Tra le realtà musicali italiane, i Cactus? si distinguono per la loro attitudine internazionale e anarchica. Lontana dalle sonorità da classifica e fortemente ancorata a un’identità rave e disco-punk, la band vicentina ha fatto parlare di sé fin dal primo EP Sorry For My Accent (2017), che li ha portati anche a collaborare col rapper statunitense Bodhi. Il lungo tour italiano ed europeo che ha seguito il primo album No People Party (2019) ha reso il loro uno dei live act più folli della scena. I Cactus? sono Simone, Andrea e Francesco: li abbiamo intervistati poco dopo l’uscita del singolo Shitdisco per farci raccontare del tour, della loro estetica lo-fi e di quella candidatura al SXSW Festival di Austin, Texas, saltata a causa del Coronavirus.
È passato poco più di un anno dall’uscita del vostro primo LP No People Party (Costello’s Records) e ora siete tra le band indipendenti più in vista nel panorama italiano. Vi sareste mai aspettati questo successo?
Francesco: Quando pubblichi qualcosa dopo averci lavorato tanto ti crei sempre delle aspettative. Il genere rave/new rave dei primi 2000 è quasi morto, sia in Italia che all’estero, quindi è stato strano ricevere un riscontro così positivo. È stato bello venire apprezzati proponendo qualcosa di particolare.
Simone: Al momento di un lancio siamo sempre tesi, in senso buono: è la curiosità di vedere come il tuo lavoro verrà recepito dalle persone. Io non me l’aspettavo, sinceramente, e No People Party ci ha aperto davvero tante porte.
La vostra musica ha già valicato i confini nazionali, arrivando anche negli Stati Uniti. Quali sono gli elementi più internazionali delle vostre canzoni?
Francesco: Secondo me, il fatto di non essere solo musicisti da sala prove ma anche produttori, lavorando in studio con un mix di molti suoni ed elementi diversi. Abbiamo adottato questo approccio già con Sorry for My Accent (2016), ma con No People Party ci siamo perfezionati, proponendo un disco vario che pur rimane legato a un genere preciso. Questo modus operandi, però, ci rendere difficile sviluppare la versione live.
Simone: Anche la scelta della lingua ci ha permesso di raggiungere più semplicemente l’estero. I live sono molto stressanti, soprattutto per me e Andrea: abbiamo tanti strumenti da gestire e spesso ci sembra di perdere un po’ di espressività e naturalezza per tenere tutto sotto controllo. Per i nuovi brani stiamo lavorando proprio su questa dinamica.
A proposito di nuovi brani, qualche settimana fa avete rilasciato l’ultimo singolo, Shitdisco.
Francesco: Shitdisco è stata scritta molto tempo fa, forse anche prima dell’uscita di No People Party, e per questo fa da ponte tra il disco e i nuovi lavori. Il titolo deriva dal nome del gruppo scozzese Shitdisco, attivo nei primi Duemila. Il concept del brano è quello di una canzone da festa, su cui ballare e fare casino, ma slegata dalle solite canzoni da dancefloor nel senso più classico del termine. Qualcosa di più animalesco e aggressivo.
Simone: Per me la “shitdisco” è una sorta di attitudine intima che ci accomuna, uno stile dance grezzo e un approccio animale verso le canzoni.
Tra ritmiche insistenti e suoni strillanti dei synth, la vostra musica è ancorata all’immaginario rave. Vi sentite vicini all’attitudine da festa?
Andrea: Siamo molto asociali, in realtà, ma quando siamo nel nostro contesto ci scateniamo.
Francesco: Per noi “fare festa” significa trovarci la sera a bere nei postacci delle nostre zone. Magari alla fine dei concerti capita di bere due o tre gin tonic e fare festa con tutti, ma nella vita quotidiana stiamo molto fra di noi, ci piace frequentare l’underground della campagna vicentina, solo così ci sentiamo a casa.
Il titolo di No People Party risulta ironicamente molto attuale in questo momento. Come sarebbe un “no-people party” ai tempi del Coronavirus?
Francesco: Probabilmente a casa, divano, musica a bomba.
Simone: Alcolismo incontrollato.
Andrea: … che poi è quello che stiamo facendo!
La bio del vostro canale Spotify recita: SUPERFAST. LOFI.DISCO.SHIT. Ultimamente il lo-fi va molto di moda, ma il termine viene spesso travisato… Cosa vuol per voi nel 2020?
Francesco: Abbiamo preso questo termine dalla scena surf e slack rock già per Sorry for My Accent, perché registravamo in casa e con pochi mezzi. In parte come scelta obbligata, in parte si trattava di un sound che ci apparteneva e sul quale abbiamo lavorato molto. Ormai il lo-fi è davvero inflazionato e forse ha perso la sua sincerità originaria. Io lo vedo ancora molto legato alle tecniche di registrazione e all’attitudine in sede di produzione dei suoni.
Andrea: Sento di aver preso le distanze dal mondo lo-fi rispetto al passato, per quanto ne fossi attratto e affascinato. È come se qualcosa si fosse perso col tempo.
