MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso curatoriale cinematografico.
Per aiutarvi a orientarvi in questa sterminata cineteca online, qui trovate una nostra lista di titoli da non perdere sulla piattaforma; tra nuovi sguardi, perle del passato da riscoprire e titoli che ci hanno colpito in giro per i festival di tutto il mondo.
Rapado, Martin Rejtman, 1992 (5 novembre)
Lucio è un giovane costretto a vivere con i genitori. Dopo il furto della sua moto, vagabonda senza meta per Buenos Aires, passando da arcade a negozi di dischi, e concedendosi brevi chiacchiere con gli amici prima di tornare in strada solo. Esordio di Rejtman, Rapado è considerato il film che ha lanciato il nuovo cinema argentino e prefigura quello che sarà il suo tipico stile comico, imbevuto di languida malinconia e umorismo impassibile.
Forty Shades of Blue, Ira Sachs, USA, 2005 (18 novembre)
Un produttore alcolista e donnaiolo, famoso nella vivace scena musicale di Memphis, un’amicizia che travalica i confini di una proibita passione amorosa, intrisa di tradimenti e di pericoli, e una distanza insormontabile tra padre e figlio sono i pilastri narrativi su cui si regge Forty Shades of Blue (2005). Il film affronta infatti con maestria la tematica della lontananza, non solo fisica ma anche emotiva: Laura (Dina Korzun), la fidanzata del protagonista, rappresenta l’emblema di una solitudine a tratti incontrollabile, ma soprattutto inconfessabile. Nonostante il benessere economico e gli agi di un’esistenza lussuosa, non riesce a esprimere né elaborare la propria sofferenza emotiva, in un’atmosfera relazionale caratterizzata dalla costante mancanza di dialogo e di punti di riferimento: i pensieri in testa sussultano, mentre la voce trema, fino a soffocare.
Cesária Évora, Ana Sofia Fonseca, Portogallo, 2022 (22 novembre)
Il documentario ricama tra scene e riprese quotidiane la difficile esistenza dell’omonima cantante capoverdiana, nata nel 1941 e morta nel 2011. Il sottotitolo italiano, La Diva dai piedi scalzi rimanda non soltanto all’usanza della protagonista di esibirsi a piedi nudi, ma anticipa anche metaforicamente un punto cruciale del film: la montagna russa di problemi che la protagonista ha dovuto affrontare per diventare famosa, a partire da uno stato di miseria e povertà assoluta, causa di una traumatica mancanza di libertà individuale. Fin dall’infanzia in orfanotrofio, in cui Cesária ha iniziato a esibirsi nel coro, la passione per la musica ha sempre costituito per l’artista uno strumento di evasione e di speranza, di oltrepassare tutte le vessazioni e i pregiudizi razziali che la porterà in giro per tutto il mondo, animata da quel forte ideale di riscatto che traspare anche dal libro La linea del colore di Igiaba Scego (Bompiani, 2020): “Andava a cercare una specie di libertà”.
Ryuichi Sakamoto: Coda, Stephen Nomura Schible, USA/Giappone, 2017 (22 novembre)
La carriera del musicista giapponese raccontata nel film risulta segnata da due eventi particolarmente rilevanti e d’impatto: il gravissimo incidente nucleare di Fukushima (2011) e la diagnosi di cancro alla gola. “Ripartire dalle macerie” è il monito che pervade la pellicola, innescando una dinamica profondamente toccante: traendo ispirazione dai momenti bui della sua esistenza, Sakamoto si impegna nella difesa e tutela dell’ambiente, e di conseguenza degli esseri umani che lo abitano. Se il destino ha infatti portato il compositore a morire a 71 anni, la sua ambizione e speranza personali hanno oltrepassato i limiti della sua esistenza materiale grazie alla musica. Per rivivere l’ultimo concerto di Sakamoto in tutta la sua enfasi, rimandiamo al film Ryuichi Sakamoto: Opus (2023), diretto da Neo Sora.
Don’t Let Them Shoot the Kite, Tunç Başaran, Turchia, 1989 (23 novembre)

Basato sull’omonima novella del 1986 di Feride Çiçekoğlu, il film racconta di Nur Surer, una prigioniera politica turca che durante la reclusione crea un rapporto inaspettato e sincero con un bambino di soli cinque anni. Don’t Let Them Shoot the Kite racconta così la realtà violenta e angosciante della vita carceraria con i suoi intrighi e le sue minacce, ma anche con i momenti di candore e purezza che nascono negli spazi in cui Inci e Baris costruiscono la loro amicizia. La protagonista si ritrova a riflettere su come lo spirito creativo e sognante del bambino, pur all’interno di quelle mura, possa diventare un tutt’uno con la realtà, facendole riscoprire l’energia e la spensieratezza che, dopo l’infanzia, tendiamo a perdere. Quanto ognuno di noi è prigioniero dentro la propria prigione personale? E, nella nostra quotidianità, c’è ancora spazio per l’innocenza?
