“Valentina” e l’incapacità intrinseca alla società di accogliere il diverso dalla norma

Le Pussycat Dolls, tutto sommato, avevano ragione quando nella hit del 2009 When I Grow Up cantavano che, in età prepuberale e negli anni precedenti alla maturazione, si passa attraverso una fase in cui desideriamo la fama. Non necessariamente di apparire in televisione o sulla copertina patinata dei magazine, ma anche solo di essere abbastanza popolari da fare girare tutti quando sali le scale dell’entrata del tuo liceo scuola, da organizzare una festa a cui ogni studente spera di essere invitato oppure essere un’autorità nei forum e nei subreddit della propria community. Il bisogno di essere visti, notati è intrinseco alla natura umana e l’adolescenza è il periodo per eccellenza in cui tendiamo a pesare il nostro valore usando lo sguardo altrui come unità di misura. Non per Valentina però, la protagonista dell’omonimo film brasiliano del 2020 diretto da Cássio Pereira dos Santos.

Valentina non vuole essere un film di facile digestione – come era ad esempio l’ultra-glossy Alice Junior, vicino al lavoro di Pereira dos Santos sia geograficamente sia per la trama. Entrambi i film vedono una giovane ragazza trans alle prese con un trasloco in un paesino sperduto che non sembra essere pronto ad accogliere la loro identità. Ma se Alice Junior adottava il registro narrativo di un teen drama da vedere durante un pigiama-party tra dodicenni, Valentina differisce sia per la classe sociale della protagonista, qui appartenente a quella medio-bassa, sia per quanto riguarda la trasparenza della protagonista riguardo alla propria identità di genere. Alice era infatti una influencer abituata a essere vista e ammirata, anche per il fatto di essere apertamente trans, mentre quello che Valentina desidera è proprio che i personaggi attorno a lei non lo sappiano e che il pubblico stesso se ne dimentichi. Spoiler: quest’ultimo obiettivo verrà raggiunto, perché il film si presenta come la narrazione degli eventi traumatici di un’adolescente bullizzata dalla società, indipendentemente dalla sua identità di genere.

Valentina agogna passare inosservata, vivere le proprie esperienze da adolescente con l’anonimato che la “normalità” garantisce. Anche se non si solleverà mai il velo di mistero che avvolge il suo passato, intuiamo che il suo coming out come transgender ha in qualche modo fratturato la sua famiglia, scatenando l’abbandono del padre. Si lascia così intuire che Valentina era vittima di soprusi che hanno spinto lei e la madre ad allontanarsi dal paese di origine, alla disperata ricerca di un nuovo spazio dove potersi lasciare alle spalle il passato e qualsiasi etichetta e ricominciare come Marcia-e-basta e Valentina-e-basta. L’anonimato viene usato dalle due donne come uno scudo dietro a cui proteggersi e nascondersi, che inizia però a creparsi sotto i colpi prima della burocrazia, quando arriva il momento dell’iscrizione scolastica, e poi quando la protagonista inizia a costruire nuove relazioni.

Lì, scatta l’annoso dilemma sul se e perché fare coming out con le persone che iniziano a entrare nella sua sfera personale, nello specifico Julio e Amanda, due giovanissimi esseri umani complessi tanto quanto Valentina, con cui la protagonista instaura intimi rapporti di amicizia. Valentina oscilla tra il pensiero di non dovere una “confessione” a nessuno, nemmeno a loro due, e la sensazione di omettere una parte essenziale di sé alle due persone con cui si sta legando di più. Julio e Amanda, però, hanno anche loro altrettanti segreti, a dimostrazione che la complessità è una delle matrici della natura dell’essere umano. Valentina si potrebbe così ascrivere a dramma degli svelamenti, a parabola in cui la tensione raggiunge il climax ogni volta che cade uno degli scudi dietro a cui si nascondono i protagonisti, mettendoli a nudo.

