici della commedia romantica tradizionale.

3. L’importanza sociale della posta del cuore
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Modern Love è in realtà una rubrica storica del New York Times che raccoglie in forma saggistica i contributi scritti dai lettori, che affidano al giornale le loro storie d’amore e le loro inquietudini. Da qui sono stati sviluppati dei podcast e l’omonima serie TV è solo l’ultimo passaggio di una fortunata trasposizione della parola scritta in orale e poi in audiovisivo. La posta del cuore, rubrica spesso sminuita nell’ambito giornalistico, si rivela molto di più di un vacuo riempitivo, è un rito collettivo d’iniziazione, una forma di educazione sociale e di terapia democratica: grazie alla confessione del mittente della lettera anche i lettori possono vincere la paura di guardarsi dentro e, posti di fronte a uno specchio, prendere coraggio e cominciare a credere che qualcosa, anche per loro, possa un giorno cambiare. Modern Love è allora un tributo a quest’arte confidenziale che rende pubblica l’angoscia privata, in qualche modo diluendola, e rimette al centro del discorso politico la riflessione sui sentimenti, sull’amore, sulle relazioni e sugli incidenti del cuore.

4. Via i tabù
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Nel terzo episodio un’avvocata di successo (una strepitosa Anne Hathaway) incontra un uomo al supermercato: lei emana un’energia straripante, lui è affascinato dalla sua vitalità. Escono a cena, ma si rivela un disastro: della donna non resta che una vuota carcassa con gli occhi appesantiti dal trucco, dal sonno e dal pianto. Nonostante sia ultimamente cresciuta l’attenzione nei confronti della salute mentale, è ancora raro che trovi spazio nel dibattito mediatico, ma in Modern Love avviene, sebbene in modo semplicistico, e il messaggio arriva forte e chiaro: le persone bipolari non sono eccentriche o capricciose, ma affette da uno scompenso neurobiologico altamente destabilizzante. Nel settimo episodio una coppia gay decide di adottare la bambina di una senzatetto: la rappresentazione del rapporto fra i tre plasma una riflessione sull’istinto paterno e i suoi fantasmi, sul desiderio di accudimento che non per forza passa per la generazione e può seguire vie tortuose, poco assorbite culturalmente, ma non per questo “sbagliate”. Ultimo episodio, la storia di un vibrante amore senile, perché “La stagione dell’amore viene e va / I desideri non invecchiano, quasi mai, con l’età”, come cantava Franco Battiato.

5. Occasione mancata
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Modern Love non è perfetta: gli episodi non hanno tutti la stessa forza emotiva (il secondo, il quarto e il sesto sono i meno riusciti) e la scrittura di personaggi, vicende e sentimenti appare a tratti abbozzata. Il modello di narrazione della serie, quello di una quotidianità sentimentale che rivela la sua scintilla nell’accadimento minimo e nell’inatteso cambio di passo, funziona, ma l’approccio grossolano tipico di molta serialtà americana allontana una verità più profonda e stratificata, una maggiore sottigliezza dello sguardo. In attesa della seconda stagione, Modern Love, ben lontana dalla qualità di opere come la celebrata Fleabag, può comunque stimolare una drammaturgia europea bloccata su distopie, ucronie e fantasticherie a tornare a occuparsi di ciò le è sempre riuscito meglio: l’esplorazione dell’inafferrabilità dei sentimenti.

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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