L’entrata nell’adolescenza è uno dei momenti più ambigui dell’esistenza: corrisponde a quell’istante in cui si avverte la necessità di mettere in discussione ogni struttura di pensiero accettata fino ad allora, e, per la prima volta, si riconosce lo sguardo dell’altro come fondamentale per guardarsi dentro e riconoscersi. Il critico e teorico Adrian Martin utilizza il termine “esperienza liminale” per descrivere l’adolescenza (e il suo racconto) in Teen Movies: The Forgetting of Wisdom (1994) scrive: “In un modo o nell’altro, la maggior parte delle storie adolescenziali parlano di quello che i teorici chiamano l’esperienza liminale: quell’intenso momento di sospensione tra ieri e domani, tra infanzia e età adulta, tra essere nessuno e essere qualcuno. Quando tutto è messo in discussione, e tutto è possibile”.
Essere adolescenti, però, è difficile quanto è facile cadere nel buco nero che vi si scorge subito dopo: se un timido sguardo al mondo adulto accende la scintilla della messa in discussione, dall’altro l’incontro con l’altro spegne lentamente quell’innocenza insieme all’adrenalina di quel salto nel vuoto. Nel momento in cui tutto sembra possibile, si finisce così per ricadere nelle strettoie della stessa mitologia che si è provato a confutare, come in un ciclo eterno per cui non si conosce rimedio. La stessa sorte sembra essere destinata ai racconti che propongono di rappresentare quel momento così strano: il cinema sui giovani raccontato dai giovani diventa sempre più raro, e il rischio è di ritrovarsi ad assistere a rappresentazioni chiaramente filtrate da uno sguardo lontano, distaccato, evidentemente giudicante, non sincero.

Siamo così certi che questa generazione di adolescenti – e quella futura – possa ritrovarsi davvero nei racconti che mirano a parlare di e a loro? E che il panorama cinematografico attuale sia disposto ad accogliere sguardi diversi, laterali, divergenti, che causino una rottura con le rappresentazioni precedenti ormai non più vicine alla realtà delle cose? Per cercare di rispondere, l’unico modo è raccogliere le opinioni dei diretti protagonisti di quello che si configura come un nuovo mondo di storie nel cinema italiano: invitati da Tafano nell’ambito della rassegna Indocili dedicata alle migliori promesse under 35, i registi Simone Bozzelli e Saverio Cappiello racconteranno la loro esperienza durante l’incontro di martedì 20 febbraio 2024 presso il Cinema Beltrade di Milano, in conversazione con 77. Durante l’incontro, verranno presentati alcuni dei cortometraggi più celebri dei due registi: Amateur (2019) e Giochi (2021) di Simone Bozzelli – che l’anno scorso ha esordito con il primo e dirompente lungometraggio Patagonia – e Mia Sorella (2019) e Faccia di cuscino (2022) di Saverio Cappiello – del 2023 è invece il dolce L’altra via -, accomunati da uno sguardo che cristallizza le complessità e le fragilità del momento liminale dell’adolescenza. L’auspicio di una rassegna come Indocili, però, è anche quello di sensibilizzare il pubblico al cinema indipendente e ai nuovi punti di vista, facendosi portavoce di un bagaglio di temi urgenti, necessari da affrontare insieme agli artisti che continuano a lottare per far sì che l’industria cinematografica italiana smetta di risultare così ermetica, piena di storie “rassicuranti” distaccate dalla realtà e prive di rischi.
Ancor prima di essere registi, infatti, Saverio e Simone sono spettatori: “Ho visto tanti film e ho bisogno io stesso di sorprendermi, ma penso che ciascun film aspiri a questo. Dai miei cortometraggi al mio primo film ho cercato sempre questa sorpresa” dice Simone, ed è di quella stessa necessità di sperimentare di cui parla anche Saverio: “il cinema che punta alla sala ha da sempre avuto l’intenzione principale di intercettare il gusto del pubblico, cosa che a me non viene naturale pensare per prima quando scrivo un film”.

