Le prime volte, corto scritto e diretto a quattro mani da Giulia Cosentino e Perla Sardella, è un’opera delicata e radicale insieme, capace di restituire voce e profondità alla memoria queer femminile attraverso l’intimità e il desiderio e un approccio politico non solo nei temi ma anche nella scelta del linguaggio, nella sperimentazione e nella produzione creativa. Presentato in anteprima al 43° Bellaria Film Festival, e selezionato al Visions du Réel, il film racconta la storia di Emilia e Caterina: due ragazze che si amano e si perdono, forse perché non sanno – o non possono ancora immaginare – di poter stare insieme.
Emilia e Caterina non parlano al presente, ma attraverso lettere mai spedite, scritte in un tempo sospeso calato negli anni ’50 all’interno di un collegio, un contesto in cui il corpo femminile è censurato e l’amore tra donne relegato al non detto. Il desiderio reciproco, raccontato attraverso la dimensione più sensoriale del ricordo, dove il corpo diventa portatore di memorie, è un invito a riflettere sulle “prime volte” come momenti di crescita e scoperta personale, che corrispondono non solo a “una fase della vita ormai talmente ipernarrata e strumentalizzata da essere diventata un canone precisamente codificato, ma che forniscono spunti preziosi di consapevolezza per interrogarsi sul proprio passato, su quelle prime volte così cariche di aspettative mentre si ha ancora molto da scoprire, sbagliare ed esplorare”, afferma Giulia.

La lettera, in questa prospettiva, “non è solo uno strumento narrativo, ma un modo per prendersi cura del proprio sentire, per dargli forma e dignità. Anche (e forse soprattutto) quando non viene inviata”, spiega Perla. “Una lettera mai spedita conserva la tensione del non detto, del non compiuto. È lì, sospesa tra il bisogno di comunicare e la paura o l’impossibilità di farlo davvero”. Ed è questo che ha permesso alle registe di esplorare zone intime del desiderio, della memoria e della relazione, dando forma e dignità a ciò che è stato taciuto e nascosto, valorizzando il silenzio come spazio narrativo e relazionale: “non un’assenza di contenuto, ma un tempo sospeso, denso di significati e possibilità”, continua Perla. “Appassionate entrambe di pratica diaristica, abbiamo trovato nella scrittura privata la possibilità di dire ciò che le immagini nascondono, svelare ciò che la memoria collettiva dimentica, arrivare alla profondità e dei desideri di chi solitamente non è al centro della narrazione”, aggiunge Giulia.
In un contesto, quello cinematografico, in cui il corpo è spesso sottoposto a sovraesposizione o spettacolarizzazione, la scelta di scoprirlo con calma, inseguendolo con la macchina da presa, è una dichiarazione radicale di intenti. E così il corpo si fa archivio, che conserva memorie individuali attraverso i gesti, le posture, i segni lasciati dal tempo e dalle relazioni, ma è anche il luogo in cui si depositano storie collettive, spesso non raccontate. “Questo è particolarmente vero per le soggettività queer, che nella narrazione dominante sono state a lungo marginalizzate, fraintese o del tutto assenti. Il corpo queer, in questo senso, diventa un archivio vivente di resistenza, desiderio, trasformazione, di una memoria alternativa: racconta ciò che è stato taciuto, rimosso, reso invisibile. Un archivio politico e affettivo, capace di collegare l’intimo con il collettivo”, spiega Perla.

Un corpo che cerca spazio e che “sente l’esigenza di esserci” afferma Giulia. “Nell’archivio audiovisivo”, continua, “i corpi abitano le immagini e sono portatori di sguardi spesso maschili. Quello che riceviamo quindi è una memoria collettiva veicolata da un certo tipo di sguardo di genere, razza e classe. Ma quei corpi abitano lo spazio, e lo hanno abitato anche dai margini delle inquadrature che abbiamo ricevuto in eredità. E allora è lì che bisogna cercarli, e attraverso il montaggio rimetterli al centro in modi nuovi e con possibilità diverse”. Più che di sovraesposizione, per Giulia la presenza del corpo nel cinema recente è “una necessità di rimettere i corpi al centro, come veicolo delle emozioni e degli incontri, e delle relazioni con l’esterno”.
Nonostante sia ambientato nel passato – utilizzando immagini d’archivio –, il film è pensato per il presente, per la generazione attuale, con l’intento di innescare un dialogo tra generazioni lontane ma molto più vicine di quanto possa sembrare. “La nostra speranza era quella di costruire una storia senza tempo, che parlasse a chiunque non ha il coraggio, il modo, lo spazio per interrogarsi sui propri desideri”, afferma Perla. “La generazione di Emilia e Caterina ha rotto molti dei tabù sul femminile con il femminismo. Noi oggi riceviamo quindi un’eredità complessa, con la quale ci rapportiamo cercando di elaborare una trasversalità maggiore e, per quanto difficile, con l’obiettivo di farlo insieme, tramite il dialogo e lo scambio reciproco”, spiega Giulia.

“Non a caso il film chiude con la manifestazione contro la violenza di genere in cui i corpi abitano le strade per riprendersi lo spazio”, sottolinea Giulia. Perché Le prime volte è un film essenzialmente politico. “Per me fare cinema politico è una necessità, la mia posizione nel mondo mi pone in una prospettiva che è quella femminista e così vedo il mondo, la memoria, la storia. Non è tanto una scelta, quanto riconoscere il mio punto di vista ed elaborarlo, interrogarlo”, afferma Giulia. “E nel contesto queer e femminista, questa responsabilità diventa ancora più urgente”, aggiunge Perla, “poiché le narrazioni dominanti tendono a marginalizzare o a distorcere le voci di chi non si conforma agli standard normativi. Ogni scelta stilistica, ogni linea di dialogo, ogni decisione su come raccontare una storia ha il potere di rafforzare o di sfidare questi stereotipi”.
In un’epoca in cui la rappresentazione visiva ha un impatto profondo sulla percezione delle identità, dei corpi e dei diritti, la responsabilità di chi fa cinema è quella di non contribuire alla riduzione e semplificazione della complessità delle esperienze, ma di onorarle nella loro pluralità e contraddizione. Il privilegio di poter creare immaginari e mondi altri non può scindersi dalla responsabilità politica di parlarne in un certo modo. E Le prime volte parla proprio a chi oggi, come allora, si interroga sul proprio desiderio. Così come fa Caterina, impugnando la videocamera e riflettendo sul suo amore giovanile, si chiede che strade alternative avrebbe potuto percorrere, se avesse avuto una consapevolezza diversa, scrivendo di quanto sia stato difficile “mantenere un segreto da sola per tutto questo tempo”. Ormai più nessuna persona dovrebbe essere costretta a nascondere i propri desideri, le proprie verità, per paura di non essere compresa o accettata.
Le prime volte è un film che riesce a urlare al mondo intero anche senza voce. È per chi ha paura di parlare e per timore trattiene tutto dentro. Per chi non ha mai avuto uno spazio sicuro per raccontarsi. È una lettera mai spedita che finalmente trova chi la legga.