Simone: Cambiando i nostri ascolti, sono cambiati anche i nostri suoni: ultimamente siamo più incentrati sull’elettronica, anche la nostra musica cavalca ancora l’onda indie e lo-fi. Dopo No People Party abbiamo preso una direzione diversa e ci siamo allontanati dalla scena lo-fi.
Francesco: Nei nuovi brani i synth saranno molto aggressivi, ma non hanno la stessa carica lo-fi di prima. Un tempo il lo-fi era una scelta totalizzante, che implicava un certo tipo di immaginario, cultura e attitudine personale, adesso lo può fare chiunque.
Anche l’estetica lo-fi sembra stia tornando in auge. Il vostro immaginario è fatto anche di riprese in VHS, scatti su rullino e skate culture. Perché avete scelto questo tipo di supporto invece di videocamere e smartphone?
Simone: Per me scattare su pellicola o girare in VHS ha un sapore più romantico, a volte passano settimane prima dello sviluppo e ritrovi quei momenti, scoprendo scatti non riusciti, scatti sorprendenti, scatti di cui ti eri dimenticato o fatti da qualcun altro. Hai tra le mani una collezione fisica delle tue esperienze. Sono molto affezionato a questa dimensione.
Francesco: Paradossalmente, usare strumenti di decenni fa ti connette maggiormente con la tecnologia stessa: quando giri in digitale hai possibilità e spazio infiniti, una cassetta invece è limitata e imprecisa; stesso discorso con i rullini. L’analogico permette di instaurare una connessione più intima con lo strumento che usi, perché devi essere consapevole di ciò che fai e di come usarlo. C’è molto più sentimento dietro, molta più anima. Fare video col telefono e applicare velocemente filtri o plugin preconfezionati ti fa perdere il contatto con l’estetica che vuoi adottare, perché non è qualcosa che hai creato davvero tu, con i tuoi mezzi e le tue mani.
Lo stesso vale per la creazione musicale?
Simone: Usiamo dei sintetizzatori anni Ottanta che sono davvero un casino da programmare, ma è tutta un’altra esperienza, un altro contatto, al netto delle difficoltà pratiche nel loro uso.
Francesco: Col computer hai così tanta scelta che finisci per perdertici, e alla fine passi tutto il tempo a vagare tra le infinite opzioni virtuali. È meglio avere suoni limitati, ma sfruttarli al massimo.
Arriviamo ai tasti dolenti… siete stati selezionati per il SXSW Festival di Austin, Texas, ma l’emergenza sanitaria ha cancellato tutto. Credete che ci saranno altre occasioni per tornare negli States?
Francesco: Speriamo di tornarci l’anno prossimo, ma per ora è tutto bloccato, quindi è dura anche fare programmi. Lavoreremo al materiale nuovo con l’idea di spingere per riuscire a suonare all’estero, in modo più organizzato e sistematico.
Al momento molti credono non ci sia più speranza per la musica dal vivo. Cosa ne pensate?
Francesco: No, dai! Io non sono così preoccupato. In questo momento il settore sta soffrendo molto, ma di sicuro si tornerà a suonare!
Simone: Il problema più grosso, al momento, è che non possiamo nemmeno trovarci tra di noi per suonare e produrre.
Ci accontentiamo, nel frattempo, di ripensare al super tour di No People Party che vi ha portati in lungo e in largo per l’Italia e l’estero. Quali ricordi vi sono rimasti impressi?
Francesco: Le prime date insieme a Bohdi: sono stati quattro giorni assurdi… e il problema più grosso non erano tanto i concerti, ma gli after party tutti i giorni.
A ripensarci, anche la storia della vostra collaborazione con Bohdi è assurda!
Simone: Anche per noi, è stata davvero qualcosa di inaspettato. Inizialmente ci ha contattati per chiederci se poteva cantare su una base che avevamo pubblicato su Soundcloud, ed è uscita una bomba. Di lì a poco ci ha scritto di nuovo perché aveva girato un video alla sua laurea con quel pezzo… Noi non ce lo aspettavamo proprio, siamo rimasti basiti, e poi è venuta fuori quella figata pazzesca.
Francesco: Quel video non l’abbiamo visto prima dell’uscita, quindi non avevamo idea di quello che sarebbe venuto fuori.
Domanda a bruciapelo: il palco più caldo che avete calcato in Italia? E all’estero?
Francesco: All’estero il Camden Assembly a Londra! Il posto è bellissimo, il pubblico era caldo ed è stata un gran serata per noi.
Simone: In Italia ce ne sono stati tanti fighi, LUME a Milano è stato una bomba: tutti accalcati, si ballava forte e ci siamo divertiti davvero tanto.
Francesco: Anche al Covo Club a Bologna è stata una gran serata!
E ora, avete qualche altro release in programma?
Francesco: Abbiamo altri singoli, ma non sappiamo ancora se uscirà un album, un EP o altro. Il prossimo singolo dovrebbe uscire verso maggio.
Riccardo Colombo






