Corto e Fieno: il cinema rurale che non avete mai visto

Brotherhood, Meryam Joobeur | Concorso Frutteto
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Una famiglia contadina che vive nelle campagne della Tunisia affronta il ritorno a casa del figlio, accompagnato da una misteriosa moglie. Le inquadrature della natura arida accompagnano i giochi di primissimi piani dei personaggi, cogliendo le loro emozioni e reazioni durante i freddi dialoghi tra il padre e il figliol prodigo e le dinamiche di complicità dei tre fratelli. Sacrifici e contrasti religiosi alimentano la tensione e il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Nursery Rhymes, Tom Noakes | Concorso Frutteto
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Un ragazzo con i capelli lunghi, tatuato e a petto nudo canta Old MacDonald Had a Farm sullo sfondo di una grigia e arida steppa. All’improvviso si vede passare in lontananza un trattore e un gruppo contadini correre alla destra dell’inquadratura senza curarsi del ragazzo. Un incipit grottesco che trova una spiegazione col movimento di macchina successivo: il cadavere di una mucca, una macchina ribaltata e una bambina. Il ragazzo sta cantando per lei, per distrarla dal dramma che la circonda.

Quiet (Тише), Maksim Kulikov | Concorso Frutteto
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Cortometraggio d’animazione, narra la storia di una bambina che vive con i suoi nonni; lui dolce e accomodante, lei burbera e distaccata. Alla morte del nonno, tutto cambia e la dolcezza della piccola farà sciogliere piano piano la nonna. La minuziosa cura nel rappresentare i dettagli e le piccole nevrosi dei personaggi costruisce delle figure a tutto tondo sul piano umano ed emotivo. Un film semplice, diretto e commovente.

La strada vecchia, Damiano Giacomelli | Concorso Frutteto
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Durante il turno di lavoro un giovane venditore ambulante incontra una donna e da quel momento cambia completamente il suo modo di approcciarsi alla vita. Il film sviluppa così una riflessione sull’esistenza e sulla quotidianità lavorativa di un agricoltore, sottolineando l’importanza di saper uscire dagli schemi e cogliere le possibilità che il destino ci offre, tra sacrifici, nuove prospettive e strade imprevedibili.

Uno strano processo, Marcel Barelli | Concorso Frutteto
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Il protagonista, e voce fuori campo, della storia è lo stesso regista, che attraverso le immagini racconta di come abbia scelto di diventare vegetariano pur essendo cresciuto in una famiglia di cacciatori. La narrazione autobiografica unisce nel montaggio animazioni, scatti d’epoca, foto di finzione e video backstage: il risultato è una sorta di altalena visiva, che sa affrontare la tematica in modo ironico sfaccettato.

Terre di mezzo, Maria Conte | Concorso Frutteto
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Un ingenuo compito delle vacanze di un bambina sfocia in un dramma familiare: ai suoi nonni viene inaspettatamente sequestrato il terreno che avevano trovato abbandonato e stavano amorevolmente coltivando e la madre viene licenziata dalla fungaia in cui stava lavorando. Il racconto rimane sempre sullo stesso tono, pacato e leggero, come se le difficili vicende non toccassero direttamente la vita dei protagonisti. Una scelta stilistica che esplode solamente nell’ultima, commovente scena in una delle stanza della casa dei nonni, dove la macchina da presa scorre tra gli oggetti per soffermarsi infine sui disegni colorati della bambina.                 

To Plant a Flag, Bobbie Peers | Concorso Frutteto
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Due astronauti statunitensi (Jake Johnson e Jason Schwartzman) sbarcano in tuta spaziale in quello che dovrebbe essere un paesaggio lunare, ma un gregge di pecore e un uomo con un trattore cambiano nettamente la percezione della scena in chiave ironica. È il 1966 e i due si trovano in Islanda per una missione di addestramento della NASA. Il paradossale contrasto visivo tra il paesaggio che li circonda e il loro abbigliamento innesca una riflessione sulla natura e la tecnologia e sulla tendenza alla presunzione degli Stati Uniti verso il piccolo Stato europeo.

L’ultimo alpigiano, Carlo Prevosti | Concorso Frutteto
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Gabriele viveva con le sue capre nell’Alpe Scellina da più di cinquanta anni. Con la sua morte, avvenuta nel dicembre 2018, il Parco Nazionale della Val Grande ha perso il suo ultimo alpigiano. Intenso, inquieto e spirituale, il documentario è un frammento di memoria antica, dove le parole di Gabriele risuonano come leggenda. La macchina da presa, rivolta esclusivamente verso il protagonista, indugia sulle rughe, gli occhi penetranti e le mani di un uomo che ha vissuto per molti anni solamente a contatto diretto con la natura, dove la vecchia radio alle sue spalle compare come simbolo di un netto distaccamento dal presente tecnologico. Tra aneddoti del suo passato e della zona in cui viveva, Gabriele è stato l’ultimo testimone malinconico degli alberi e degli animali di una terra incontaminata.

Alessandro Foggetti

     

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Spazio Levante x amareacque | Venice 21/12/2025

here come the psychedelic vibes brought to venice at Spazio Levante. 🔮

thanks to amareacque for hosting us & making everything feel so intimate, and to scafandra for melting their sculptures into our mycelial tulles & unsettling lynchian veils 💜

extra love to sarabe for gifting us her soft and magical mushrooms 🍄🤍

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