Valentina si potrebbe anche definire una storia di formazione, ma avulsa dai canoni specifici del genere, che vede l’evoluzione non tanto dei personaggi in sé, ma delle loro coscienze: non sono loro a cambiare, quanto i loro occhi ad aprirsi, agendo una comprensione nei confronti di Valentina che avevano già in potenza, portando Valentina a fidarsi delle persone che ha attorno. Una volta evaporata la sua maschera, Valentina scopre infatti che, per quanto crudele il mondo possa essere, soprattutto quello isolato dei paesini rurali, c’è sempre la possibilità di trovare una comprensione insperata. Ed è qui che si annida il fulcro delle riflessioni sollevate dal film: quando anche la maggior parte delle persone mostra supporto, basta una singola azione violenta per mettere a rischio la propria esistenza e minare la propria sicurezza – i numeri sulle violenze agite contro le persone transgender parlano chiaro. Quindi, la bugia e il segreto si fanno strategia di sopravvivenza necessarie, impedendo al contempo l’instaurarsi di relazioni completamente autentiche.

Il film ci fornisce un assist per riflettere sull’ossessione per il passing (ovvero la volontà di non essere leggibile come trans dalle altre persone ma di “somigliare” in ogni aspetto all’idea canonizzata del genere di appartenenza e.g. per persone FtM, di sembrare estremamente mascoline). Quella paura di vedere riflesso nello specchio o negli occhi dell’interlocutore lo spettro di una vita sbagliata, di un’identità de facto che ti è stata appiccicata alla nascita in base ai tuoi genitali, emerge sottilmente dalla narrazione del film, come nel movimento ossessivo di Valentina quando continua ad aggiustarsi la stessa ciocca di capelli dietro e davanti all’orecchio in un loop infinito, quasi la fisionomia del viso dipendesse da quella singola manciata rossiccia, o nelle fisime adolescenziali sul proprio aspetto che si sovrappongono alla paura specifica dell’essere riconosciuta come transgender. Ma dove tracciamo la linea tra un inconscio appeal all’ideale corporeo definito dall’estetica eteronormativa, la necessità di avvicinarsi alla propria idea di fisico adatto e la tensione quasi instintuale alla sopravvivenza sociale? E quanto è utile questa strategia nella ricerca di una quiete nella propria esistenza?

Una quiete rispetto agli ostacoli perpetrati dal mondo esterno, ostacoli creati da una struttura sociale non inclusiva, che di fatto non è costruita in modo da consentire l’inserimento del diverso dalla norma, soprattutto di chi porta non una sola divergenza dalla media ma molteplici. La calma quotidianità è ciò che di più scontato si possa immaginare, eppure Valentina ci dimostra come sia spesso appannaggio esclusivo di chi gravita attorno ai canoni prestabiliti dalla società, mentre per tutt* gli altri è una difficile conquista.

Valentina affronta queste riflessioni tramite una messa in scena non immersiva, asciutta e quasi del tutto priva di colonna sonora, che impedisce un’identificazione con i personaggi e ci relega al ruolo di pubblico impotente che non può fare altro che assistere al concatenarsi degli eventi. Manca l’illusione di poter agire sul film, del vestire i panni del personaggio, per rimarcare quella dimensione di impotenza che proviamo quando leggiamo l’ennesima notizia di violenza contro qualche esponente della comunità LGBTIQ+. In questo modo, il film vuole sollevare una questione essenziale: quello che vediamo è fiction soltanto perché quella Valentina nello specifico non esiste, ma di Valentina come lei ce ne sono tante quanti sono i nomi scritti sulle pareti dei memoriali in ricordo delle vittime di transfobia.

Gloria Venegoni

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

“La nave sepolta” e la possibilità di sopravvivere al tempo

Basato sulla vera storia degli scavi di Sutton Hoo e sull’omonimo libro di John Preston, La Nave Sepolta (disponibile su Netflix) è un film crepuscolare, lento e introspettivo, che si concretizza in un racconto corale incentrato sulla memoria che resta dopo la morte o quanto meno sulla sopravvivenza della vita oltre certi limiti del tempo e della storia. Al centro c’è uno scavo archeologico, avvenuto nel Suffolk nel 1939, alle soglie del conflitto mondiale, durante il quale venne ritrovata un’antica nave del VII secolo, sepolcro rituale del Re vichingo Raedwald. Una scoperta straordinaria che permise non solo di riportare a galla un vero e proprio tesoro sepolto, ma anche di far luce su un periodo e una civiltà ritenuta fino ad allora barbara e incivile, priva di cultura e di significative espressioni di arte. Quel tesoro, tenuto nascosto per tutta la durata della guerra all’interno di una stazione della metropolitana di Londra, avrebbe fatto la sua comparsa solo diversi anni più tardi al British Museum, attraverso una donazione della Signora Pretty – interpretata magistralmente nel film da una pacata quanto sofferta Carey Mulligan.