The Tango of the Widower and Its Distorting Mirror, Raúl Ruiz e Valeria Sarmiento, Cile, 2020 (25 novembre)
Un’opera ibrida iniziata da Raúl Ruiz nel 1967 e terminata dalla regista (e sua moglie) Valeria Sarmiento, dopo la morte di lui. Un viaggio all’interno della psiche umana che mostra come la mente sia in grado di distorcere la realtà e deformare i ricordi fino a trasformarli in ossessioni. Il professore protagonista, tormentato dal fantasma della moglie, perde rapidamente il contatto con la realtà, immergendosi di conseguenza in una pericolosa danza col proprio passato e i suoi demoni interiori. Emerge così quanto siano sottili i confini tra realtà e percezioni, trasmettendo l’angosciante sensazione dell’incombenza del caos sulle nostre vite.
The Wandering Soap Opera, Raúl Ruiz e Valeria Sarmiento, Cile, 2017 (25 novembre)
Ambientato in un mondo dove il grottesco regna sovrano, il film decostruisce con ironia il formato delle soap opera, trasformandolo in una satira surreale della società cilena contemporanea. Episodi apparentemente scollegati tra loro esplorano con leggera sagacia temi complessi come le dinamiche di potere, il trauma e l’assurdità dell’esistenza. Ruiz e Sarmiento mescolano così black humour e dialoghi criptici per creare un’opera che sfida la linearità narrativa e invita il pubblico a immergersi in un viaggio onirico fatto di caos, riflessioni esistenziali e improvvisazione artistica. La struttura non lineare e i dialoghi stranianti lasciano aperta la possibilità di molteplici interpretazioni, giocando con la confusione tra realtà e finzione per rivelare il carattere labile della nostra percezione del mondo.
Witches, Elizabeth Sankey, UK, 2024 (Cartellone)
Donne uccise al rogo durante i cosiddetti processi alle streghe, prive di colpe se non quella di essere irriducibilmente ribelli; ma anche donne considerate pazze e ricoverate in psichiatria: sono queste le storie che si susseguono e si intrecciano alla narrazione dei mesi successivi al parto della regista, Elizabeth Sankey, che emerge come voce fuoricampo nel documentario Witches. Testimonianze di figure professionali del settore medico si mescolano ai racconti di vittime del sistema sanitario, isolate, etichettate ed emarginate dalla società, in un’atmosfera dal forte richiamo hitchcockiano e che richiama il libro E ti chiameranno strega di Katia Tenti (Neri Pozza, 2024). Il film mette così in luce, con sapienza e innovazione, tutta una serie di innocenti condannate, come le donne in depressione post-partum, una condizione ancora troppo spesso sottovalutata e denigrata nell’impatto che esercita sulle relazioni personali e sul rapporto con se stesse.
Safari, Ulrich Seidl, Austria/Danimarca, 2016 (Cartellone)
Nelle lande selvagge dell’Africa dominate da tragelafi, impala, gnu e altri animali maestosi, le persone bianche vanno in vacanza per divertirsi con queste creature, nello specifico turisti tedeschi e austriaci che attraversano metà mondo per andare a inseguire le loro prede. Un film sull’uccisione, e sulla natura umana. Un tagliente documentario che prende di mira con spietatezza il turismo venatorio in Africa, mettendo il pubblico nei panni di questi cacciatori, dei quali cattura il razzismo e le contraddizioni in modo esplicito e grottesco.
Trailer of the Film That Will Never Exist: “Phony Wars”, Jean-Luc Godard, Francia/Svizzera, 2023 – Esclusiva
Godard pianifica un futuro adattamento del romanzo del 1937 Faux passeports di Charles Plisnier, ma si ferma al trailer del film, in cui lo descrive attraverso un complicato collage di storia, politica e cinema fatto di carta e colla, dipinti e cartoline, Šostakovič e silenzio. Primo progetto di Godard uscito dopo la sua morte, è un dono per i cinefili, creato in collaborazione con la teorica del cinema Nicole Brenez.
La redazione