“C’è tanto cinema invisibile che neanche arriva in sala, corti che ogni anno gli studenti delle accademie di cinema sfornano. Semplicemente, non hanno un pubblico”, fa notare Simone: viene da chiedersi, allora, come è possibile che anche quando i circuiti dei festival straripano di film italiani, questi appartengano sempre alla cerchia dei dieci autori già consolidati, interpretati dagli stessi attori, raccontando storie che – la maggior parte delle volte – si riferiscono allo stesso tipo di pubblico? Racconti monumentali, biopic, drammi storici, divagazioni poetiche di registi che popolano il panorama ormai da anni. “È indubbio che si debba avere la consapevolezza e la tranquillità di essere sulle spalle dei ‘giganti’, cioè di chi quel panorama l’ha fondato e ci ha mostrato come percorrerlo” continua Simone, insistendo però sul fatto che questa sicurezza dovrebbe servire ad orientarsi e – più di tutto – a distaccarsi una volta per tutte dalle realtà consolidate. Esiste davvero lo spazio per distaccarsi con sguardo critico dal reame di rappresentazioni vigente? È davvero possibile, oggi, la stessa operazione che anni fa posizionò il regista Nanni Moretti in diretta opposizione rispetto a quel cinema de papa che lo guardava con diffidenza? Come mai oggi non si vedono più cose come il meraviglioso confronto tra lo stesso Moretti – allora 24enne – e il regista Mario Monicelli avvenuto durante la trasmissione Match nel 1977?
Per causare conflitto serve dare spazio a storie che fanno paura: vicende intime, non accomodanti, che non rientrino in format già confezionati, opinioni che appaiono lontane perché provenienti da una generazione che vive un contesto sociale e politico totalmente diverso e lo elabora in modo del tutto innovativo. Il nuovo cinema italiano dovrebbe nutrirsi del pericolo della libertà per assicurarsi di mantenere il proprio pregio e incentivare una nuova generazione di registi a non abbandonare l’idea di raccontare. Eccetto per alcuni casi isolati, però, esordire senza spinte “dall’alto” non è affatto facile: secondo Saverio, “In Italia c’è una totale mancanza di sostegni pubblici o privati come grant o residenze, occasioni che offrono tempo, spazio e fondi ai giovani autori per scrivere e confrontarsi, e continua “in generale, credo che nemmeno ci sia l’intenzione a cambiare le cose, e così il cinema – nonostante sia un mezzo più accessibile per via delle innovazioni tecnologiche – rimane qui uno strumento in mano ai casi singoli o a chi, in un modo o nell’altro, se l’è potuto permettere”. Come mai si hanno casi come quello del regista pugliese Giacomo Abruzzese, che ha dovuto contare su fondi francesi — dopo essere stato artista in residenza al Festival del Cinema di Cannes e al Festival International du court métrage de Clermont-Ferrand — per lavorare al bellissimo Disco Boy (2023)?

Per Saverio, infatti, la fase più complessa a cui un giovane regista deve sottoporsi è “la parte iniziale che va dalla scrittura al fundrasing del budget del film”, perché secondo lui “la pressione del mercato esiste, ma non arriva dove non ci sono molti soldi”. I miei corti, ad esempio, sono realizzati in maniera quasi totalmente autoprodotta” continua Saverio, mentre Simone pone l’accento sul problema della distribuzione: “Non tutti i film possono essere semplicemente buttati in sala e sperare che vadano bene. Ogni pellicola, se una distribuzione ci tenesse davvero, avrebbe bisogno del proprio vestito su misura. Forse è anche lo stadio di cui sono più deluso della vita del mio film” rivela.
Il motivo per cui è necessario affrontare la realtà di questi problemi sta nella necessità di allinearsi con le voci dei giovani registi che, al contrario di Saverio e Simone, non hanno ancora trovato il modo di farsi conoscere dal pubblico; a loro, Simone consiglia di “lavorare in difesa”, e di “proteggere l’idea iniziale del film, ascoltare tutti e prendere solo quello che aiuta la storia nella direzione in cui è nata”. “La sfida potrebbe essere quella di andare nella direzione opposta di strade battute, o di percorrerle a modo proprio modificandone il percorso e innestandovi nuovi sentieri inaspettati”, aggiunge il regista.

Ecco perché bisogna auspicare che il cinema italiano torni a compiere e ricompiere il proprio coming of age, riprendendo così quel momento di incertezza e paura per lanciarsi in continui salti nel vuoto. Al cinema italiano si dovrebbe augurare di poter riacquistare un po’ di quella indefinitezza per continuare a mettere in discussione gli ordini che aleggiano (non tanto silenziosi) sulla vita e imparare a essere scettico, ancora e ancora. “Mi auguro che resistano storie non allineate e consolatorie, storie che non nascono per mettere d’accordo tutti, che abbiano uno sguardo volto al contemporaneo e che guardino nel buio, non verso l’ovvia sicurezza della luce” dice Simone, e anche per Saverio il miglior augurio da rivolgere al cinema italiano è di “vivere una fase magmatica e meno gerarchica”.
Il pubblico non può contare solo su sé stesso per mettere in discussione il suo sguardo: per farlo, ha bisogno che l’industria non sia spaventata e che si lanci in progetti nuovi che tengano conto della voglia degli spettatori di abbandonarsi a nuovi modi di rappresentare la realtà. “Auspico che l’Italia si riempia di tante realtà come il Cinema Troisi di Roma o il Beltrade a Milano, realtà in cui pubblico e esercenti hanno un rapporto di fiducia reciproca. Cinema monosala che paradossalmente sembrano avere più proposte di multiplex da dodici sale” aggiunge Bozzelli, che continua “in questi luoghi sì che lo spettatore torna al centro – e torna al centro, insieme a loro, anche la mia nostalgica idea di cinema del futuro”.