Diretto dal registra australiano Simon Stone con un cast inglese d’eccezione in cui spiccano Ralph Phiennes, Lily James e Johnny Flynn, il film rende omaggio alla cultura e alla storia, intese come dimensioni che dovrebbero essere accessibili a qualunque essere umano e non relegate a un lusso e un privilegio per pochi. Il regista muove così un’efficace quanto sottile critica allo snobismo intellettuale delle istituzioni accademiche e museali, ormai consolidate e retrograde, spocchiosamente ignoranti in tutto il film (incluso il British Museum), incapaci di apprezzare il valore del singolo, come nel caso dell’archeologo autodidatta Basil Brown (Ralph Phiennes), responsabile della scoperta e della datazione della nave, nonché di condividere fino in fondo quella cultura e quel sapere di cui si arrogano il diritto di porsi come detentori e simbolo. Ed è così la vedova Pretty, proprietaria del terreno, a ergersi a vera promotrice della cultura dalle ampie e moderne vedute, decidendo spontaneamente, dopo l’acquisita potestà in tribunale del tesoro ritrovato, di donarlo gratuitamente al British Museum, affinché dopo la guerra possa divenire un motivo di conoscenza, identità e curiosità per l’intera nazione. La Nave Sepolta, film sottilmente rivoluzionario, tratteggia la Signora Pretty come donna femminista ante litteram, e lo stesso vale per Peggy Piggott (Lily James), donna quanto mai esperta nel suo lavoro ma disprezzata e sottovalutata per il suo sesso, rinchiusa in un matrimonio privo di passione con un collega forse omosessuale ma decisa a emanciparsi non solo dimostrando il proprio talento ma scegliendo liberamente di non sottostare più a un’unione infelice e degradante.

Delicato, profondo, ben recitato e moderno, il film fa uso del grandangolo a restituire la gravità della narrazione, indugiando sui vasti orizzonti dai colori caldi e le tinte ocra, crepuscolari, che pervadono un Suffolk incontaminato, vergine, fatto di campi e spazi in cui gente semplice vive lontana da ogni ipocrisia, via dalle presunzioni di una società troppo “imparata”.  La sceneggiatura di Moira Buffini tesse un film di contrasti, in cui i destini dei personaggi si intrecciano in una stessa missione, nella stessa corsa contro il tempo, minata dall’avvicinarsi incombente della guerra e della morte. La morte che, sotto forma di guerra, si avvicina quasi a sfiorare il piccolo gruppo di ricercatori spersi nelle campagne del Suffolk, indulge nella malattia degenerativa della signora Pretty e infine si affaccia nelle sembianze della stessa nave funeraria, strappata alla terra dalle mani esperte del Signor Brown.

Il tema centrale del film è infatti la celebrazione della vita e la possibilità della vita eterna, non in senso strettamente religioso ma in forma più sottile: la scoperta archeologica rappresenta una possibilità, una speranza mai perduta di trascendere o superare il mare del tempo. Ne emerge una riflessione sul valore riscoperto della storia e dell’archeologia come qualcosa di cui l’uomo, al di là della sua caducità, ha sempre fatto parte e sempre ne farà, sin dai tempi delle caverne, divenendo così immortale. All’affacciarsi della guerra, della morte, della perdita, tutti i personaggi sembrano porsi la stessa domanda: cosa rimarrà di me, cosa mi lascerò dietro? L’unica parvenza di risposta concreta pare provenire dal giovane Robert Pretty, il quale, consapevole della malattia della madre, la conduce in un mistico viaggio tra le stelle per farle capire che lei, la Regina della nave, lì dovrà attenderlo, in eterno cristallizzata nella costellazione di Orione. Ma sarà attraverso la scoperta della nave, attraverso il contributo alla storiografia inglese, che i personaggi della Signora Pretty e di Basil Brown vivranno in eterno, i loro nomi incisi sui cartellini del British Museum. 

chulas k~land @ Combo x mega basic | Turin 19/4/2026

This time was special, we made friends with gloomy flames and glowing horns, creating a punkish neon environment ⚡️🔥

With OJO DJ, Mortimer-Dubaton live, Volantis, Odd Shy Guy, Volantis, Bruised Springs Teen 💜

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